LEONARDO
Viaggi RID
Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Altri 14.000 soldati USA in Medio Oriente?

Gli USA starebbero pensando di incrementare la loro presenza militare nel Medio Oriente con altri 14.000 soldati. Le voci circa questa eventualità si stanno rincorrendo ormai da giorni, alla luce di tensioni con l’Iran sempre più forti, e trovano ulteriore alimento dagli ultimi episodi accaduti in questi giorni. Il primo è il sequestro da parte del caccia tipo ARLEIGH BURKE USS FORREST SHERMAN – sequestro confermato da un portavoce del Pentagono – di un carico di componenti per missili di sospetta origine iraniana a bordo di un’imbarcazione (sembra) diretta in Yemen. L’altro episodio è un attacco contro la base aerea irachena di Al Asad, il principale hub del dispositivo militare americano nel Paese, non rivendicato da nessun gruppo, e condotto con droni, anche se alcune fonti parlano di razzi. A ciò bisogna aggiungere un’intensificazione dell’attività ricognitiva nei confronti di obbiettivi americani nell’area da parte di droni operati dalle milizie filo-iraniane.

anteprima logo RID La fine del Trattato INF e i nuovi equilibri/squilibri strategici

Per ragioni che sono sin troppo facilmente comprensibili, le armi nucleari sono un argomento che suscita idee e reazioni molto decise, e fortemente motivate. Il loro ruolo nel garantire il deterrente sull’arco di molti decenni, e così impedire lo scoppio di conflitti su larga scala, è innegabile e anzi platealmente evidente - e questo non solo in relazione alla rivalità Oriente-Occidente, ma anche in Medio Oriente e nel Sub-Continente indiano. Ma nonostante questo, la terrificante percezione di quali sarebbero le conseguenze, se il deterrente dovesse fallire, fa sì che anche analisti ed esperti che non potrebbero essere più distanti da posizioni pacifiste e disarmiste su base unilaterale arrivino talvolta a vedere le armi nucleari come una specie di spada di Damocle sospesa in permanenza sulla testa dell’intera umanità, e a ritenere che il mondo sarebbe un posto sostanzialmente migliore e più sicuro se queste armi potessero essere “disinventate” o quanto meno eliminate dagli arsenali a disposizione di un certo numero di Potenze. Una delle conseguenze di questo giudizio ambivalente circa il ruolo e le funzioni delle armi nucleari nel mantenere la pace globale (o almeno una situazione di “non-guerra” per quanto riguarda le maggiori Potenze) è che qualsiasi mossa, decisione o serie di circostanze che vengano viste come suscettibili di minacciare l’equilibrio strategico esistente - un equilibrio magari precario, ma pur sempre un equilibrio - suscitano subito preoccupazioni e allarmi, con drammatiche previsioni (più o meno giustificate) circa le possibili conseguenze a lungo termine. La fine del Trattato INF (1), preceduta dall’abbandono del Trattato ABM, e i sempre maggiori dubbi che circondano un eventuale rinnovo del Trattato New START dopo la sua espirazione naturale nel febbraio 2021, segnalano la fine di un processo pluridecennale per la limitazione degli armamenti nucleari strategici in possesso di Stati Uniti e URSS (poi Russia). Questo processo era stato beninteso avviato e mantenuto dalle 2 maggiori Potenze nucleari non per considerazioni pacifiste ma piuttosto in vista dei loro rispettivi interessi strategici, ma aveva comunque garantito una stabile situazione di equilibrio con l’accettazione del concetto della distruzione reciproca assicurata (MAD, Mutual Assured Destruction). L’abbandono di questo processo indica con grande chiarezza come si stia andando verso una fondamentale revisione degli equilibri strategici a livello globale, con importanti conseguenze sul concetto di MAD in quanto tale e sui vari sistemi che le Potenze nucleari potranno adottare per garantirlo o al contrario per negarne la validità.

anteprima logo RID Il potenziale militare degli Houthi

Generalmente quando si parla degli Houthi si tende a trattarli come un'organizzazione ribelle semplicemente controllata dall'Iran. In realtà gli Houthi, quanto meno dalla presa del potere in Yemen, sono molto di più: sono un gruppo molto strutturato che controlla una buona parte del vecchio apparato statale yemenita e che può essere considerato una sorta di Hezbollah del Golfo. In pratica, qui siamo ben oltre il classico proxi di una potenza "patrona", ovvero siamo di fronte ad un qualcosa di più complesso ed articolato che, pur avendo un chiaro patrono esterno, ha pure capacità, comportamenti, risorse e potenzialità che sono tipiche degli stati. Difficilmente, infatti, si potrebbe spiegare la forza del gruppo, che sta tenendo da anni in scacco la più moderna macchina da guerra del Medio Oriente dopo quella israeliana, ricorrendo semplicemente alla relazione tra gli Houthi e l'Iran. C'è qualcosa di più, come vedremo in questo articolo, con molteplici variabili in gioco. Nato come movimento separatista di guerriglia di confessione zaidita (ramo sciita), gli Houthi si sono poi affermati come una (quasi) organizzazione statuale dopo la conquista della capitale dello Yemen, Sanaa, e di buona parte dello stato nel 2014-2015 (su Houthi e conflitto yemenita si veda anche RID 4/10). Un'espansione fermata solo dall'intervento a guida saudita che ha reinstallato il Presidente Hadi nel sud del Paese e che ha innescato il conflitto secondo uno spartito in corso ancora oggi. Inizialmente il successo del movimento è stato reso possibile dall'alleanza tattica con le forze fedeli all'ex Presidente Saleh - costretto ad abbandonare il Paese dopo la Primavera Araba del 2011 ed ansioso di rimettere le mani sul potere perduto - che hanno garantito supporto politico, agganci fuori dalla roccaforte settentrionale di Sadah, expertise e capacità militari, a partire da quelle della Guardia Repubblicana. Tuttavia, con l'assassinio di Saleh nel 2017 da parte degli stessi Houthi, che accusavano l'ex Presidente di doppiogiochismo con l'Arabia Saudita, l'alleanza è venuta meno anche se alcune forze del vecchio mondo di Saleh sono di fatto state assorbite dagli Houthi nella loro nuova struttura statuale. Sì perchè il movimento, una volta preso il potere, ha consolidato progressivamente il controllo sugli apparati del vecchio stato yemenita dandosi una struttura al cui vertice c'è il Supreme Political Council (SPC) guidato dal Presidentissimo Mahdi Al-Mashat (1), Comandante delle Forze Armate houthi e sostituto di Saleh Ali al-Sammad, ucciso in un raid aereo saudita nell'aprile 2018. Dall'SPC dipendono la branca amministrativa, che in parte, come si diceva, coincide con quella del vecchio stato yemenita, e la branca militare, ovvero le Forze Armate, di cui cercheremo di parlare in dettaglio in questo lavoro. In questi anni, gli Houthi hanno dimostrato di saper gestire la parte del Paese sotto il proprio controllo, applicando un capillare e coercitivo regime di tassazione e facendo leva sul tessuto di piccoli e medi funzionari che sostanziava la precedente struttura amministrativa. Oltre che dalle tasse, le entrate provengono in larga parte dai traffici e dal porto di Hodeidah sul Mar Rosso, l’unico ancora in mano agli Houthi, ma sotto assedio e "protetto" da un cessate il fuoco umanitario negoziato all'ONU. Da Hodeidah passa il 70% degli aiuti umanitari per lo Yemen, che in buona parte gli stessi Houthi rivendono per sostenere il proprio sforzo bellico.

anteprima logo RID I Curdi e la politica di potenza

I Curdi hanno raggiunto un accordo preliminare con il Governo di Damasco e la Russia per consentire il dispiegamento delle forze di Assad del Nordest della Siria. Il rischieramento è iniziato ieri e le forze fedeli ad Assad sono già a Manbij, sono segnalate in direzione di Ain Issa, mentre altre unità sono entrate a Raqqa e nella base aerea di Tabqa, da dove si sono ritirate le forze americane presenti fino a pochi giorni fa. Nel frattempo l’offensiva turca sta rallentando attorno alle città di confine di Tal Abyad e Ras Al Ayn, anche se le forze turche ed i miliziani filo Erdogan si sono spinti fino all’autostrada M4 – importante arteria di comunicazione tra Hasakah e Kobane - nell’area tra le 2 cittadine. Vedremo se adesso ci sarà un confronto tra Turchi e Siriani oppure se verrà semplicemente raggiunta una “soglia di spartizione” tra Ankara e Damasco, sotto la mediazione russa, come accaduto per Aleppo e Idlib. Ancora una volta, pertanto, in Medio Oriente la fa da padrona la logica della politica di potenza, una logica che l’Europa e l’Occidente in generale non sembrano più in grado di capire e gestire.

anteprima logo RID PRIMAVERA DI PACE nel Kurdistan siriano

Sono iniziate ieri le operazioni militari turche nel Kurdistan siriano dopo gli annunci degli scorsi giorni ed il via libera da parte dell’Amministrazione Trump. Alla campagna, denominata PRIMAVERA DI PACE, partecipano le Forze Armate e le Forze Speciali regolari turche ed i miliziani del filo-Ankara National Syrian Army (NSA), ex FSA (Free Syrian Army). Al momento vanno registrati una serie di attacchi aerei contro la città di confine di Ras Al Ayn ed un'incursione terrestre nell’area di Tal Abyad, respinta dai miliziani Curdi dell’YPG. Nonostante le dichiarazioni e le analisi, gli obbiettivi di Erdogan sembrano per ora limitati, ovvero creare un’area di sicurezza lungo il confine turco-siriano all’interno del cosiddetto cantone curdo di Hasakah/Kobane/Qamishli. Poi, a seconda delle reazioni americane e della comunità internazionale, nonché di Russia ed Iran - si vedrà se andare oltre oppure no. Del resto stiamo parlando di un’area molto vasta – paragonabile come estensione a Lombardia, Veneto ed una parte del Piemonte – che si estende dal confine iracheno fino alla riva orientale dell’Eufrate all’altezza di Manbij. Per occuparla interamente non basterebbe probabilmente un anno ed una forza d’invasione massiccia. Basti pensare che la Turchia per l'Operazione SCUDO DELL’EUFRATE - che ha portato tra il 2016 ed il 2017 alla conquista dell’area molto più piccola nel nord della Siria tra Al Bab, Jarabulus e Azaz - ha messo in campo tra i 6.000 e gli 8.000 regolari, più oltre 10.000 miliziani dell’FSA e delle Syrian Turkmen Brigades, e che per raggiungere tutti gli obbiettivi ha impiegato ben 7 mesi. A ciò aggiungiamo che i Curdi dell’YPG rappresentano un osso molto duro. Stiamo parlando di non meno di 30.000/40.000 miliziani (a cui bisogna aggiungere circa 15.000 effettivi dell’Asaysh, la sicurezza interna), motivati, ben armati e addestrati dagli Americani da cui hanno inoltre ricevuto durante la campagna contro ISIS armi, munizioni, equipaggiamenti e veicoli di vario tipo. E che l'operazione sia molto più complessa di quanto possa sembrare lo dimostra il fatto che gli Americani hanno lasciato le loro postazioni lungo il confine, ma non le altre basi diffuse su tutto il territorio del Nordest siriano. Ricordiamo che in quest’aerea gli USA hanno almeno 1.500 soldati, tra forze speciali, consiglieri e Marines, distribuiti tra una decina di basi, comprese 3 installazioni aeree che consentono di operare con aerei da trasporto, elicotteri, convertiplani e velivoli non pilotati. Oltre agli Americani, nella regione operano pure forze speciali francesi e britanniche. Poi, come si diceva, bisognerà vedere come reagiranno Russi e Iraniani, ovvero Damasco. Uno scenario potrebbe essere quello di una luce verde da parte di Assad a Eerdogan, in cambio di un via libera alle forze governative su Idlib, dove la Turchia ha una presenza militare discreta e può contare un paio di gruppi che operano come proxi insieme ai gruppi filo-qaedisti. Da questo punto di vista potrebbe suonare sinistra, per i Curdi, la nota di ieri del Ministero degli Esteri siriano che stigmatizzava l'attacco turco ma ne riteneva responsabile alcuni gruppi curdi… Non dimentichiamo che in questa zona della Siria restano sotto controllo curdo le principali ricchezze petrolifere del paese, che Damasco vorrebbe riprendersi. Insomma il grande gioco è solo agli inizi.

anteprima logo RID Attacco all’Arabia Saudita: nuovi dettagli

Dopo la conferenza stampa di ieri del Ministero della Difesa saudita, nuovi e più chiari dettagli stanno emergendo sulle dinamiche dell’attacco alle raffinerie Aramco di Abqaiq e Khurais. L’attacco è stato condotto da 18 droni kamikaze e 7 missili da crociera, ma 3 di questi ultimi hanno mancato l’obbiettivo ricadendo nel deserto. La Difesa saudita ha inoltre mostrato video e foto molto dettagliate dei rottami dei missili e dei droni che ci hanno permesso di coglierne alcuni dettagli. Secondo la nostra analisi, come dimostrerebbero i particolari del motore e della sezione posteriore, i missili da crociera impiegati sarebbero i Quods-1. Quest’ultimo è una variante modificata più piccola dell’iraniano SOUMAR, accreditata di una gittata compresa tra i 600 ed i 700 km (contro i 1.300 del SOUMAR, che è una sorta di reverse engineering del missile russo Kh-55). Ciò, di fatto, esclude un eventuale impiego del QUODS-1 da parte degli Houthi, considerando che tra il nord dello Yemen e i 2 obbiettivi la distanza è superiore ai 1.200 km. L’ipotesi più probabile è che il missile sia dunque stato lanciato dal sud dell’Iraq, visto che le distanze sarebbero compatibili con la gitta del QUODS-1, escludendo l’ipotesi del lancio dal sud dell’Iran che avrebbe implicazioni ovviamente più gravi e che porterebbero direttamente all’Iran. L’attacco potrebbe pertanto essere stato lanciato dalle milizie sciite irachene filo-iraniane, magari con l’assistenza degli elementi della Forza Quods dei Pasdaran, e potrebbe anche essere stato una ritorsione contro i recenti attacchi israeliani in Iraq visto che è presumibile che i velivoli con la Stella di Davide utilizzino lo spazio aereo saudita per condurre tali raid. Nel briefing sono stati inoltre mostrati dei rottami di un UAV con ala a delta che a nostro avviso dovrebbe essere dello stesso tipo di quelli lanciati nel maggio scorso contro la stazione di pompaggio petrolifera saudita di Afif. Anche in questo caso l’attacco sarebbe attribuibile ad una milizia filo-iraniana irachena. La cosa curiosa, che indirettamente confermerebbe la matrice irachena dell’attacco ad Abqaiq, è che gli Houthi dopo il briefing della difesa saudita hanno condotto una conferenza stampa in cui hanno mostrato delle foto satellitari degli obbiettivi, secondo il portavoce del gruppo riprese prima dell’attacco da un loro drone, che in realtà sarebbero vecchie immagini del 2018 scaricate da Google Earth e riarrangiate. Inoltre, il portavoce degli Houthi avrebbe parlato di un nuovo drone impiegato nell’attacco senza però fornire immagini o video, una circostanza in netto contrasto con la “comunicazione” del gruppo che è solito mostrare i “gioielli” del proprio arsenale. L'altra conferma della "pista irachena" sarebbe l'attacco aereo condotto nell'area di Qaim, al confine con la Siria,  contro il Quartier Generale di una milizia filo-iraniano, attacco che sarebbe stato condotto proprio dall'Aeronautica Saudita. La situazione in tutta la regione, dunque, resta incandescente e appesa al filo della guerra.

  1 2 3 4 5 6 7 8 Next >>