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anteprima logo RID B-1B, completato l’aggiornamento avionico

Il programma di aggiornamento del sistema avionico e di missione dei bombardieri strategici B-1B LANCER si è ufficialmente concluso con l’upgrade effettuato sull’ultimo dei 62 esemplari lo scorso 23 settembre dal 567° Aircraft Maintenance Squadron della base aerea di Tinker. Il programma IBSM (Integrated Battle Station Modicifation), partito alla fine del 2012 e costato 1,27 miliardi di dollari, ha previsto l’integrazione di un datalink-16 integrato con display multifunzione - che sfrutterà le capacità di comunicazioni tattiche oltre la linea dell’orizzonte garantite dal JREAP (Joint Range Extension Applications Protocol) già presente sui B-1B - di 4 nuovi display a colori ad alta definizione (VSD), che sostituiscono i 2 monocromatici precedentemente utilizzati da pilota e copilota e, infine, di un sistema di controllo/test centralizzato (CITS) con relativo display per il monitoraggio e la diagnostica dei sistemi e della strumentazione del velivolo. Si tratta del maggior upgrade effettuato sui B-1B dalla loro entrata in servizio in termini di dimensioni e complessità – per dare un’idea, sono stati sostituiti 17.000 pezzi e installati 15 km di cavi su ogni singolo velivolo - upgrade che garantirà agli equipaggi maggior flessibilità nella gestione delle missioni e, soprattutto, un sensibile miglioramento nelle capacità di situational awareness riguardo a possibili minacce aeree o terrestri, con conseguente maggior rapidità nell’effettuazione di eventuali manovre difensive o offensive. Dal punto di vista numerico, se il Congresso dovesse approvare il ritiro di 17 LANCER nel 2021, come richiesto nell’ultimo budget della difesa, i velivoli ritirati saranno quelli più anziani, mentre i restanti 45 dovrebbero proseguire il servizio fino al 2035/2036 come da programma.

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anteprima logo RID La Cina schiera i J-20 contro Taiwan

Secondo diverse fonti cinesi e taiwanesi, Pechino avrebbe rischierato un numero imprecisato ma ristretto (probabilmente non più di un paio), di caccia stealth J-20 dalla base aerea di Wuhu (provincia orientale di Anhui) verso Quzhou, (nello Zhejiang) situata a sudest della prima e maggiormente vicina alla costa orientale cinese e a circa 500 km da Taiwan. La difesa cinese non ha confermato tale rischieramento, parlando genericamente di un continuo e regolare spostamento di velivoli e unità navali partecipanti ad un’esercitazione aeronavale a larga scala in corso dallo scorso 18 settembre nello stretto che separa la Cina da Taiwan. L’attività in questione coinvolge diversi assetti aerei di fascia alta delle FA cinesi, tra cui apparecchi antisom Y-8Q, aerei AEW&C KJ-500 e velivoli da guerra elettronica Y-9. Posto che i J-20 possano essere effettivamente coinvolti in tali attività addestrative, non è da escludere che il loro rischieramento, effettuato in pieno giorno nei pressi di un’area densamente popolata, possa rappresentare anche un messaggio d’avvertimento alla “provincia ribelle” ed al suo alleato statunitense dopo i recenti attriti. Va ricordato che la Cina dispone di oltre 40 J-20 operativi, la maggior parte dei quali assegnati alla 9ª Brigata di stanza a Wuhu.

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anteprima logo RID Germania, cancellata la gara per l’elicottero pesante

La Difesa tedesca ha annunciato ufficialmente la cancellazione della gara per il nuovo elicottero pesante con il quale rimpiazzare i CH-53G attualmente in servizio con l’Aeronautica. I candidati erano il Boeing CH-47F ed il Sikorsky CH-53K ed una selezione avrebbe dovuto essere annunciata entro l'anno per giungere all’assegnazione del contratto il prossimo anno. Le ragioni dietro la scelta riguardano i costi, giudicati in questa fase troppo elevati. A questo punto tutto il programma dovrà essere rivisto e rimodulato.

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anteprima logo RID Nagorno Karabakh, avanzano gli azeri

Il conflitto nel Nagorno-Karabakh entra oggi nel suo 4° giorno. Le principali zone di scontro restano quelle nordorientali (fronte Mantakert/Talish/Tartar) e sudorientali (fronte Fuzuli). 

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anteprima logo RID Primo volo per il nuovo UAV britannico PROTECTOR

Il primo esemplare del nuovo super-MALE PROTECTOR RG MK1 destinato alla RAF ha effettuato il volo inaugurale. Il velivolo verrà ufficialmente consegnato al MoD britannico entro l’estate 2021. Il PROTECTOR è una variante customizzata per le esigenze britanniche dello SKY GUARDIAN MQ-9B di General Atomics ed è stato ordinato per il momento in 3 esemplari su un totale atteso di 16. Il PROTECTOR rimpiazzerà in seno alla RAF i REPAER e sarà armato con missili aria-sup leggeri MBDA BRIMSTONE e con bombe guidate PAVEWAY IV. La flotta di PROTECTOR britannici entrerà in servizio con la RAF a partire dal 2024 dalla base di Waddington. Ulteriori dettagli su RID 11/20.

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anteprima logo RID M-345, un altro passo verso la consegna

L’Autorità Nazionale per l’Aeronavigabilità Militare ha rilasciato il Certificato di Qualificazione per l’aerea da addestramento intermedio Leonardo M-345, T-345A per l’Aeronautica Militare. Tale certificato consente di completare la fase del programma denominata Initial Certification (IC) e di avviare la procedura di collaudo per la consegna dei primi velivoli alla Forza Armata.  Il T-345A è il primo aeromobile ad ala fissa che viene certificato ai sensi del più avanzato standard internazionale di aeronavigabilità. Il significativo traguardo certificativo raggiunto è frutto di 5 anni di intenso lavoro da parte di Leonardo e dell’Autorità, unitamente al preziosissimo e indispensabile supporto fornito dal Reparto Sperimentale Volo (RSV) dell’Aeronautica Militare. Il T-345A, grazie all’avionica avanzata e al sistema di addestramento integrato, consentirà all’Aeronautica Militare di ottenere un significativo miglioramento dell’efficacia addestrativa e una maggiore efficienza dei velivoli. La riduzione dei costi di esercizio sarà determinata dall’elevata vita a fatica delle parti prevista dal design e dal basso livello di manutenzione richiesto. L’M-345  è già stato selezionato da 2 clienti internazionali, mentre l’Aeronautica Militare ne ha ordinati 18 esemplari (5 + 13) e si appresta ad introdurlo in servizio. L’AM ha un requisito al momento espresso in 45 macchine che dovranno andare ad alimentare l’hub per l’addestramento primario di Lecce/Galatina della nuova International Flight Training School (IFTS), mentre l’hub per l’addestramento avanzato su M-346 sarà come basato a Decimomannu (Cagliari).

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anteprima logo RID Cinquecento navi e oltre per l'US Navy

Stanno iniziando a filtrare le prime indiscrezioni circa la revisione della struttura delle forze dell’US Navy condotta dal Pentagono in questi mesi. Ancora le raccomandazioni finali non sono state sottoposte al Segretario alla Difesa Mark Epser, ma si parla di una futura flotta composta da un numero di unità compreso tra 480 e 530, con una robusta aliquota di unità non pilotate o a pilotaggio opzionale, sia di superficie che subacquee. Una vera e propria rivoluzione, insomma, considerato che gli studi commissionati dal Pentagono immaginano anche una riduzione delle super-portaerei da 11 a 9, una significativa riduzione delle navi anfibie tradizionali e il procurement di 4 portaerei leggere a propulsione convenzionale. A ciò bisogna aggiungere l'acquisizione di 20-30 Light Amphibious Warship per i Marines ed il rafforzamento della componente logistica con l'acquisizione di nuove unità “piccole” derivate dagli OSV (Offshore Supporto Vessel). Dettagli e approfondimenti su RID 11/20.

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anteprima logo RID Guerra Armenia-Azerbaijan, nuovo atto

Il Caucaso torna ad infiammarsi. Da 2 giorni, infatti, sono ripresi, e su vasta scala, i combattimenti tra armeni e azeri attorno all’enclave del Nagorno-Karabakh, la regione a maggioranza armena ma inclusa nel territorio dell’Azerbaijan, di fatto controllata dall’Armenia dopo la guerra conclusasi nel 1994. In 48 ore si parla già, sebbene con toni di propaganda, di centinaia di caduti, cittadine bombardate, gravi perdite di materiali, ecc. Il primo conflitto era costato 30.000 morti, e iniziato in forma di scontri etnici già nel 1988, durante la fase di declino dell’URSS, che nella regione aveva gestito il potere più all’insegna del vecchio “divide et impera”, che delle teorie di Marx. Quando nel 1991 il gigante sovietico era collassato, Armenia e Azerbaijan erano divenute repubbliche indipendenti, ereditando assieme agli arsenali ex sovietici anche il conflitto per il controllo del Nagorno-Karabakh, spentosi nel 1994 con un cessate il fuoco e con la vittoria armena. La Repubblica del Nagorno-Karabakh, non riconosciuta dall’ONU, è di fatto integrata – apparato militare compreso – nello stato armeno, che gode del supporto di Mosca, che nella regione schiera basi militari e aeree, con 4.000 uomini. Baku, forte del suo status di potenza petrolifera, ha invece stretti legami con Occidente, soprattutto con l’Italia, prima destinataria dell’export petrolifero azero, Israele e Turchia: e in queste ore a gettare benzina sul fuoco c’è proprio il “sultano” turco Erdogan, mentre la Russia ha una posizione più moderata, ma schierata con l’Armenia. Dopo il 1994 in realtà tensioni e incidenti armati non sono mai cessati, e già nell’aprile 2016 sfociarono nella cosiddetta “guerra dei 4 giorni”, costata alcune centinaia di morti e feriti, con la perdita di qualche postazione difensiva e di mezzi corazzati e aerei da ambo le parti. Un sanguinoso stallo che in questi anni ha innescato una mini-corsa al riarmo (per Baku favorita dai proventi petroliferi, per Yerevan supportata da Mosca), mentre riprendevano gli incidenti quasi quotidiani. Il più grave ha innescato un primo conflitto a partire dallo scorso 12 luglio, quando si sono registrati scontri anche con armi pesanti, che danno “il tono” al livello della contesa, rispetto alle frequenti scaramucce tra pattuglie con raffiche di mitragliatrice e qualche colpo di mortaio. Ma oltre ad essere ben presto stati caratterizzati da una violenza non più registrata dal 2016, i nuovi scontri si sono svolti, in maniera del tutto inedita e decisamente allarmante, nel settore frontaliero di Tavush; ossia nelle regioni di confine del nord, a centinaia di km dal Nagorno-Karabakh tradizionalmente conteso. Scontri durati per 5 giorni, nella fase più violenta, con l’impiego di artiglieria, blindati e UAV, e 15-20 morti e decine di feriti, sebbene sui numeri pesi – anche oggi – una guerra di opposte e virulente propagande, che non consentono valutazioni precise. Più sporadici incidenti sono proseguiti sino a fine luglio, mentre tra agosto e settembre si intensificavano le esercitazioni militari: in collaborazione con Mosca quelle sul lato armeno; col supporto turco, e la presenza di miliziani siriani filo-turchi (sorta di “legione straniera” messa in piedi da Erdogan per intervenire nelle zone di interesse strategico, dalla Siria alla Libia), quelle azere. Poi, domenica 27 settembre, la ripresa dei combattimenti su vasta scala nel Nagorno-Karabakh. Anche questa volta, la propaganda ha gettato la sua pesante cortina fumogena sugli eventi. I 2 paesi ormai quasi in guerra aperta – entrambi hanno dichiarato legge marziale e mobilitato i riservisti – si accusano reciprocamente di aver sparato il primo colpo. Il governo armeno (tra i 2 il più improntato a modelli democratici, ma comunque fortemente nazionalista e legato a Mosca) accusa Baku di aver bombardato anche con missili a lunga gittata Stepanakert, capitale del Nagorno-Karabakh. Il governo azero, dal 1993 controllato dalla “dinastia” degli Alyev – già potente sotto l’URSS, ma dal profilo moderato e attenta ai rapporti con le democrazie occidentali -, controbatte accusando le milizie armene di aver aperto il fuoco sui villaggi confinari. Anche circa i primi scontri, le notizie sono contraddittorie. Baku usa toni trionfalistici, rivendicando di aver conquistato in 48 ore 7 villaggi, ucciso o ferito 550 soldati nemici, distruggendo 40 tra carri e VCC, UAV, semoventi, e bombardato 12-15 batterie antiaerei. Yerevan parla di 200 soldati azeri caduti, 45 tra carri e IFV distrutti, assieme a 4 elicotteri e 27 droni abbattuti, negando perdite territoriali. Fonti indipendenti valutano sinora in 40 morti e 100 feriti circa le perdite, civili compresi (qualche granata sarebbe caduta anche nel vicino territorio iraniano), mentre i video diffusi mostrano almeno 3 o 4 mezzi corazzati azeri colpiti, i rottami di alcuni velivoli abbattuti, e postazioni SAM e radar armene colpite. Oltre a case danneggiate dai bombardamenti, e civili come al solito finiti tra incudine e martello.

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anteprima logo RID Nagorno Karabakh, le forze in campo

Nel 2021 Azerbaijan e Armenia festeggeranno i 30 anni dall’indipendenza da Mosca; ma, al pari della milizia dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh (sostenuta da Yerevan, e di fatto collegata all’apparato statale militare armeno) i loro arsenali sono ancora largamente formati da sistemi d’arma “made in URSS”, e per lo più risalenti agli anni ’70 e ’80, sebbene ammodernati e supportati dall’industria russa. Chi si è più smarcato da Mosca, pur non rompendo i legami con i fornitori ex sovietici, è il governo azero: entrambi i paesi hanno inoltre accelerato i programmi di upgrade o di nuove acquisizioni dopo la breve “guerra dei 4 giorni” dell’aprile 2016, il più grave confronto armato dal “cessate il fuoco” del 1994, e prima della nuova fiammata dell’estate 2020. Nei programmi militari, l’Azerbaijan è decisamente avvantaggiato dai proventi del petrolio, e dal supporto turco (assicurato con un accordo quadro del 2009, e che vuol dire accesso anche ai sistemi d’arma e alle dottrine di area NATO) e israeliano, e già prima del conflitto del 2016 aveva costantemente incrementato la spesa militare, con una crescita stimata di quasi il 500% a partire dal 2012. Baku, pur continuando ad acquistare sistemi d’arma da Mosca, ha così differenziato le fonti di approvvigionamento, che includono anche Stati Uniti, Pakistan e Sudafrica, mentre col Canada è stata formata una joint venture, AZCAN Defence Solutions. Le Forze Armate Azere contano su circa 70.000 effettivi, tra coscritti e volontari, cui si aggiungerebbero 300.000 riservisti in caso di mobilitazione, sebbene di discutibile efficienza. Con 57.000 effettivi, che alimentano 31 brigate – di cui 4 meccanizzate e 1 SOF – inquadrate in 5 comando di corpo d’armata, l’Esercito è il nucleo principale dell’apparato militare azero. La componente pesante (mezzi corazzati, artiglieria) è di derivazione largamente russo-sovietica, ma con un crescente numero di materiali moderni. Come i 100 carri T-90S consegnati nel 2013-2015 (con una opzione per altri 100 non ancora esercitata), che si aggiungono a circa 500 T-72 acquisiti da varie fonti, sottoposti al programma ASLAN dell’israeliana Elbit Systems, comprendente nuovi sensori e corazze aggiuntive. Programmi simili sono in corso per la modernizzazione di APC e IFV. Tra 2007 e 2015 i nuovi acquisti comprendevano 100 BMP-3M e altrettanti BTR-80A, mentre venivano avviati gli upgrade per circa 400 BMP-2 e BTR-70; mezzi che secondo alcune fonti potrebbero essere in parte sostituiti da 8x8 PIRANHA-V, mentre nei depositi della riserva, o presso i centri addestrativi, restano i più datati T-55, BMP-1 e APC tipo MT-LB e BTR-60. Nel 2017-2018 sono invece stati acquistati anche altri 24 BMP-3 in versione cacciacarri Khrizantema-S, e 76 BTR-82A. Per i mezzi blindati medio-leggeri, invece, il materiale russo-sovietico è stato quasi completamente sostituito con mezzi turchi (Otokar COBRA e ZPT), israeliani (ABIR, STORM), cui si aggiungono mezzi MRAP realizzati su licenza (140 tra MARAUDER e MATADOR sudafricani in produzione dal 2009 al 2014), mentre dal 2017 sono in consegna APC 4x4 SENTRY e HURON della AZCAN, anche per il ministero degli Interni. Simile l’ammodernamento dell’artiglieria, che ai datati sistemi ex URSS (per lo più obici a traino da 122, 130 e 152 mm) sta affiancando una moderna e robusta componente di semoventi e lanciarazzi campali, comprendente anche 15 tra autocannoni e mortai semoventi ATMOS-2000 e CARDOM israeliani, e oltre 100 lanciarazzi russi TOS-1 e turchi T-107/122/300, tutti entrati in servizio dopo il 2010. Dopo il conflitto del 2016, che aveva posto in evidenza alcune criticità (e provocato qualche perdita) sono stati acquistati altri sistemi d’arma, per lo più semoventi, sia nuovi che ricondizionati: 10 lanciarazzi ruotati pesanti da 300 mm B-200BM POLONEZ venduti dalla Bielorussia nel 2017 (assieme a 26 obici trainati da 152 di seconda mano), mentre dagli arsenali ex cecoslovacchi sono arrivati, sempre nel 2017-2018, 30 lanciarazzi semoventi RM-70 da 122 mm e alcune decine di semoventi ruotati da 152 mm DANA. Israele ha fornito altro materiale sofisticato, compresi nel 2018 4 lanciatori LORA per 50 missili “quasi-balistici” (Short-Range Ballistic Missile-SRBM) con gittata sino a 300 km e guida INS/GPS. L’armamento individuale e di squadra è pure in fase di aggiornamento con missili SPIKE anticarro e SA-24 sup/aria, e con la fanteria dal 2018 riequipaggiata con il nuovo fucile d’assalto prodotto su licenza AZTEX AR-15, mentre UAV e radar di tiro israeliani e russi supportano l’ammodernamento dell’artiglieria azera. UAV (HEMERS-450 e dal 2017 HERMES-900, HERON, SEARCHER) in carico anche all’Aeronautica, la cui punta di diamante è rappresentata da una squadriglia di MiG-29 ex ucraini acquistati e ammodernati nel 2006-2011, una di Su-25 venduti dalla Bielorussia nel 2009 e 24 elicotteri d’attacco HIND, ricostruiti allo standard Mi-35M nel 2011-2014. A questi mezzi si aggiungono L-39 da attacco e addestramento avanzato, affiancati dal 2018 da 10 MFI-17 da addestramento basico di produzione pakistana. Quest’ultimo è il primo passo di un ambizioso programma di ammodernamento dell’Aeronautica azera, proseguito 6 mesi fa con l’annuncio relativo al potenziale acquisto di un primo lotto di 12 M-346T da addestramento avanzato, con opzioni per un secondo lotto in versione FA, mentre sono in valutazione moderni caccia multiruolo MiG-35, Su-35 e cino-pakistani JF-17, in risposta ai nuovi programmi armeni, che tentano di ovviare a una inferiorità numerica pari a 1 a 3, con mezzi sofisticati. Anche la flotta di elicotteri tattici in fase di implementazione, col contratto siglato nel 2010 per 66 Mi-17, mentre anche i sistemi SAM sono in fase di ammodernamento con BARAK-8 israeliani e S-300PMU2 russi ordinati nel 2010-2011, e un radar spagnoli LANZA-LTR, operativo dal 2019. Prosegue anche l’ammodernamento della piccola Marina azera, componente chiave per la protezione delle strategiche piattaforme petrolifere offshore nel Caspio, ma che esula dal conflitto con l’Armenia. Pur disponendo di minori risorse, l’apparato militare armeno ha del pari proseguito il suo potenziamento, avvantaggiato da una mentalità “israeliana”, rafforzato dalle milizie del Nagorno-Karabakh e da un contesto strettamente difensivo; e dal supporto di Mosca, presente in Armenia con basi e uomini. Dato lo svantaggio demografico ed economico nei confronti di Baku, Yerevan mantiene una forza attiva di quasi 56.000 effettivi tra militari e paramilitari, cui vanno aggiunti i 21.000 uomini delle forze di autodifesa del Nagorno Karabakh, e oltre 200.000 riservisti. L’equipaggiamento è decisamente più datato. L’Esercito, su 5 piccoli corpi, impiega quasi esclusivamente mezzi ex sovietici e russi ceduti negli anni ’90 e 2000, compresi quelli delle milizie armene, con 200 carri T-72 di varie versioni e 20 più recenti T-80, mentre la componente per il trasporto truppe dispone di alcune centinaia di BMP-1/2, BTR e BRDM di vari modelli, con programmi di ammodernamento che, per ora, avrebbero riguardato solamente i BTR-70, con nuovi motori e torretta da 30 mm. Dopo la guerra del 2016, per ovviare alle criticità emerse, sono stati avviati programmi di ammodernamento per i carri, portati allo standard T-72B3, e acquisito un piccolo lotto (forse 20-30 esemplari) di T-90S. Lo stesso discorso vale per l’artiglieria, un campionario del vecchio arsenale dell’URSS, con pochi “pezzi” più recenti, come i missili a corto raggio ISKANDER, che però sono gestiti dai militari russi presenti in Armenia. Maggiore attenzione è stata data al materiale individuale e di squadra destinato alla fanteria armena, che può contare su un morale più alto, grazie alle vittorie ottenute negli anni ’90, e a posizioni difensive fortificate con cura, e su più moderni mortai israeliani e missili anticarro russi, oltre a MILAN e MANPADS tipo IGLA; un riequipaggiamento implementato dopo il 2016, anche per ripianare perdite e consumi. Dopo quel conflitto, inoltre, Yerevan ha cercato di ovviare alla sua debolezza in materia di difesa aerea (in parte compensata dalla presenza di basi russe), cui il programma di ammodernamento lanciato nel 2003 non ha posto rimedio. La difesa aerea è, di fatto, assicurata da caccia MiG-29, elicotteri Mi-24P e da sistemi SAM S-300V dispiegati da Mosca nelle basi armene, che curano anche l’addestramento dei piloti di Yerevan. Questi ultimi possono contare su meno di 20 tra Su-25 da attacco e L-39 da addestramento e appoggio tattico acquistati di seconda mano da Ucraina e Slovacchia tra 2004 e 2010. La flotta ad ala rotante impiega invece una trentina tra elicotteri d’attacco Mi-24/35 e da trasporto Mi-8/17, mentre è attiva una discreta linea produttiva di rustici droni nazionali, circa 40 in servizio. Dopo la guerra del 2016 non solo sono stati presi in considerazione gli Yak-130, per sostituire Su-25 e L-39; soprattutto, nel 2019 è stato siglato un primo contratto per la consegna immediata di 4 fiammanti caccia Su-30SM, operativi da fine 2019 – forse con piloti a contratto russi, in attesa di formare quelli nazionali –, e altri 8-12 velivoli in opzione. Aerei decisamente più sofisticati di quelli azeri, e schierati assieme a 2 nuovi sistemi SAM Tor-M2KM.

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Nel corso del Forum ARMY 2020, svoltosi dal 23 al 29 agosto al Patriot Park di Kubinka nei pressi di Mosca, il settore dei droni si è dimostrato particolarmente vivace. Sono emerse infatti molte novità relative sia a progetti in corso (alcuni dei quali già svelati in passato ma senza molti dettagli), sia a sistemi interamente nuovi. La Russia ha sempre investito nello sviluppo di macchine senza pilota (UAV, Unmanned Aerial Vehicle, e UCAV, Unmanned Combat Aerial Vehicle) anche se, forse, con meno convinzione rispetto ad altri Paesi. Per tale ragione i suoi sviluppi in questo campo sono indubbiamente un po’ meno avanzati rispetto a quanto realizzato negli USA ed in Israele (nazioni che costituiscono i punti di riferimento mondiali nel campo dei velivoli unmanned) e pure rispetto a realtà emergenti come la Cina o la Turchia. In questo momento, infatti, Mosca ha un certo gap tecnologico e capacitivo nei loro confronti, un divario che sta (faticosamente) cercando di colmare. A spingere ulteriormente a favore degli investimenti nel settore dei droni stanno anche contribuendo le recenti esperienze nei teatri siriano e libico: 2 contesti nei quali l’impiego dei velivoli senza pilota (soprattutto di concezione turca e cinese) è stato sempre più massiccio e si è rivelato estremamente pagante. Un fenomeno, quello della diffusione di UAV ed UCAV, che ha spinto la Russia a concentrare i propri sforzi non solo nel campo dei sistemi anti-drone ma anche verso un potenziamento dei propri sistemi unmanned. Gran parte delle novità esposte ad ARMY 2020 erano il frutto del lavoro della società privata Kronshtadt: l’evento ha permesso comunque di fare il punto su molti programmi di Mosca nel settore dei velivoli unmanned. Anche i Russi, dopo i Cinesi, hanno realizzato, con l’ORION (noto anche come INOKHDETS) la propria “interpretazione” del light-MALE (Medium Altitude, Long Endurance) PREDATOR di General Atomics.

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La Marina Canadese ha superato i 110 anni di vita, essendo nata nel 1910 quale forza navale (Naval Service of Canada) del Dominion britannico, stato sovrano (sotto la corona inglese) dal 1867. Nel 1911 divenne la Royal Canadian Navy, distintasi nelle battaglie dell’Atlantico dei 2 conflitti mondiali, e quindi prezioso strumento della forza antisom NATO durante la Guerra Fredda. Impegni che hanno inciso profondamente nell’attuale struttura della Marina Canadese. Nel 1968, al termine di un radicale processo di riorganizzazione interforze dell’apparato militare nazionale, la componente navale - ora “integrata” - prendeva la denominazione di Maritime Command (MARCOM ). Il 16 agosto 2011, tuttavia, per sottolineare spirito e tradizioni della forza navale canadese il Governo ha riesumato la vecchia denominazione di Royal Canadian Navy (1). Un ritorno però più al futuro che al passato: lo spirito interforze che segna profondamente da oltre mezzo secolo il mondo militare canadese non viene messo in discussione (dal ‘75 infatti la stessa componente aeronavale è gestita dalla Royal Canadian Air Force), mentre proprio nel 2012 la connotazione joint è stata rafforzata dalla nascita del Canadian Joint Operations Command (CJOC), che integra in 6 task force regionali le varie componenti delle Forze Armate nazionali. Di queste, 2 sono a guida “navale”: ossia la Joint Task Force Pacific, con base a Victoria, nella Columbia britannica, e il doppio cappello del comando della flotta del Pacifico; e la Joint Task Force Atlantic di Halifax, nella Nuova Scozia, sede delle forze navali canadesi in Atlantico. Più composita la Joint Task Force North, attivata in maniera autonoma nel 2006 sulle ceneri della Canadian Forces Northern Area (CFNA), esistente dal 1970, e che il profilarsi di nuovi scenari (legati alle conseguenze dei cambiamenti climatici) e il riaffacciarsi della minaccia russa nella regione artica, riempiono di nuovi significati; sebbene per il momento i reparti inquadrati nella JTF-N siano incentrati su fanteria leggera, ranger artici, e aerei da collegamento e supporto logistico.

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anteprima logo RID Gli aspetti militari della Guerra Ibrida

Uno dei termini che negli ultimi anni è emerso con maggiore forza negli ambiti militari è “Guerra Ibrida”. Il suo interesse in Occidente risale all’occupazione russa della Crimea nel 2014 e al conflitto con l’Ucraina. Il termine viene fatto, erroneamente, risalire alla cosiddetta Dottrina Gerasimov, dal nome del generale russo Capo di Stato Maggiore della Difesa e Vice Ministro della Difesa. In realtà Gerasimov non ha mai enunciato una vera e propria dottrina, ma ha parlato della Guerra di nuova generazione (New Generation Warfare), voyna novogo pokoleniya, o anche “Guerra del XXI Secolo”, nell’ambito di un articolo del 2013 che ha avuto una notevole rilevanza, tanto in patria quanto all’estero. Lo studio presentato da Gerasimov prende anzi lo spunto da diverse operazioni condotte dall’Occidente, ad esempio il ruolo avuto dalla NATO nella ex Jugoslavia, per sottolineare come l’Occidente abbia creato una situazione che agevolasse e legittimasse l’intervento militare. A suo avviso gli Stati Uniti ed altri Paesi NATO hanno sobillato gruppi indipendentisti, fornendo loro armi, sostegno finanziario e guida, creando così una situazione di crescente instabilità e violenza ed hanno condotto una campagna di disinformazione tale da focalizzare tutte le colpe sul Governo federale e successivamente sulla Serbia, paventando rischi di pulizia etnica e di massacri della popolazione civile non-serba. In tal modo gran parte dell’opinione pubblica mondiale ha preso posizione a favore di un intervento militare che invece di ristabilire la pace e la stabilità, ha condotto una campagna di aggressione contro la Serbia, fino ad arrivare alla progressiva demolizione della Repubblica federale di Jugoslavia in una serie di stati etnici favorevoli all’Occidente, isolando la Serbia filo-russa e sottraendole successivamente anche il territorio della provincia kosovara ribelle. Un altro esempio portato da Gerasimov riguarda l’Operazione IRAQI FREEDOM del 2003. Per influenzare l’opinione pubblica mondiale gli Stati Uniti hanno inventato un inesistente programma di armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, hanno indebolito il regime attraverso uno strettissimo embargo, si è fornito aiuto ai gruppi indipendentisti interni, si sono corrotti numerosi comandanti militari, ed infine si è intervenuti con una capacità militare molto avanzata, con una campagna intensa ma di breve durata, specialmente in termini di strike di precisione ed integrazione tra forze aeree e forze di terra, annientando in pochi giorni e con perdite minime uno degli eserciti più potenti del Medio Oriente. L’ultimo esempio portato da Gerasimov riguarda le cosiddette Primavere arabe del 2011, dove, secondo il Generale russo, l’Occidente ha pilotato una serie di insurrezioni volte a ribaltare regimi amici di Mosca. La sua attenzione è rivolta particolarmente alla Libia e alla Siria. Gli strumenti sono stati ancora una volta la diffusione di notizie false, l’aiuto a gruppi locali di insorti con armi e finanziamenti, a cui è seguito l’intervento clandestino di nuclei delle forze speciali e, particolarmente in Libia, una serie di attacchi aerei e missilistici contro le forze governative, sotto il pretesto di proteggere la popolazione civile. Alla fine di questa analisi Gerasimov esprimeva la necessità che la Russia dovesse utilizzare strumenti diversi da quelli della guerra tradizionale, che consentano di conseguire obiettivi strategici senza dover ricorrere ad interventi massicci ed aperti delle Forze Armate; in altre parole, risparmiando “blood and treasure”. 

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