LEONARDO
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anteprima logo RID Dirigibile-radar contro droni e missili da crociera per Israele

Il 3 novembre, l’Israeli Air Force (IAF) ha mostrato su twitter un video di presentazione di un nuovo dirigibile senza equipaggio, denominato HAAS (High Availability Aerostat System) SKY DEW, sviluppato dalla divisione Elta di Israel Aerospace Industries (IAI) in collaborazione con la IAF, l’Israeli Missile Defense Organization (IMDO), e l’US Missile Defense Agency (MDA). L’aerostato che si può anche definire pallone frenato (dirigibile attaccato al suolo con dei cavi), è stato prodotto da TCOM, azienda specializzata in questo settore, e che ha anche prodotto il JLENS (Joint Land Attack Cruise Missile Defense Elevated Netted Sensor System) per l’US Army. Il JLENS è un aerostato (vincolato a terra) dotato di radar in grado di rimanere in volo per 30 giorni e di arrivare a 3.000 m di quota. Caratteristiche che probabilmente saranno simili anche per il sistema israeliano SKY DEW. Il pallone frenato in virtù della sua collocazione, ha la capacità di rilevare minacce, anche a bassissima quota, a maggiore distanza rispetto a qualsiasi radar al suolo. Infatti lo SKY DEW, ha il compito di identificare principalmente le minacce costituita da missili da crociera e droni suicidi, ad esempio il SHABAB derivato dal drone kamikaze iraniano ABABIL 2, di Hamas ed Hezbollah. Nell’ultimo conflitto tra Israele e Hamas, lo scorso maggio, gli attacchi missilistici sono stati neutralizzati grazie al sistema di difesa antimissilistico e antirazzo israeliano, in particolare IRON DOME, che è riuscito ad intercettare circa il 90% dei missili. Il problema è che sia Hamas che Hezbollah si stanno dotando, grazie all’aiuto di potenze regionali come l’Iran e Siria, di missili da crociera e droni, contro i quali IRON DOME è meno efficace. Da qui nasce l’esigenza israeliana di ricercare un costante miglioramento della difesa missilistica multistrato del paese e lo SKY DEW è segno del continuo sviluppo in questo settore. Secondo Moshe Patel, Direttore dell’IMDO, le difese missilistiche multistrato di Israele saranno migliorate grazie al radar-dirigibile, al momento in fase di test in una località non ben definita nel nord di Israele. Guardando al contesto regionale anche altri Paesi si sono dotate di mezzi simili allo SKY DEW. Il 27 agosto, L’Arabia Saudita ha comprato da TCOM, tramite un contratto FMS (Foreign Military Sales) dal valore di 217 milioni di dollari, un dirigibile, per supportare le comunicazioni militari, l’intelligence, la sorveglianza e le attività di ricognizione. Queste ultime 2 caratteristiche risultano fondamentali per controllare i possibili attacchi missilistici da parte degli Houthi, milizie di ribelli sciiti presenti in Yemen, in quanto essi hanno più volte colpito gli impianti della compagnia petrolifera nazionale Saudi Aramco.

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anteprima logo RID Dimostrato il recupero in volo del drone X-61 GREMLIN

La Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA) ha compiuto un importante passo avanti nello sviluppo del drone aviolanciabile X-61 GREMLIN recueprandolo con successo dall’aereo madre, un cargo C-130. Il test è avvenuto il 29 ottobre scorso, sul poligono di Dugway, nello Utah, quando il GREMLIN è stato lanciato in volo per la quarta volta, e per la prima volta è stato anche agganciato in volo e riportato all’interno del cargo. Il test si è articolato su 4 voli, in cui sono stati usati 2 X-61 che hanno dimostrato di sapersi coordinare e volare in formazione in piena sicurezza. Tuttavia, uno dei 2 droni è andato distrutto durante il test a causa di problemi all’impianto elettrico. Un altro X-61 era andato perduto nei test di gennaio quando il paracadute, usato come sistema di atterraggio nelle dimostrazioni condotte fino a quel momento, non aveva funzionato a dovere. Alla DARPA rimangono 3 GREMLIN, giudicati sufficienti a provare matematicamente la fattibilità del recupero in volo. Il drone recuperato è stato poi rimesso in efficienza dai tecnici ed ha volato una seconda volta entro le 24 ore, come da progetto. I GREMLIN sono pensati come droni economici, che traggono la loro forza dall’operare in sciame, trasportando sensori, jammer o anche sistemi d’arma. Sono quindi sistemi assolutamente sacrificabili, pensati per “assorbire” lo sforzo della contraerea avversaria. Tuttavia, ove questi droni sopravvivano alla missione, ovviamente la capacità di recuperarli e riutilizzarli contribuisce a renderli ulteriormente efficaci in relazione al loro costo. La DARPA ha come obiettivo di dare a ciascun X-61 una vita utile di una ventina di voli. Il design modulare consente di trasferire sistemi di bordo, sensori ed altri payload da una cellula ad un’altra. Gli X-61 sono lunghi 4,2 m, hanno una larghezza di 0,57 m e un’altezza di 0,52 m con un’apertura alare di 3,47m. Il peso è di 680 kg, di cui 65,7 disponibili per un payload di missione che spazia da radar a sensori elettro-ottici, designatori laser, sistemi di guerra elettronica o carico bellico “cinetico”. Il GREMLIN Può volare a Mach 0,6 e circuitare per un paio d’ore ad un raggio d’azione massimo di 300 miglia. Il lancio può avvenire entro i 40.000 piedi d’altitudine mentre il recupero entro i 20.000. Il recupero dell’X-61 ha qualche punto in comune con un’operazione di rifornimento in volo poiché il drone dispiega una sonda che deve poi infilare un “imbuto” alla fine di una linea flessibile. Una volta agganciato, l’X-61 ripiega le sue ali e si lascia rimorchiare verso un pilone di supporto che lo stabilizza. Il pilone al momento è dispiegato dal portellone di carico di un C-130, ma in futuro altri velivoli potrebbero impiegarlo: potrebbe per esempio apparire come carico subalare sui bombardieri B-52. Il lancio in volo consente a questi velivoli, dal raggio d’azione limitato, di spingersi in profondità nello spazio aereo avversario, collaborando con i velivoli “penetranti” con doti stealth. L’aereo madre che li lancia e li recupera può invece mantenere le distanze e tenersi al di fuori della portata delle difese aeree nemiche. I GREMLIN sono prodotti da Dynatics, sussidiaria di Leidos. Il progetto è in corso fin dal 2016. Nel novembre 2019 il primo GREMLIN ha volato, appeso però al pilone su C-130. Il primo lancio ed effettivo volo del drone risale a gennaio 2020.

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anteprima logo RID Dieci miliardi per aggiornare il caccia F-22

Lockheed Martin ha ricevuto un contratto da 10,9 miliardi di dollari per l’ammodernamento dell’intera flotta dei caccia pesanti a basa osservabilità F-22 RAPTOR. Come riportato dall’F-22 Program Office’s Advanced Raptor Enhancement and Sustainment (ARES), per il tramite del Dipartimento della Difesa, il contratto coprirà molti dei servizi a supporto del caccia americano, che includono l’introduzione di nuovi sistemi, il miglioramento degli apparati esistenti e la riparazione di eventuali problemi oltre a includere i servizi logistici e l’acquisto dei sottosistemi. La durata del contratto, non a caso, sarà decennale, fino all’ottobre 2031, data in cui secondo la programmazione dell’USAF il velivolo dovrebbe essere prossimo alla fine della sua vita operativa (la IOC dell’F-22 è del 2005). Lockheed Martin ha già anticipato che la maggior parte dei lavori e manutenzioni verranno effettuati presso lo stabilimento di Forth Worth in Texas. Il Tenente Generale Clinton Hinote, Vicecapo dello Staff per la Strategia, l’Integrazione e i Requisiti operativi dell’USAF, ha specificato che il contratto, come lo stesso RAPTOR, rappresenta un “ponte” verso il velivolo che uscirà vincitore dal programma Next Generation Air Dominance (NGAD). Il Tenente Generale Hinote ha però precisato che il velivolo rappresenta, allo stato attuale, la migliore risposta e il migliore strumento per contrastare la minaccia aerea cinese e proteggere, non solo gli Stati Uniti, ma anche gli alleati nel Pacifico.

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anteprima logo Stato Maggiore Difesa COLLOQUIO TELEFONICO TRA GUERINI E IL MINISTRO DELLA DIFESA DELLA REPUBBLICA DEL GHANA DOMINIC ADUNA BINGAB NITIWUL

Guerini "Italia e Ghana condividono le sfide alla sicurezza nel Golfo di Guinea e nel Sahel. La collaborazione fra i nostri due paesi è di fondamentale importanza  per la stabilità della regione. Il mio auspicio è che si possa giungere al più presto alla ratifica dell'Accordo di Cooperazione generale in materia di Difesa, che i nostri Paesi hanno sottoscritto nel 2019, uno strumento che potrà consentirci di strutturare meglio la nostra già efficace cooperazione bilaterale, contribuendo ulteriormente all'elaborazione di risposte condivise alle sfide comuni in materia di sicurezza". 

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anteprima logo RID OPV turchi per la Nigeria

Dopo i recenti successi ottenuti in Pakistan, Turkmenistan e Ucraina, la cantieristica turca segna un punto anche in Nigeria, approfittando del nuovo Piano strategico 2021-2030 varato per il rinnovo della maggiore flotta dell’Africa occidentale. Il polo cantieristico turco Dearsan realizzerà infatti 2 pattugliatori d’altura tipo OPV-76, da consegnarsi alla Nigeria entro 37 mesi dalla firma del contratto, avvenuta nei giorni scorsi. Obbiettivo della Nigerian Navy (che dopo un lungo declino seguito alla rapida espansione degli anni ’70 e ’80, quando acquistò fregate, corvette e anche 2 cacciamine LERICI di Intermarine, ha avviato una nuova fase di modernizzazione), rafforzare il controllo della ZEE e delle aree limitrofe, interessate da oltre un decennio dal crescere della pirateria. Già l’entrata in servizio di nuove unità, compresi 2 fiammanti OPV da 1.800 t tipo P18N cinesi e 4 cannoniere blindate di costruzione nazionale, ha permesso di riprendere la lotta alla pirateria con maggiore vigore, tanto da ridurla ai minimi storici dal 1994. I 2 nuovi OPV rafforzeranno tale risposta: si tratta infatti di sofisticate unità lunghe 78,6 metri e dislocamento di quasi 1.200 t, con ponte di volo per elicottero medio, RHIB e design stealth avanzato. Parte dei sistemi d’arma e degli apparati da imbarcare saranno sviluppati localmente, ma i 2 pattugliatori imbarcheranno un cannone da 76/62 mm SR e uno da 40 entrambi Leonardo, 4 armi da 12,7 mm (2 delle quali a comando remoto), oltre a 2 impianti binati SAM leggeri a corto raggio SIMBAD-RC, e adeguata sensoristica ed elevata automazione, per un equipaggio di soli 46 uomini. Un apparato tutto-diesel su 4 impianti MAN-18VP185 garantirà una velocità di oltre 26 nodi e 3.000 miglia di autonomia.

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anteprima logo RID Sottomarini di seconda mano americani e inglesi in leasing per l'Australia?

Venerdì 29 ottobre, a un evento del Wilson Center a Washington D.C, l’ex Primo Ministro australiano Tony Abbot ha affermato che l’Australia dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di acquistare di 1 o 2 sottomarini statunitensi già operativi. La proposta, che va letta nell’ambito dell’AUKUS, si baserebbe sul presupposto che, da una parte, questi servirebbero per sviluppare un know-how sull’utilizzo degli SNN, dall’altra, per avere dei battelli operativi nel più breve tempo possibile, visto che i futuri sommergibili, frutto della cooperazione strategica e industriale con USA e UK, dovrebbero entrare in servizio nel 2040. L’esigenza australiana di avere dei sottomarini è data anche dal fatto che attualmente la classe COLLINS, di produzione nazionale e derivata dalla classe GOTLAND svedese, ha una data stimata di ritiro programmata per il 2026, spostata al 2030 e che potrebbe essere addirittura ritardata al 2038, in attesa dei nuovi SSN. I candidati per questa eventuale esigenza di “gap filling” potrebbero essere i sottomarini della classe LOS ANGELES-FLIGHT II americana, dotati di capacità VLS per il lancio dei missili TOMAHAWK. In particolare, l’USS PROVIDENCE (SSN-719) e l’OKLAHOMA CITY (SSN-723), i quali sono stati commissionati rispettivamente nel 1985 il primo, nel 1988 il secondo, e che verranno ritirati per dicembre 2022 e giugno 2022. Tuttavia anche la Gran Bretagna potrebbe assolvere a questa esigenza con i propri TRAFALGAR, di cui 4 su 7 già ritirati, battelli che sono destinati ad andare in pensione nei prossimi anni, visto che il Regno Unito si sta dotando di una nuova generazione di SSN, denominata classe ASTUTE.

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anteprima logo RID Fincantieri consegna la sezione di prua della LSS JACQUES CHEVALLIER

Lo scorso 6 novembre, presso lo stabilimento di Fincantieri a Castellammare di Stabia, è stata consegnata la sezione di prua di JACQUES CHEVALLIER, prima unità di 4 LSS (Logistic Support Ship), la cui costruzione è affidata a un consorzio composto da Chantiers de l’Atlantique e Naval Group, all’interno del programma FLOTLOG (Flotte Logistique). Tale programma rientra nell’ambito del progetto italo-francese LSS guidato da OCCAR (Organizzazione per la cooperazione congiunta in materia di armamenti). Per quanto riguarda l’Italia, Fincantieri ha già consegnato la prima LSS, VULCANO, alla Marina Militare.

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anteprima logo RID Etiopia, le milizie tigrine minacciano Addis Abeba

Tra il 28 ed il 30 ottobre scorsi, le milizie del Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino (FLPT), appoggiate dalle unità dell’Esercito di Liberazione Oromo (ELO), hanno conquistato le città di Dessiè (150.000 abitanti) e Combolcià (60.000 abitanti), nello Stato Federale di Amhara, a circa 350 chilometri da Addis Abeba. La conquista di questi 2 centri urbani consente al fronte ribelle di assicurarsi il controllo della principale arteria viaria che collega la capitale etiope ai porti eritrei e a Djibouti, mettendo così a rischio i canali di approvvigionamento per la città e l’area più ricca e popolosa del Paese. Inoltre, con l’entrata a Dessiè e Combolcià, le milizie tigrine ed oromo hanno spostato la linea del fronte nel punto più a sud dall’inizio delle ostilità (novembre 2020), ampliando notevolmente le porzioni di territorio sotto il proprio controllo. Parallelamente, altri focolai di conflitto sono attivi nello Stato federale dell’Oromia, a sud di Addis Abeba, e nella regione a maggioranza somala dell’Ogaden, al confine con la Somalia. Di conseguenza, le Forze Armate etiopi si trovano nella complicata situazione di dover gestire il fronte principale a nord della capitale ed altri fronti minori nel resto del Paese. In risposta alla conquista di Dessiè e Combolcià, il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed ha decretato lo stato d’emergenza e, con un gesto disperato, ha invitato il popolo ad imbracciare le armi e mobilitarsi a difesa della capitale e contro le milizie tigrine ed oromo. Nonostante le Forze Armate etiopi siano supportate da battaglioni dell’Esercito Eritreo, ad oggi l’avanzata dei ribelli appare lontana da perdere slancio. Il rischio che, nelle prossime settimane, il FLPT e l’ELO giungano alle periferie di Addis Abeba è concreto e, con esso, la possibilità che la stagione politica di Abiy Ahmed si avvicini al capolinea. Infatti, il Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino, composto sia da miliziani che da ex militari che hanno disertato, dispone di una potenza di fuoco e di un numero di effettivi (circa 200.000) in grado di affrontare l’Esercito Etiope alternando tattiche simmetriche e asimmetriche. Inoltre, il Fronte può ancora contare su un’eccellente capacità politica che gli permette di consolidare le alleanze con tutte le realtà etnico-tribali che si oppongono al progetto centralista di Ahmed e che vorrebbero il ripristino del modello etno-federalista. Allo stesso modo, l’ELO, seppur non possa vantare gli stessi livelli capacitivi della controparte tigrina, è una milizia che conta circa 5.000 uomini ed un’ampia esperienza sui campi di battaglia maturata attraverso decadi di guerriglia contro il governo centrale. Come se non bastasse, tanto i tigrini quanto gli oromo usufruiscono del supporto internazionale (non ufficiale) del Sudan e dell’Egitto - e pure di alcuni consiglieri di quella galassia “non ufficiale” che gravita attorno all’intelligence francese… - entrambi desiderosi di destabilizzare l’Etiopia e di vedere destituito Ahmed allo scopo di strappare futuri accordi migliori in merito alla questione del riempimento della Grande Diga del Rinascimento. Infatti, il mega-progetto idroelettrico rischia di avere enormi impatti sulla disponibilità idrica per i Paesi a valle del corso del Nilo (Sudan ed Egitto su tutti), compromettendone così la sicurezza nazionale. In caso di vittoria del fronte ribelle, Il Cairo e Khartoum sperano di veder ripagati i loro sforzi con la stipula di nuovi trattati circa i tempi ed i regimi di riempimento della diga.

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anteprima logo RID Il Congresso pressa l’USN per più cantieri e bacini navali

L’US Navy ha reso noti i dettagli relativi ai primi 5 anni del suo ventennale programma di miglioramento della cantieristica navale (Shipyard Infrastructure Optimization Program – SIOP), confermando di aver avviato i primi passi verso gli obiettivi stabiliti. La reazione del Congresso americano non è stata però quella auspicata, con notevoli critiche verso la Marina e il suo Dipartimento, per voce del deputato repubblicano californiano John Garamendi, appartenente al Readiness Panel del House Armed Services Commitee. Nel sottolineare quanto i cantieri e le basi navali siano un’esigenza strategica per garantire la readiness della flotta e delle Forze Armate, il deputato Garamendi, utilizzando piú volte la famosa frase cinematografica “show me the money”, ha attaccato l’US Navy rea di non dare la necessaria priorità e non spendere correttamente i fondi per tale importante esigenza. Per quest’ultima, la Marina statunitense ha, infatti, chiesto per l’anno finanziario 2022 (FY22) 830 milioni di dollari, per poi aggiungerne in un’altra opzione 250, per il primo progetto di bacino di carenaggio previsto dal SIOP, tuttavia giudicato non prioritario dalla Marina. Garamendi, quindi, ha definito questa suddivisione dei fondi, come un “gioco di risorse” al fine di ricevere più soldi dai legislatori. Cifre dunque sottostimate, considerato che il piano ventennale presentato vanta un’assegnazione totale pari a 25 miliardi di dollari, di cui: 8 miliardi per riparare gli ormai vetusti bacini (gli USA non hanno costruito bacini di carenaggio negli ultimi 70 anni), 3 miliardi per nuovi strumenti di lavoro e 14 miliardi per le infrastrutture. Il deputato Joe Courtney, appartenente al medesimo panel, per confermare l’urgenza e la gravità della situazione, ha utilizzato come esempio quanto accaduto al sottomarino nucleare CONNECTICUT, classe SEAWOLF. Quest’ultimo, dal verificarsi dello spiacevole evento del 2 di ottobre (collisione con un oggetto sommerso non ben identificato), è rimasto non operativo e ancorato nel porto di Guam in attesa di ricevere il supporto di un tender sottomarino, in quanto il piú vicino bacino disponibile è situato alle Hawaii. La replica dell’US Navy non si è fatta attendere; pur confermando la criticità del settore, con un età media dei propri cantieri navali, e delle relative infrastrutture, di circa 61 anni (con un età media dei bacini prossima al secolo), ha precisato che il programma SIOP è stato approvato con 3 obiettivi principali: modernizzare le infrastrutture e gli equipaggiamenti esistenti, migliorare le installazioni per supportare le nuove e piú grandi piattaforme navali (come gli SSBN COLUMBIA e le CV FORD) e, infine ottimizzare i processi di riparazione delle piattaforme in servizio. Jay Stefany, il Capo Ufficio responsabile delle acquisizioni per il Dipartimento della Marina, rispondendo al Congresso, ha invece sottolineato quanto l’US Navy stia applicando aggressivamente le lezioni apprese negli ultimi progetti, ottimizzando i processi di organizzazione, acquisizione, design, stima dei costi, e ridisegnando le relative tempistiche.

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anteprima logo RID Su-35 russi al confine con la Turchia? Le grandi manovre di Mosca

La scorsa settimana almeno un caccia da superiorità aerea Su-35S FLANKER russo era presente presso l’aeroporto di Qamishli, nella Siria nordorientale. Si tratta del primo rischieramento conosciuto di velivoli russi su tale aeroporto, situato in un’area strategica nei pressi del confine con la Turchia e non lontano dalle forze americane ancora presenti in Siria. È possibile che la presenza del Su-35 – anche se alcune fonti segnalano un numero maggiore di FLANKER, tra 2 e 5, più cacciabombardieri Su-34, elicotteri Mi-8 e Ka-52 e Mig-29 siriani - indichi la volontà di Mosca di consolidare la propria presenza sul territorio siriano anche in tale zona, con un rischieramento semi-permanente di velivoli per l’esecuzione di operazioni di ricognizione ed attacco in un momento in cui si assiste ad un aumento dei raid aerei russi contro le milizie filo turche e le milizie qaediste situate nella parte settentrionale del Paese (a nord di Idlib e nelle aree a ridosso del confine tra Siria e Turchia). Peraltro, dal 2016, la Russia ha più volte utilizzato Qamishli, in modo più o meno regolare, per effettuare operazioni con elicotteri in supporto alle forze terrestri, nonché come base avanzata per i frequenti voli di rifornimenti dei velivoli da trasporto Il-76 che, da ottobre 2019, in seguito al ritiro delle forze americane e dei loro partner curdo-siriani dall’area – forze ridisclocate in altre basi della Siria nordorientale, tra Malikiyah e l’autostrada M4, 70/80 km ad est dell’aeroporto - supportano i regolari pattugliamenti delle forze russe intorno a Qamishli. Tuttavia, tenuto conto che il numero di Su-35 è ancora dubbio, così come la presenza stessa degli altri velivoli menzionati, è maggiormente verosimile ritenere che la presenza degli aerei, magari di un unico FLANKER, sia dovuta ad una situazione puramente contingente, come una breve sosta dopo una missione di scorta (le foto mostrano un Su-35 armato con missili aria-aria R-73, R-77 e pod ECM L175M KHIBINY-M), oppure a causa di un guasto o, ancora, effettuata per rifornirsi. Discorso diverso in caso di conferma della presenza di un numero maggiore di FLANKER e delle diverse tipologie dei suddetti aerei ed elicotteri, elementi che lascerebbero pensare ad un’esercitazione. Va evidenziato, inoltre, che la presenza permanente di aerei da combattimento russi nel quadrante nordorientale siriano, rappresenterebbe una novità potenzialmente rischiosa, tenuto conto degli accordi di “deconfliction” tra Russia e Stati Uniti che prevedevano una sorta di “divieto” di rischieramento per i velivoli russi in tale zona. Ciò detto, lo spostamento di tali aerei potrebbe rappresentare anche un messaggio di Putin ad Erdogan che ha dichiarato l’imminente avvio di una nuova offensiva turca contro le SDF curde, presenti in larga parte intorno a Kobane, ma anche nei governatorati nordorientali di Raqqa e Hasakah; in quest’ultimo ricade proprio Qamishli.

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anteprima logo RID Assegnato a General Electric il contratto per i motori dell’F-15EX

Il 29 ottobre L’USAF (United States Air Force) ha assegnato un contratto da 1,58 miliardi di dollari a General Electric, per fornire 29 motori F110. Tali motori garantiranno la propulsione dei primi 12 F-15EX EAGLE II. Le consegne inizieranno dal 2023. Inoltre all’interno del contratto sono presenti 7 opzioni per un possibile ordine totale di 329 motori, con consegna finale nel 2031. L’F-15EX è l’ultima versione dell’F-15, entrato in servizio verso la fine degli anni ‘70. Il velivolo è dotato di controlli fly-by-wire, cockpit digitale e della suite di guerra elettronica integrata EPAWSS (Eagle Passive Active Warning Survivability System, prodotto da BAE System Inc.). Il motore F110 è stato, ad oggi, costruito in oltre 3400 unità, ha accumulato più di 10,5 milioni di ore di volo ed è presente anche negli F-16C/D, come segno della sua affidabilità.

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anteprima logo RID Marocco e Algeria ai ferri corti sul Sahara Occidentale

Il 3 novembre, la presidenza algerina ha accusato il Marocco di aver ucciso 3 suoi cittadini in un bombardamento condotto con non meglio precisati “armamenti sofisticati” mentre viaggiavano su 2 camion tra la capitale della Mauritania Nuoakchott e la città algerina di Ouargla. L’Algeria non ha specificato il luogo esatto dell’attacco ma si tratta probabilmente della parte di Sahara Occidentale controllata dal Fronte Polisario, il gruppo indipendentista saharawi appoggiato fin dal 1975 dagli algerini contro l’occupazione del Marocco. Secondo un sito vicino all’intelligence di Algeri, Mena Defense, il bombardamento sarebbe avvenuto a Bir Lahlou, la città che Polisario considera la propria capitale nel Sahara Occidentale a 200 km da Tindouf, Quartier Generale del gruppo in terra algerina. Nonostante Rabat abbia subito smentito, Algeri ha promesso una qualche forma di rappresaglia. Con i fatti di Bir Lahlou, le relazioni tra Algeria e Marocco toccano il minimo storico. I 2 paesi maghrebini hanno sempre avuto un rapporto complicato, alimentato proprio dal dossier del Sahara Occidentale oltre che dalle differenze dei 2 sistemi politici, dalla competizione per la proiezione nel continente africano e dalla rivalità dei rispettivi alleati internazionali. Ma gli eventi dell’ultimo anno hanno accelerato e reso di nuovo calda questa crisi pluridecennale. L’innesco è stato il cambio di guardia ad Algeri: caduto Bouteflika (aprile 2019), e chiusa rapidamente e senza troppi scossoni evidenti la fase di protagonismo della piazza con il referendum sulla Costituzione del 1° novembre 2020, la nuova leadership algerina ha portato con sé un nuovo approccio alle dinamiche regionali. Dalle Primavere Arabe a oggi, ragiona adesso Algeri, il Paese ha sprecato un decennio chiudendosi al suo interno, in un riflesso di ostinata conservazione dello status quo e del regime clientelare di Bouteflika. In questo periodo Algeri ha smesso di presidiare i più importanti dossier di politica estera offrendo al Marocco lo spazio per rilanciare la sua azione esterna. Gli eventi dell’ultimo anno disegnano un’inversione di marcia, accelerata e resa forse più ruvida dall’avvicinarsi del Marocco alla principale linea rossa in politica estera per Algeri: l’annessione de jure del Sahara Occidentale, ventilata dal riconoscimento della sovranità marocchina sull’area da parte degli USA di Trump in cambio della normalizzazione dei rapporti tra Rabat e Tel Aviv nel quadro degli accordi di Abramo (dicembre 2020). Su questo sfondo si colloca il nuovo attivismo algerino contro il Marocco, espresso spesso attraverso azioni del Polisario concentrate nella zona del valico di Guerguerat (tra cui si segnala il lancio di razzi verso la città sotto controllo marocchino). Rabat non è rimasta inerte e ha anzi risposto anche in modo estremamente muscolare. Su tutti si ricordi lo strike mirato, compiuto probabilmente con un drone lo scorso aprile, contro il leader militare del Polisario, Dah al-Bendir (ucciso), e il capo politico Brahim Ghali (sopravvissuto). Negli ultimi mesi, le tensioni sono tracimate in modo inequivocabile anche sui rapporti bilaterali tra i 2 paesi: a luglio il Marocco ha espresso supporto per il Mouvement pour l’autodétermination de la Kabylie (MAK), un gruppo indipendentista radicato nella provincia algerina con la più lunga tradizione ribellista, l’Algeria ha rotto i rapporti diplomatici con Rabat a fine agosto, e poche settimane fa ha annunciato la chiusura del gasdotto Gaz-Maghreb-Europe (GME) che arriva in Spagna attraverso il territorio marocchino. L’attacco di Bir Lahlou segna una nuova tappa in questa escalation e può accelerare alcuni processi in corso, sia sul piano diplomatico sia su quello politico-militare.

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