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anteprima logo RID Primi dettagli sulle Demo di OCEAN2020

Nell’autunno dello scorso anno, al largo di Taranto, è stata condotta la prima Demo di OCEAN2020 (Open Cooperation for European mAritime awareNess2020), si tratta del più importante progetto europeo di ricerca militare per la sicurezza marittima, realizzato sotto la guida dell’azienda italiana Leonardo. Benché sia passato un po’ di tempo da questi test, solo di recente sono stati divulgati dettagli circa le attività effettuate ed i risultati raggiunti. Ci è parso quindi interessante illustrare quanto fin qui realizzato e quanto resti ancora da fare, stilando un primo bilancio del lavoro svolto fino a questo punto. Come noto OCEAN2020 costituisce l'iniziativa più significativa del primo bando di gara nel settore Difesa emanato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Preparatory Action on Defence Research (PADR). Ricordiamo infatti che, su uno stanziamento complessivo (nel triennio 2019-2021) di circa 90 milioni di euro, ad OCEAN2020 sono riservati 35,5 milioni di euro, pari a quasi il 40% del totale. Nelle intenzioni europee i PADR saranno solo un primo elemento nell’ambito di un più ampio pacchetto di iniziative volte a finanziare i programmi della Difesa. I PADR copriranno infatti le esigenze in tema di ricerca, mentre l'EDIDP (European Defence Industrial Development Programme) è destinato a sviluppo ed acquisizione e, per tale ragione, avrà un valore molto maggiore, 500 milioni di euro. I 2 programmi "anticipano" l'EDF (European Defence Fund) il cui valore è stato ridimensionato ma resta comunque molto "sostanzioso" (oltre 7 miliardi di euro). Tornando ad OCEAN2020 il suo principale obiettivo tecnico/operativo riguarda l’impiego di sistemi unmanned di quasi tutti i tipi (UAV ad ala fissa e ad ala rotante, USV ed UUV) nell’ambito della difesa marittima. Quello dei mezzi unmanned è un settore nel quale, come noto, l’Europa ha un gap capacitivo rispetto agli Stati Uniti (e ad Israele), gap che, naturalmente, si vorrebbe colmare. Tuttavia, il tema forse più importante è quello “politico”: si vuole infatti dimostrare come un gruppo piuttosto eterogeneo di aziende della Difesa (grandi realtà ma anche PMI), insieme ad enti di ricerca e alle Forze Armate stesse, può essere in grado di cooperare in maniera efficace su progetti molto complessi. Un’idea, quest’ultima, fortemente caldeggiata dalla Commissione Europea presieduta dalla Presidente Von Der Lyen che, a questo proposito, ha voluto creare una nuova Direzione Generale per l’industria della Difesa e dello Spazio, nota anche come Directorate-General for Defence Industry and Space. Scopo di questo nuovo Directorate-General è proprio quello di promuovere l’industria delle Difesa in chiave cooperativa: d’altronde tutto l’impianto dell'European Defense Fund (EDF) è strutturato su logiche cooperative. Dunque i PADR (come OCEAN2020), lanciati dalla Commissione Europea (e per i quali l’agenzia di riferimento è l’EDA, European Defense Agency), vogliono proprio dimostrare che molti Paesi europei, con le varie aziende, i diversi enti e le loro università, sono in grado di cooperare in maniera efficace. All’estremo opposto resta sempre il modello nel quale una sola nazione (o un gruppo di pochi Paesi) realizza un sistema che viene adottato, più o meno a “scatola chiusa”, dagli altri partner: una soluzione, quindi, in cui c’è un Paese guida e gli altri che si limitano “a seguire”.

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anteprima logo RID L’esercitazione NATO CYBER COALITION

Grazie ad un press tour virtuale organizzato dalla NATO, abbiamo potuto dare uno sguardo all’esercitazione CYBER COALITION, il principale evento addestrativo dedicato alla difesa informatica dell’Alleanza, che si è tenuto dal 16 al 20 novembre. CYBER COALITION è una delle più grandi esercitazioni informatiche al mondo, con uno scenario realistico che consente ai partecipanti di testare dottrina e tattiche per l’ottenimento della consapevolezza della situazione nel cyberspazio, la raccolta di intelligence e la risposta rapida agli incidenti e/o attacchi informatici. Al contempo, le esercitazioni di questo genere consentono di sperimentare nuove strategie per lo sviluppo della guerra nel cyberspazio, con un occhio particolare alle nuove capacità. All'esercitazione hanno partecipato circa 1.000 persone provenienti da tutta l'Alleanza, da 4 nazioni partner (Finlandia, Irlanda, Svezia, Svizzera) e dall'Unione Europea (EU Military Staff ed EU Computer Emergency Response Team). Diretta dall'Allied Command Transformation (ACT) della NATO, CYBER COALITION è alla sua tredicesima edizione, quest’anno condotta in modo completamente virtuale per la prima volta. L'esercitazione testa e addestra i “difensori informatici” di tutta l'Alleanza nella loro capacità di difendere la NATO e le reti nazionali. L'esercitazione mira a migliorare la collaborazione tra gli Alleati così come con i principali partner (Finlandia, Irlanda, Svezia, Svizzera e Unione Europea) per quanto riguarda la conduzione di operazioni articolate nel cyberspazio. Tra i Paesi organizzatori figurano Estonia, Repubblica Ceca, Portogallo, Romania e Stati Uniti, coadiuvati da numerosi reparti e comandi NATO, tra cui il NATO International Military Staff (IMS), la NATO Emerging Security Challenges Division (ESCD), l’ACT Cyberspace Branch, gli SHAPE Cyber Operations Centre (CyOC) e NATO Communication & Information Systems Group (NCISG, Belgio), la NATO Communications and Information (NCI) Agency ed il suo NATO Cybersecurity Centre (Belgio), il NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence  (CCDCOE, Estonia), il Joint Warfare Centre (JWC) di Stavanger (Norvegia) e il Joint Force Command (JFC) di Brunssum (Olanda). Formatori e partecipanti erano collegati all'evento attraverso il Cyber Security Exercises and Training Centre CR14 estone (richiamo al 2014, anno della fondazione). Il centro estone permette l’addestramento delle FA nazionali e NATO, soprattutto attraverso il Cyber Range, spesso considerato il più avanzato al mondo. Gli scenari simulabili comprendono attacchi a infrastrutture critiche, intrusione nella rete, spionaggio, minaccia da parte di insider, esfiltrazione di informazioni, manipolazione dei dati e altro ancora. Sebbene CYBER COALITION sia l’evento più visibile, il CR14 collabora con tutti i reparti NATO dedicati e con i Paesi alleati su base continua, con incontri e videoconferenze settimanali. Oltre all’addestramento puro, l’obiettivo è quello di costruire un network di professionisti del cyberspazio, in grado di intervenire prontamente quando l’Alleanza lo richieda. Oltre che per esercitarsi alla risposta coordinata, nel corso di CYBER COALITION 2020 sono state svolte 3 sperimentazioni chiave per sviluppare le capacità future. La prima era dedicata alla validazione delle cosiddette “deception platforms” come strumenti per carpire informazioni sull’attaccante – ricordiamo che il problema della certezza di attribuzione degli attacchi rimane l’aspetto più critico della sicurezza informatica – nonché come strumento di difesa contro attacchi complessi. La seconda era volta alla validazione dei pattern analitici che permettono di sfruttare le informazioni presenti nel cyberspazio – sebbene dominio in continua evoluzione – per permettere ai comandi NATO di prendere decisioni informate. Infine, la terza sperimentazione ha testato la validità di strumenti dedicati al monitoraggio dei social media (per esempio dei text analyzer e sentiment analyzer) per l’individuazione delle campagne di disinformazione in atto, nonché per contribuire anche in questo caso alla completa consapevolezza della situazione da parte dei comandanti NATO. Come ribadito dagli organizzatori, l’esercitazione CYBER COALITION e le attività correlate si collocano nel quadro delineato dal Segretario Generale Jens Stoltenberg in merito alla cybersecurity. Nello specifico, la NATO è chiamata a svolgere oggi 3 ruoli chiave nel cyberspazio: guida per i Paesi dell’Alleanza, hub per la condivisione di informazioni, competenze e capacità, e difesa attiva delle reti NATO.

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anteprima logo RID Londra aumenta le spese militari e lancia le fregate Type 32

Il Governo britannico ha annunciato il più significativo aumento di budget per la Difesa dalla fine della Guerra Fredda, per un totale di 16,5 miliardi di sterline (18,5 miliardi di euro) nell’arco di 4 anni. A ciò bisogna aggiungere lo 0,5% in piu già pianificato, per un totale che arriva dunque a 24,1 miliardi di sterline (27,15 miliardi di euro), nonché un ulteriore miliardo e mezzo per la ricerca (in gran parte assorbito dal TEMPEST). Già anticipati i settori dove saranno effettuati i maggiori investimenti: costruzioni navali, spazio, cyber e ricerca a 360 gradi. Durante l’annuncio, il Primo Ministro Boris Johnson ha sottolineato che, dopo decenni in cui le spese militari sono state sensibilmente ridotte, era arrivato il momento di invertire la rotta riconoscendo che le Forze Armate britanniche hanno ormai raggiunto un livello che non è più ammissibile per una potenza con interessi globali come il Regno Unito. Decenni in cui sono stati sensibilmente dilazionati i progetti approvati e ridotti pesantemente gli organici del personale e i fondi destinati alla ricerca, con un significativo impatto sui programmi addestrativi e la componente operativa fuori area. Tra i programmi che beneficeranno del nuovo importante impulso figurano il programma per il futuro caccia TEMPEST ed una nuova classe di fregate, i cui dettagli per ora non sono noti, denominata Type 32, nonché un certo numero di unità navali logistiche di supporto. L’incremento, inoltre, garantisce la conferma del procurement degli 8 caccia antisom Type 26 e delle 5 fregate multiruolo Type 31, ed il lancio di ulteriori progetti che riguarderanno lo spazio e il cyber warfare, con la costituzione di uno Space Command, con annessa capacità di lanciare razzi da un sito in Scozia già a partire dal 2022, e la creazione di una nuova agenzia governativa cyber, largamente basata sull’utilizzo di sistemi con intelligenza artificiale. I numeri espressi mostrano un aumento del 15% del budget della Difesa, focalizzato in particolare sulla ricerca e l’industria come precisato dal Primo Ministro Johnson che, oltre all’incremento in termini di sicurezza nazionale, forniranno una spinta alla ripresa economica britannica, in piena ottica di supporto del sistema-Paese. Negli ambienti della Difesa britannici non mancano però coloro che vogliono una revisione anche di alcuni progetti in corso, primo fra tutti il progetto relativo al nuovo veicolo corazzato per l’Esercito che si ritiene eccessivamente sovradimensionato, in termini numerici, per le reali necessità britanniche. Con l’approvazione di un così importante budget, il Regno Unito si conferma potenza militare trainante della NATO e va nella direzione di un rafforzamento della special relationship con gli USA, sempre piu necessaria al Regno Unito post-UE.

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anteprima logo RID Etiopia, il punto sulla guerra civile

Per quanto il governo di Addis Abeba e la maggior parte della Comunità Internazionale continui a definirlo “il conflitto del Tigrè”, probabilmente con l’intento di ridurne l’eco mediatica e la portata politica, lo scontro tra il governo centrale etiope ed i movimenti ribelli tigrini del nord ha già assunto i tratti di una vera e propria guerra civile i cui esiti e le cui evoluzioni interne ed internazionali sono tutt’altro che scontati. Innanzitutto, l’escalation militare iniziata lo scorso 4 novembre con l’assalto delle milizie tigrine del Fronte Liberazione del Popolo Tigrino (FLPT) alle caserme del Comando Militare del Nord nel capoluogo tigrino Makelle ha rappresentato il punto più critico di una serie crescente di scontri inter-etnici cominciati oltre un anno fa e che, oltre ai tigrini, ha coinvolto altri gruppi del Paese, come i somali, gli amhara, gli afar, gli oromo ed i nuer. L’assalto ha segnato la definitiva degenerazione di una situazione resa esplosiva dalla decisione delle autorità tigrine di indire le elezioni ammnistrative e generali lo scorso settembre, nonostante il divieto di Addis Abeba che le aveva rinviate nel contesto delle misure di contenimento dell’emergenza pandemica. La sfida lanciata da Makelle e dal FLPT al governo centrale si è presto concretizzata nel reciproco ritiro del riconoscimento e della legittimità politica, nell’interruzione di ogni rapporto istituzionale ed economico tra centro e periferia e, in ultima istanza, nel rafforzamento dell’agenda radicale da parte dei movimenti tigrini, decisi a rovesciare il governo del Premier Abyi Ahmed o, in alternativa, a perseguire l’indipendenza dall’Etiopia. Nello specifico, le milizie etniche si sono mobilitate a sostegno o in opposizione al progetto politico centralista di Ahmed, deciso a superare il modello etno-federalista che ha retto l’Etiopia dalla caduta del regime socialista del Derg (1987-1991) sino ad oggi. L’accantonamento di quel sistema, in cui l’etnia tigrina svolgeva un ruolo cardine assieme ai potentati tribali regionali e locali, è stato possibile grazie ad un repulisti delle istituzioni civili e militari ma ha inevitabilmente causato una crisi di rigetto da parte di quegli attori politici egemoni che non volevano perdere il proprio potere ed i propri privilegi. Dunque, all’interno del contesto etiope, alcuni gruppi etnici si sono schierati al fianco di Ahmed a supporto del programma di centralizzazione (come gli amhara ed i somali), mentre hanno preferito sostenere il FLPT e difendere l’etno-federalismo (come i tigrini e parte degli afar). Lo stesso fronte oromo è risultato diviso tra le giovani generazioni, di inclinazione filo-governativa, e la vecchia guardia dell’Oromo Liberation Front (OLF), il vecchio movimento indipendentista, alleatosi momentaneamente ai tigrini in funzione anti-Ahmed. In secondo luogo, alla polarizzazione etnica corrisponde la diffusione territoriale del conflitto. Infatti, sebbene la regione settentrionale del Tigrè sia attualmente l’epicentro della guerra civile etiope, un numero non trascurabile di incidenti e scontri armati tra esercito e milizie o tra milizie filo-governative ed anti-governative si sono verificati nell’Afar, in Oromia e nel Benishangul-Gumuz. In terzo luogo, l’entità ed il numero delle forze messe in campo da entrambi gli schieramenti contribuiscono a definire un conflitto che, per quanto asimmetrico, ha mostrato sinora elevati livelli di intensità ed un incrementale coinvolgimento della popolazione civile. Nonostante la carenza di dati a disposizione a causa della bolla di isolamento mediatico imposta dal governo al teatro delle operazioni, si stima che l’Esercito Federale Etiope (EFE) abbia inviato circa 50.000 uomini, coadiuvati da almeno 4.000 unità appartenenti alla polizia e alle “Forze Speciali” della regione dell’Amhara e da un numero imprecisato di milizie reclutate in tutto il Paese. Da par loro, le forze governative possono contare su una maggiore potenza di fuoco, garantita dall’impiego dei mezzi acquistati a partire dagli anni 70 da Unione Sovietica, Ucraina e Cina, come gli MBT T-72, gli APC YW-534, gli IFV WZ-523, gli obici semoventi WA-021 ed i lanciarazzi multipli BM-21 Grad e Type-63. Inoltre, Addis Abeba dispone della superiorità aerea grazie alla flotta d MIG-23 e SU-27 il cui impiego nel conflitto, però, è apparso sinora limitato. Parallelamente, Addis Abeba può contare sul supporto dell’Esercito eritreo che, lungo il confine settentrionale, è impegnato nel tagliare eventuali vie di fuga ai ribelli. L’impegno di Asmara è dettato dalla necessità di consolidare i buoni rapporti con Ahmed dopo la ratifica degli Accordi di Algeri e la risoluzione della disputa confinaria riguardante Badmè e, al contempo, ridimensionare il potere politico e le capacità militari dei tigrini, i maggiori oppositori del trattato in questione. Di contro, il fronte ribelle tigrino può contare su circa 40.000 uomini, quasi totalmente appartenenti ai reparti ammutinati del Comando Militare del Nord, alla polizia locale e alle “Forze Speciali” del Tigrè. Dunque, si tratta di personale addestrato, in grado di usare con sufficiente perizia mezzi ed equipaggiamenti ed abbastanza disciplinato, capace di reggere l’urto dell’EFE e di affrontare un conflitto di lunga durata. Oltre ad esso, il FLPT può contare sul supporto di circa 5000 miliziani del Movimento per l’Indipendenza del Tigrè (MIT), una milizia creata ad hoc da Makelle poco prima dell’inizio dell’escalation militare a novembre. Per quanto riguarda i mezzi a disposizione delle forze ribelli tigrine, molti provengono dalle razzie effettuate nei depositi militari della regione nei giorni precedenti all’inizio dell’offensiva governativa. Tra essi, sicuramente ci sono sistemi lanciarazzi multipli e, molto probabilmente, missili superficie-aria SA-2 e SA-3 utilizzati per colpire obbiettivi sensibili al suolo (areoporti e basi operative) nella regione dell’Amhara (Bahir Dar) e in Eritrea (Asmara). Nonostante l’aggressiva retorica del governo di Addis Abeba che, il 23 novembre, ha intimato alle autorità tigrine di arrendersi entro le successive 72 ore prima delle presunta offensiva finale su Makelle, il conflitto del Tigrè potrebbe protrarsi ancora nei prossimi mesi e trasformarsi in una lunga guerra di logoramento per le Forze Armate nazionali. Infatti, sebbene l’EFE prosegua la sua avanzata nella regione settentrionale, le sue truppe si guardano bene dall’entrare nei principali centri urbani (Axum, Makelle, Gondar), sia per paura di restare intrappolati nella selva dei combattimenti urbani che per l’ostilità della maggioranza della popolazione locale, che percepisce i militari come una autentica forza di occupazione. Tale percezione è anche alimentata dall’impiego di soldati di etnie diverse da quella tigrina e dalla presenza delle milizie amhara che vedono nel conflitto la possibilità di risolvere l’annosa questione delle dispute confinarie con il Tigrè. Sono proprio esse ad occuparsi del tentativo di pacificazione delle aree urbane, con risultati sinora poco soddisfacenti. Come se non bastasse, il FLPT si è dimostrato abile a manipolare il sentimento di rabbia popolare evocando la stagione del “Terrore Rosso” (1977) durante la dittatura di Menghistu e paragonando il governo di Ahmed a quello del Derg. Inoltre, i movimenti ribelli tigrini costituiscono una forza politica e militare compatta e da non sottovalutare. Oltre al vasto supporto popolare, il FLPT può contare sulla leadership di Debretsion Gebremichael, eroe della guerra di liberazione contro il Derg e politico di lungo corso con alle spalle numerosi incarichi istituzionali di rilievo. Sotto il profilo operativo, le milizie tigrine non solo si sono dimostrate in grado di contrattaccare alle offensive governative, ma appaiono possedere una chiara strategia su come gestire il conflitto nel prossimo futuro. Presumibilmente, il loro obbiettivo è evitare il confronto diretto con i meglio equipaggiati reparti dell’EFE, rallentarne l’avanzata distruggendo infrastrutture stradali e ponti (come nel caso della direttrice Shire-Axum e dell’arteria viaria ad est di Mekelle) e costringere le forze governative ad una perdurante guerra di attrito attraverso l’utilizzo delle tecniche della guerriglia. In questo senso, le milizie del FLPT sono avvantaggiati dall’orografia del Tigrè, aspra e montagnosa, e da una migliore conoscenza del territorio. In sintesi, le forze ribelli puntano a replicare quanto avvenuto durante la guerra contro il Derg, vale a dire alzare il costo economico ed umano delle operazioni militari di Addis Abeba nella regione con la speranza che altri gruppi etnici intensifichino le attività anti-governative in altre aree del Paese. Se questo accadesse, il governo etiope si troverebbe costretto a gestire un fronte di instabilità talmente esteso da compromettere seriamente la sua tenuta. Sulla base di questi assunti, dunque, un eventuale scenario da vittoria risolutiva del governo sugli insorti risulta poco probabile, indipendentemente dalla ipotetica conquista di Mekelle. Infatti, come nella maggior parte delle guerre civili in Africa, e l’Etiopia potrebbe non fare eccezione, l’acquisizione effettiva del controllo del territorio e la stabilizzazione delle aree di crisi da parte delle autorità governative sono un processo lungo, dispendioso e difficile da realizzare a causa della resilienza delle comunità etniche locali e delle milizie ad esse legate. Consapevole di questi rischi, il Premier Ahmed intende neutralizzare la ribellione tigrina nel minor tempo possibile, anche a costo di rivedere i termini dell’impegno nazionale all’estero. Ad esempio, Addis Abeba ha già richiamato oltre 3000 uomini di stanza in Somalia nel contesto delle operazioni di contrasto ad al-Shabab e di stabilizzazione del Paese per dislocarli nel Tigrè e presto potrebbe essere costretta a fare altrettanto con gli oltre 4000 militari parte di AMISOM. Così facendo, però, il governo etiope priva la Somalia di un assetto indispensabile per il contrasto ai movimenti jihadisti e per il controllo del poroso confine con la regione dell’Ogaden, popolata prevalentemente da Somali e costantemente a rischio di infiltrazione di gruppi terroristici. In conclusione, l’esito del conflitto del Tigrè e lo sviluppo della guerra civile etiope risultano incerti ed orientati ad una lunga fase di logoramento e guerriglia. Con il protrarsi delle operazioni militari e con l’ulteriore crescita delle tensioni etniche interne all’Etiopia, il governo di Ahmed rischia di perdere consensi, stabilità e capacità di controllare efficacemente la regione del Tigrè. Parallelamente, il proseguo del conflitto potrebbe rafforzare la compattezza del fronte tigrino ed aumentare il raggio dei suoi strumenti politici. In questo senso, molto dipenderà dalla capacità del FLPT di internazionalizzare il conflitto e portare il governo di Ahmed ad un tavolo negoziale mediato da attori esterni. In questo modo, il partito tigrino, oggi bollato da Addis Abeba come organizzazione terroristica, accrescerebbe la propria legittimità. Il primo tentativo di coinvolgere l’Unione Africa, la cui mediazione è stata invocata da Debretsion Gebremichael, è fallito ma, se il conflitto dovesse proseguire, il governo etiope potrebbe trovarsi costretto ad accettare i buoni uffici di Paesi terzi anche per una questione di coerenza ed immagine internazionale (l’Etiopia è tra i maggiori promotori regionali dei forum negoziali per la risoluzione dei conflitti interni, ultimo dei quali quello riguardante il Sudan). Se questo avvenisse, i tigrini accrescerebbero il proprio potere negoziale nei confronti delle autorità nazionali e, a quel punto, potrebbero lanciare una OPA sul governo, tentando di ripristinare l’antico sistema di potere etno-federalista, oppure percorrere con maggiore convinzione la strada dell’indipendenza.

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anteprima logo RID EUROMALE, via allo sviluppo

Dopo quasi 2 anni di negoziazioni, e 2-3 offerte dell’industria rispedite al mittente, l’OCCAR (l’Organizzazione europea per gli armamenti) ha finalmente annunciato la conclusione delle negoziazioni ed il via libera formale allo sviluppo dell’UAV europeo EUROMALE. Nelle prossime settimane verrà dunque firmato il contratto che, secondo quanto precisato dall’OCCAR, comprenderà oltre che lo sviluppo la produzione di 20 sistemi ed un pacchetto di supporto quinquennale. Il primo volo è atteso per il 2025. Al progetto EUROMALE, come noto, partecipano Germania, Spagna, Italia e Francia. Il progetto è a guida tedesca (Airbus), mentre le altre aziende partecipanti sono Leonardo ed Elettronica per l’Italia, Dassault e Thales per la Francia e Indra epr la Spagna. L’Italia dovrebbe avere una quota di partecipazione industriale di circa il 25%. L’EUORMALE è un super-MALE bi-turboelica nella categoria delle 11 t – a meno che non vi siano state delle revisioni in questi mesi di cui non abbiamo conoscenza – con un’apertura alare di 26 m, una lunghezza di 16 m, un payload di 2,3 t ed una quota operativa massima di 13.700 m. Il velivolo sarà inoltre dotato di 4 punti di attacco per l’impiego di pod – in particolare per la guerra elettronica e - e armamenti. Data la dimensione del velivolo, non è da escludere che questo possa operare anche con missili standoff, considerando una configurazione aerodinamica piuttosto tradizionale e molto “rilassata” che ne imporrebbe l’impiego fuori dalle bolle di difesa avversarie.

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anteprima logo RID La NATO guarda a un nuovo elicottero medio

I Ministri della Difesa di Italia, Francia, Germania, Grecia e Regno Unito hanno firmato una Letter d’Intenti per dare il via all’iniziativa NATO Next Generation Rotorcraft Capability (NGRC). L’obbiettivo è studiare i requisiti e valutare una serie di tecnologie per un futuro elicottero di classe media con la quale sostituire tra il 2035 ed il 2040 le flotte attualmente in servizio. Il prossimo step, atteso per il 2022, è la firma di un MoU (Memorandum Of Understanding) per dare il via allo studio di concetto.

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anteprima logo RID Una breve replica all’Amm. Binelli

Il mio pezzo sulla necessità di una nuova Riforma della Difesa ha suscitato molto interesse – me ne compiaccio! - ed una delle dimostrazioni è la riflessione che l’Amm. Luigi Binelli Mantelli, già Capo di SMD e di SMM, ci ha voluto inviare e che abbiamo volentieri pubblicato. Del resto RID, lo ripeto sempre, è un foro di dibattito aperto a tutti e la sua missione storica, che ho ereditato e che sto portando avanti, è quella di favorire l’avanzamento della cultura della Difesa in Italia. In merito alla riflessione dell’Amm. Binelli, mi sento solo di replicare brevemente con 2 osservazioni. La prima riguarda il TEMPEST, che, piaccia o no, è il piu’ importante programma della Difesa europea e italiana dei prossimi 40 anni. Lo è da un punto di vista operativo, per le capacità multi-sistemiche e multi-piattaforma che potrà esprimere in contesti che si annunciano militarmente sempre piu complessi e convenzionali, e per l’industria del Vecchio Continente, per le tecnologie e la resilienza che consentirà di sviluppare, oltre che per le decine di migliaia di posti di lavoro che permetterà di creare. Per questo non sono d'accordo con l'Ammiraglio: non farne parte, sin dall'inizio, significherebbe essere condannati all’irrilevanza e a presidiare un “ridotto” che ci renderebbe ancor piu’ dipendenti dalle forniture off-the-shelf americane. Non ce lo possiamo permettere. La seconda osservazione riguarda invece l’F-35B e la diatriba “Marina-Aeronautica”. E’ inutile continuare a sostenere “sarebbe stato meglio che”. La situazione è ben nota da quasi 20 anni, per cui il ragionamento da fare è diverso e può suonare semmai così: “come la si può gestire al meglio e in maniera ottimale per il contribuente e l'economia complessiva della Difesa?”. Questo è il questito da porsi oggi e la risposta l’abbiamo ampiamente già data perciò non ci ritorniamo sopra. Una chiosa sull’aereo. L’F-35B non è nato solo per operare da piccole portaerei, e meno male che la Marina Militare ha compiuto la lungimirante scelta di dotare pure la LHD TRIESTE di ski-jump, ma pure da terra. Del resto si parla di una variante concepita sulla base di un requisito di una forza anfibia expeditionary come i Marines.

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anteprima logo RID Una nuova Riforma per la Difesa

La recente audizione del Capo di SMD, Gen. Enzo Vecciarelli, è stata molto importante sotto diversi punti di vista. Riferendosi al conflitto nel Nagorno Karabah, il Generale ha affermato che i “2 opponenti, seppur di modeste dimensioni, dispongono di sistemi d'arma complessi e altamente letali quali ad esempio i missili balistici a corto raggio, contro i quali oggi noi non saremmo capaci di difenderci adeguatamente, non disponendo di dispositivi contro missili cruise". Ma pure in Libia "i dispositivi militari messi in campo sono ben più avanzati di quanto possa suggerire il confronto in atto. L'utilizzo estensivo di velivoli a pilotaggio remoto con capacità di attacco di precisione, e la disponibilità per entrambi i contendenti di sistemi antiaerei sofisticati" costituiscono delle capacità critiche tanto che “ un nostro eventuale coinvolgimento attivo in queste aree di operazione ci avrebbe portato serie difficoltà operative a causa dell'impossibilità ad applicare graduali risposte, possibilmente de-scalatorie del conflitto, per assenza nel nostro arsenale di sistemi di uguale, pur limitata, portata". Parole chiarissime, che mettono in luce l’inadeguatezza in determinati settori delle FA italiane e che non solo sono condivisibili, ma che, su questo colonne, ripetiamo come un mantra da 10 anni. Fa, dunque, piacere che anche al più alto vertice tecnico-militare si sia giunti alle stesse conclusioni di RID. Per questo, mai come ora, ovvero in un contesto internazionale caratterizzato sempre più da “super-competizione” e scenari cosiddetti “peer” o “near-peer”, è necessaria una profonda revisione dello strumento militare. Una riforma cioè che ricomprenda una serie di provvedimenti organici e collegati tra di loro di loro, affronti la grande questione del Personale – andando oltre la mera deroga alla “Di Paola” – e consenta la creazione di Forze Armate flessibili, proiettabili ed autenticamente expeditionary. Insomma uno strumento realmente spendibile in contesti estremamente sofisticati e ad alto contrasto militare - contesti che la pandemia da COVID 19 ha reso molto più probabili, basti pensare a ciò che in piena pandemia ha fatto la Turchia in Libia - e capace di servire in maniera più efficace l’interesse nazionale italiano. Secondo lo Scrivente, tale riforma dovrebbe ricomprendere, partendo dall'alto, i seguenti punti: 1. Trasformazione del Consiglio Supremo di Difesa in Consiglio Nazionale di Sicurezza 2. Elaborazione di una strategia nazionale di sicurezza da parte del Governo – leggi Presidenza del Consiglio dei Ministri – e di un a strategia nazionale di difesa discendente da questa 3. Svecchiamento degli organici – vedi la nostra proposta su RID 11/20 – mantenimento del Modello a 150.000 uomini e creazione di una Riserva operativa da impiegare nei teatri esteri a bassa intensità e per le emergenze sul territorio nazionale 4. Rimodulazione della componente operativa dell’EI: 7 Brigate – una (vera) pesante, una d’assalto aereo e ad altissima prontezza, 2 alpine e 3 medie. A questa componente bisogna poi aggiungere una brigata anfibia interforze (EI/MM) 5. Sovra-ordinazione gerarchica del Capo di Stato Maggiore della Difesa (CHOD) e creazione della figura del Vicecomandante per le Operazioni (VCOM-OPS), responsabile della pianificazione delle delle operazioni (nella consapevolezza che non esistono operazioni terrestri, aeree o navali, ma solo operazioni joint) 6. Legge pluriennale sugli investimenti per dare certezza al procurement ed alla pianificazione da parte delle aziende 7. Sinergie a livello interforze su alcune capacità, in particolare per ciò che concerne la componente F-35B. Più specificamente, tale componente dovrebbe essere basata su una sola base (Amendola), in modo tale da mettere a fattor comune supporto logistico, training virtuale e dottrine operative, e disporre di 30 velivoli (15 della MM e 15 dell’AM) con comando a rotazione tra AM ed MM. Allo stesso tempo i 15 velivoli dell’AM dovrebbero poter operare sulle 2 portaereomobili della Marina, con piloti addestrati e qualificati di conseguenza, mentre i 15 velivoli della MM dovrebbero “andare” a terra qualora le circostanze lo richiedano. In casi di contingenza ad alta intensità, dunque, potremo avere una ventina di F-35B capaci di operare tanto da “piste corte” ed eliporti, quanto dalle 2 portaeromobili 8. Focalizzazione degli investimenti sulle seguenti capacità: velivoli e veicoli non pilotati, sistemi missilistici e loitering munitions, sistemi anti-missile ed anti-drone, caccia di nuova generazione, mobilità verticale futura, navi unmanned e nuove tipologie di unità polivalenti, comando e controllo decentralizzato e reti distribuite, capacità di offesa e difesa cyber e cyber-EW, ecc. Alcune di queste proposte sono già all'ordine del giorno – dalla legge pluriennale sugli investimenti, all'elaborazione della strategia nazionale di sicurezza, mentre su altre siamo molto lontani. Soprattutto, non condividiamo l’idea che si sta affermando di derogare alla Di Paola e aumentare gli organici. Questo non farebbe altro che incrementare ancora le spese per il personale e sbilanciare ulteriormente il bilancio della Difesa. Non ne abbiamo bisogno. Ciò che è necessario, invece, è una rimodulazione della componente operativa, in particolare dell’EI, e la creazione di una vera Riserva spendibile nei teatri a bassa intensità e sul territorio nazionale. Insomma, fa sempre un po' effetto vedere, tanto per fare un esempio, i “baschi amaranto” – addestrati per essere “aggressivi”ed avere l'iniziativa sul sul campo di battaglia e, dunque, estremamente costosi da un punto di vista addestrativo – girare per la Stazione Termini. Ecco allora che bisogna agire sull’equilibrio complessivo dello strumento per renderlo meno da guarnigione e più proiezione. Altrimenti c’è il rischio che veramente nel prossimo Nagorno Karabah l’Italia sia impreparata a prevenire per esercitare deterrenza, ma anche ad intervenire per esprimere quella compellenza con la quale innescare la dinamica “de-escalatoria”.

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anteprima logo RID Difesa, ma davvero è necessaria una nuova Riforma?

Riceviamo dall’Amm. Luigi Binelli Mantelli, già Capo di SMD e SMM, e volentieri pubblichiamo questo articolo in risposta alle proposte del Direttore sulla necessità di una nuova Riforma della Difesa. Lo spirito di RID e di Portale Difesa è sempre stato quello di essere fori aperti per alimentare il dibattito sulle grandi questioni legate alla Difesa e favorire l’avanzamento di una cultura sulle stesse tematiche che, purtroppo, nel nostro Paese molte volte latita. Questo è il nostro obbiettivo e la nostra missione da 40 anni per cui ben venga la “risposta” dell’Amm. Binelli nella consapevolezza che RID e Portale Difesa daranno sempre voce a chi voglia fornire un suo contributo nell’ambito di questo dibattito. Amm. Binelli Prendo spunto dall’interessante articolo del Direttore di RID Pietro Batacchi, che conosco e stimo da tempo, per alcune considerazioni in direzione “ostinata e contraria” come direbbe il compianto De Andrè. Intanto: nella mia non breve carriera militare ho visto, partecipato, diretto o collaborato ad almeno 6 o 7 studi di riforma della Difesa, alcuni di fantasiosa irrilevanza altri di smaccata partigianeria. L’unico parzialmente attuato fu quello fortemente voluto dal Ministro Andreatta, tra i migliori ministri della difesa, che, “complici” due Marinai DOC come Venturoni e Di Paola, ha dato una svolta realmente innovativa alle FFAA, definendo una catena di comando in senso genuinamente Joint: responsabilità di comando unica e chiara nel CSMD attraverso il Comando Operativo Interforze e una jointness operativa efficace e onesta, ovvero senza omologazioni e frammischiamenti, facendo prima addestrare e poi operare insieme e razionalmente le migliori qualità/capacità di ciascuna Forza Armata senza snaturarle. Col tempo purtroppo questa chiara visione è stata distorta, introducendo il concetto interforze in ogni possibile forma operativa e amministrativa (logistica interforze…un cavallo di troia che non può esistere nei reparti operativi) oppure costituendo reparti organici con personale di Forze Armate diverse (l’esempio della c.d. “Aviazione per la Marina”, gli MPA ATLANTIQUE per intenderci, è uno di questi fallimenti, ma ne possiamo parlare in altre occasioni) Tutte le altre – e io dico sacrosante - proposte di quella riforma per uno snellimento burocratico amministrativo del sistema difesa sono invece rimaste lettera morta. Ciò perché, nonostante entusiastiche espressioni di assoluta condivisione i generali e i dirigenti amministrativi che partecipavano alle riunioni erano sicuri in cuor loro che i “burosauri” alle spalle avrebbero demolito tutto appena cambiato il ministro e l’opera di demolizione si è purtroppo accompagnata ad un abnorme e confuso allargamento dell’area tecnico-amministrativa. Risultato: un rapporto “tooth to tail” a dir poco ridicolo. Dunque, sono molto scettico quando si propongono “libri bianchi”, come l’ultimo ad esempio, nella cui stesura o revisione, benché in carica da CSMD, non sono stato coinvolto, evidentemente perché scritto da mani e cervelli “industriali” e militari yes men accondiscendenti a castronerie tipo gli interessi strategici “vicini” in un mondo globalizzato!!! (“La Cina è vicina” diceva qualcuno… e la Somalia è decisamente più lontana dell’Afghanistan…). Ora, l’articolo dell’ottimo Pietro Batacchi si rifà alla recente audizione parlamentare dell’attuale CSMD Gen. (AM) Vecciarelli e contiene spunti di indubbia validità, che tuttavia nascono da una visione quasi escusivamente “aeronautica” … douettiana se vogliamo, come se l’audizione fosse di un Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica e non di un Capo di Stato Maggiore della Difesa. Difesa antimissile di ultima generazione, velivoli d’attacco a pilotaggio remoto, sistemi antiaerei sofisticati, cyber defense e (meglio) cyber warfare, tutte esigenze condivisibili e da tempo in lista nel libro dei sogni dello Stato Maggiore Difesa, che si scontrano purtroppo con i magri bilanci, per di più sclerotizzati dai mega programmi/contratti già stipulati (in primis F35 ma non solo). E infine…caccia di nuova generazione!!! Roba da STAR TREK …. ma non disponiamo già del costosissimo EFA la cui completa acquisizione e terminata solo poche settimane fa? E l’F35 (che è di ultimissima generazione) non si chiama forse JSF ovvero Joint Strike FIGHTER? Oppure vogliamo già mettere le mani avanti sclerotizzando anche i prossimi 20 anni di investimenti (programma Tempest?). In uno scenario economico preoccupante tutto questo mi sembra un’ eccessiva fuga in avanti … occorre stare con i piedi sulla terra e amministrare le risorse con saggezza. Per fortuna, nel bene e nel male, facciamo parte di alleanze (NATO ed EU) dove ogni membro contribuisce con le proprie capacità/disponibilità e i “gap” capacitivi vengono mitigati attraverso un processo lungo e molto tecnico che si sviluppa in ambito NATO. Per L’UE no, almeno per ora e finché non si realizzerà una più coesa e credibile Difesa Europea. Una Difesa che non può prescindere da una altrettanto coesa se non unitaria politica estera e di sicurezza dei governi europei, rinunciando a parte della sovranità nazionale sulle FFAA, ma qui si aprirebbe un discorso molto più ampio e politico che non mi compete. Quanto ai numeri del personale una possibile ulteriore riduzione richiede molta cautela per non rendere irreversibile il processo soprattutto nei confronti delle componenti più esigue (sommergibili ad esempio). Ricordo che la Difesa è l’unica che ha avuto il coraggio (o la dabbenaggine) di “tagliare” 50.000 posti di lavoro in un arco decennale, proprio per gli obiettivi delineati nell’articolo, purtroppo vanificati da corrispondenti e pervicaci tagli di bilancio. Ricordo inoltre che la riduzione del personale è stato operata “a pantografo” ovvero in maniera proporzionale, senza tenere minimamente conto delle reali esigenze di ogni singola Forza Armata, penalizzando fortemente la Marina, come più volte sottolineato dai suoi vertici. La nostra Marina, strategicamente importante per la sua posizione nel mediterraneo, se raffrontata ai più rilevanti strumenti militari europei risulta la Forza Armata percentualmente più sottodimensionata di personale rispetto alle altre. Ma veniamo alle proposte concrete dell’articolo del Direttore: 1.- Trasformazione del Consiglio Supremo di Difesa in Consiglio Nazionale di Sicurezza: assolutamente d’accordo, ma si chieda alle forze di polizia e al DIS cosa ne pensano. 2.-Elaborazione di una strategia nazionale di sicurezza e difesa ecc.: anche qui pienamente d’accordo ma ci vorrebbe prima una politica estera nazionale con obiettivi chiari e pragmatici, magari un po’ meno “ecumenici”, se mi è consentito il termine (miraggio mai conseguito). 3.- Riduzione del personale e svecchiamento degli organici: tenendo conto di quanto ho già detto ritengo che prima di operare ulteriori riduzioni si debba procedere ad una razionalizzazione dell’area tecnico-amministrativa a favore dell’organico dell’area operativa di ciascuna Forza Armata che dovrà essere rivalutato attraverso un esame onesto e obiettivo delle esigenze abbandonando il criterio della proporzionalità che danneggia ovviamente i più piccoli (altro miraggio!). 4.-Rimodulazione della componente operativa: non mi esprimo in quanto non ne ho più titolo, ma ribadisco con forza il concetto già espresso di una sana jointness non omologante verso il basso e che non mortifichi l’identità di ciascuna Forza Armata, un concetto che può apparire retrò ma che poggia essenzialmente su due presupposti basilari per l’efficacia dello strumento militare: coesione e credibilità per esercitare quella deterrenza senza la quale la Nazione perde rilevanza nella politica internazionale e non si giustifica alcuna spesa militare. Altrimenti avremo forze armate da operetta da sfoggiare ai Fori Imperiali il 2 giugno (COVID permettendo). 5.- Sovra ordinazione gerarchica del CSMD ecc.: vogliamo un dittatore? Mi sembra - e lo dico per esperienza - che il CSMD goda già di ampi poteri (soprattutto se riesce a guadagnarsi la stima e la fiducia del Ministro in carica). Quanto al Vicecomandante per le operazioni esiste già il Comandante del Comando operativo Interforze (COI) e quello del Comando Forze Speciali (COFS), occorre però che il COI e il suo staff imparino ad operare da Comando e non da Centrale di Situazione (addestramento e cambio di mentalità), avvalendosi sinergicamente dei Comandi Operativi di Forza Armata (quelli il comando e controllo lo sanno esercitare e devono continuare a farlo). 6.- Legge pluriennale sugli investimenti: assolutamente d’accordo, esiste già in altri Paesi (USA e FR) ma non solo sugli investimenti, perché per far vivere, addestrare e tenere in efficienza le FFAA occorre anche certezza sui fondi di esercizio, decurtato nell’ultimo decennio di oltre il 50% in valore monetario (figuriamoci il valore reale!!) 7.- Sinergie interforze: ecco il punto focale che vedo firmato Vecciarelli piuttosto che Batacchi ed ecco la solita litania su F35B STOVL. Su questo argomento mi sembra di avere scritto e detto a sufficienza (compresa una lettera aperta all’attuale Ministro della Difesa) quindi sintetizzo: a.- Il velivolo F35B STOVL è nato per operare da piccole portaerei. Tecnicamente sarà assai arduo riuscire a farlo operare da terra in area di operazioni, anzi lo considero quasi impossibile, quindi un costoso giocattolo per l’Aeronautica che ha in corso di acquisizione 60 F35 convenzionali, molto più performanti per i compiti dell’Arma Azzurra ed anche meno “cari” (30% in meno rispetto allo STOVL). b.- Costituire 2 gruppi di volo di F35B STOVL da 15 velivoli ciascuno per MM e AM è una inutile duplicazione quindi uno spreco di denaro pubblico duplicando strutture e addestramento. Sottolineo inoltre che ogni accenno ad un risparmio di gestione per la c.d. “comunalità logistica” è solo strumentale in quanto il supporto logistico è già ricompreso nel contratto di acquisizione del velivolo. c.-Sono fermamente convinto che prevedere un solo gruppo di 18 velivoli per la Marina sia la soluzione migliore, più economica e più efficace. All’occorrenza (assai improbabile) il gruppo potrebbe comunque rischierarsi a terra (storicamente l’AM non ne ha mai schierati fuori area più di 4/6, anche perché le basi in teatro di operazioni sono affollate dalle altre forze aeree della coalizione). In termini finanziari convertire i 15 STOVL AM in altrettanti CTOL realizzerebbe un risparmio di circa 1 Miliardo di Euro, se invece si optasse per solo 18 velivoli STOVL per la MM il risparmio sarebbe grossomodo di 5 Miliardi. d.- L’accentramento dei due gruppi STOVL ad Amendola con comando a rotazione MM e AM (ma di fatto sotto egida AM per quanto riguarda i supporti) rappresenta un ulteriore spreco di risorse di esercizio per la Marina, quantizzabile per difetto in circa 13mln.Euro/anno (400 milioni nell’arco della vita operativa del velivolo). Il risultato peggiore è che tale soluzione porterà in breve tempo a ciò che la Royal Navy ha purtroppo sperimentato all’inizio degli anni 2000 con la c.d. “Joint Force Harrier” ovvero la perdita della capacità portaerei per oltre 20 anni. Una capacità strategica che sarà recuperata con grande fatica solo nel prossimo futuro sulle 2 nuove grandi carriers UK (con velivoli F35B STOVL appunto). e.- In definitiva questa insistenza sul velivolo STOVL - a mio avviso subdolamente intesa a ripristinare in qualche modo la perniciosa “Legge Balbo”- comporta un notevole e inutile dispendio di risorse e soprattutto alimenta e alimenterà un grave contenzioso tra Marina e Aeronautica a scapito della necessaria coesione di cui parlavo prima. Da capo servizio operazioni di Nave V. Veneto ho assistito alla penosissima querelle tra MM e AM su chi dovesse avere il controllo operativo dei velivoli MPA e questo nel bel mezzo della ricerca della M/N Achille Lauro (operazione Margherita 1985), benché fosse chiaro per legge che competeva alla MM. Siamo arrivati alle denunce penali certo non un bene per le FFAA. Si dirà che i tempi sono cambiati ma lo scenario geostrategico anche nel solo Mediterraneo è altresì cambiato…e in peggio… richiedendo la massima coesione ed efficacia del sistema difesa nazionale. In merito, infine, alla capacità portaerei vorrei precisare alcuni concetti che spesso la propaganda di parte (purtroppo anche nell’ambito della stessa Difesa) ha travisato, se non volutamente mistificato, verso l’opinione pubblica: a.- La portaerei (Nave CAVOUR) è una sola, non ce ne sono 2, perché il vecchio e amato Garibaldi non è in grado di ospitare F35B e la nuova nave anfibia Trieste è nata per le esigenze della Capacità Interforze di Proiezione Anfibia e l’imbarco di F35B, pur possibile in caso di una limitata operazione anfibia, non può essere considerato che temporaneo. b.- l’Italiana Cavour e la più capiente Francese Charles de Gaulle costituiscono dunque le uniche portaerei dell’Unione Europea, dopo la Brexit. c.- La portaerei non è solo un aeroporto galleggiante, ma assolve contemporaneamente molti altri ruoli quali il supporto logistico e sanitario (Role2 plus) verso reparti a terra, la sorveglianza marittima, il comando e controllo anche di un’operazione Joint imbarcando l’appropriato staff, il ruolo politico/diplomatico con pre-dislocazione in vicinanza di aree di prevista crisi senza o in attesa di un diretto coinvolgimento, la flessibilità operativa che non è propria di una base terrestre, la possibilità infine di rientrare dal teatro in tempi brevissimi e a costi trascurabili, non appena necessario e opportuno. d.- È anche accertato che il costo complessivo di un’operazione di portaerei è inferiore a quello di una dislocazione a terra di un analogo numero di velivoli in aree di crisi. Conti alla mano occorre considerare il costo del supporto logistico e infrastrutturale a terra, il rapporto uomo/macchina tra Marina e Aeronautica (1 a 3 almeno), il costo giornaliero del personale che a terra gode del trattamento di missione mentre quello imbarcato ha diritto solo alla diaria di navigazione e infine il costo e i tempi per il rientro in Patria del contingente a termine esigenza. Da Comandante di Nave Garibaldi ho potuto apprezzare come cambia il ruolo di un partner (e di una Nazione) quando si partecipa con una portaerei - anche piccola a piacere (Somalia Operazione IT/US United Shield Garibaldi con 3 aerei AV8Bplus e USS Essex con 5 aerei AV8B non plus). Da Comandante di Gruppo Navale ho visto con tristezza 2 nostri AV8 danneggiati da FOD dopo un rischieramento sul ponte di volo della HMS Invincible e l’anno dopo ho seguito le operazioni del Garibaldi col suo gruppo di volo (GRUPAER) in supporto alla campagna aerea della coalizione in Afghanistan nel 2001. Dal mare arabico settentrionale, con grande efficacia, insieme alla Charles de Gaulle. Da Comandante in Capo della Squadra Navale ho seguito e in parte diretto dal centro di comando della Marina di Santa Rosa (RM) la partecipazione del Garibaldi e del GRUPAER alla campagna contro Gheddafi (Op. NATO “Unified Protector”): solo 8 aerei imbarcati hanno totalizzato lo stesso numero di sortite di bombardamento dell’AM. Se ho scritto queste non poche righe - e mi scuso – non è per polemica né per partigianeria, nutro una grande ammirazione per l’Arma azzurra che ha trovato coraggio e forza di ideazione per rinnovarsi efficacemente e superare vecchi stereotipi. Desidero però fornire un contributo di pensiero e di esperienza in un settore, quello della Difesa, che oggi può sembrare fuori luogo, vista l’emergenza di problemi più urgenti e gravi della Nazione, ma che in un non lontano futuro, se solo ci si guarda intorno, sarà cruciale per l’Italia e per l’Europa. Le Forze Armate sono tra le istituzioni più sane, efficienti e virtuose della nostra Nazione. Quale Ex loro Comandante vorrei che rimanessero tali, ma ancor più coese ed orgogliose del loro retaggio storico e valoriale.

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anteprima logo RID La centralità della relazione transatlantica per il settore Aerospace & Defense

L’Italia rappresenta un’eccellenza nel settore aerospaziale globale grazie a una filiera produttiva ricca di capacità industriali e tecnologiche e la relazione transatlantica è di vitale importanza per il nostro Paese.

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anteprima logo RID Una nuova base russa in Sudan

Il Primo Ministro russo, Mikhail Mishustin, ha reso noto nei giorni scorsi di aver firmato un accordo con il Governo del Sudan per la costituzione di una base navale e di un centro logistico per le Forze Armate russe capace di ospitare circa 300 militari in sede permanente. Lo stesso Governo sudanese ha precisato che verranno messe a disposizione delle Forze Armate russe infrastrutture ed aree portuali in grado di ospitare fino a 4 unità navali, comprese quelle a propulsione nucleare. L’accordo prevede inoltre la completa giurisdizione russa sul complesso per un periodo di 25 anni, estendibile di ulteriori 10, e la totale libertà nello sbarcare ed imbarcare qualsiasi tipo di sistema d’arma, materiale e tipo di munizionamento. La nuova base in Sudan rappresenta la prima base stabilita dalla Russia in Africa dalla caduta dell’Unione Sovietica e dallo smantellamento della base che quest’ultima aveva in Somalia durante la Guerra Fredda. Sconosciute al momento le cifre relative all’utilizzo e alla gestione della base ma secondo alcuni media russi, la base costerà quanto quella di Tartus, in Siria, vale a dire circa 3,2 miliardi di rubli (41, 5 milioni di dollari) annui. La nuova base avrà sicuramente un carattere joint e potrà rappresentare un ottimo punto di ingresso per possibili azioni nel continente africano e nell’Oceano Indiano, garantendo alla Russia la possibilità di influenzare questa vasta e strategicamente importante area del mondo. Al tempo stesso la nuova installazione militare conferma gli ottimi rapporti tra l’establishment russo e il Tenente Generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan che, dal colpo di stato del 2019, mantiene il potere nel “regime di transizione” nel Paese africano.

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anteprima logo RID Un nuovo fondo pluriennale per la Difesa

Nella sua audizione parlamentare di ieri, il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha annunciato la creazione di un nuovo fondo pluriennale per la Difesa. Il fondo, che è già stato inserito nello schema della nuova Legge di Bilancio, servirà a dare certezza alla pianificazione finanziaria riguardante l’ammodernamento dello strumento militare e, secondo il Ministro, sarà riproposto ogni anno in sede di Legge di Bilancio. Il Ministro ha inoltre fatto riferimento ad una dotazione per questo nuovo strumento di 12,7 miliardi di euro in 15 anni. Ulteriori dettagli su RID 1/20.

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