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RID - Rivista Italiana Difesa 31-12-2018 La Jihad in moto data: a cura di:

Il 19 dicembre la ricognizione aerea francese ha individuato un gruppo di uomini armati nel settore di Menaka, verso il confine Niger-Mali. Erano a bordo di 8 moto: sono stati colpiti da un raid aereo. Un episodio come tanti, un piccolo scontro dove gli insorti si muovevano a bordo delle “due ruote”. In questi ultimi anni le foto diffuse da fazioni, movimenti e da intelligence di molti paesi hanno confermato come sia proseguito e cresciuto il ricorso alle moto. Su tutti i fronti. Nell’agguato costato la vita a 4 Berretti Verdi statunitensi in Niger nell’ottobre 2017, i guerriglieri le hanno impiegate insieme a qualche “tecnica” armata di mitragliatrice. Se ne servono i seguaci del Califfo nel deserto siro-iracheno, replica di quanto fatto dai Talebani e dagli uomini di Al Qaeda. In Afghanistan i mujaheddin anti-sovietici li impiegavano per collegamenti e trasferimenti di messaggi, primo passo verso un coinvolgimento diretto in operazioni militari. Famoso uno dei video d’addestramento dei qaedisti diffuso dopo il 2001, con i terroristi che si addestrano ad agguati a cavallo di moto. E la tattica è proseguita. In Libano del Sud con gli Hezbollah incaricati di attivare le postazioni di razzi, in Nigeria con Boko Haram e ovunque ci sia bisogno di un mezzo rapido quanto robusto che possa garantire mobilità a nuclei di fuoco. Oppure favorire missioni per reperire bersagli. Si mimetizzano con niente, possono essere “mescolate” al teatro civile, diventano uno strumento “doppio uso” e dal basso costo. Per formazioni di insorti e killer del crimine organizzato.


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