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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Etiopia, i governativi prendono Mekelle

Il 30 novembre, il Premier etiope Abiy Ahmed ha dichiarato conclusa l’operazione militare nel Tigrè all’indomani della conquista governativa della capitale regionale Mekelle. Tuttavia, nonostante il trionfale ingresso in città dei reparti di Addis Abeba, proseguono i combattimenti tra esercito e milizie ribelli del Fronte per la Liberazione del Popolo Tigrino (FLPT) nella periferia settentrionale. Inoltre, i gruppi armati tigrini hanno annunciato di aver ripreso il controllo di Axum e dei villaggi rurali nelle sue immediate vicinanze e di aver abbattuto un MIG-23 dell’Aeronautica Etiope. Nonostante i toni trionfalisti di Ahmed, la presa di Mekelle non è stata semplice ed ha necessitato di oltre 2 giorni di intensi bombardamenti di artiglieria per preparare l’ingresso delle truppe governative. I combattimenti all’interno della città sono stati limitati, poiché le milizie tigrine, come fatto per tutto il corso del conflitto, hanno preferito ripiegare nelle aree rurali e non ingaggiare frontalmente l’Esercito di Addis Abeba. Benché la conquista di Mekelle rappresenti un indubbio successo militare e propagandistico per Ahmed, difficilmente segnerà la fine del conflitto tra Governo centrale e Stato federale del Tigrè. Infatti, non solo la leadership del FLPT è ancora libera, ma presumibilmente ha iniziato i preparativi per una lunga campagna di guerriglia tesa ad alzare i costi politici, economici e militari dell’impegno di Addis Abeba. Parallelamente, cresce la preoccupazione interna ed internazionale riguardo il rischio di rastrellamenti ai danni dei Tigrini e di altri gruppi ad essi vicini nella lotta contro il governo di Ahmed. Il timore dell’attuazione di attività di pulizia etnica da parte delle Forze Armate e di polizia fedeli ad Addis Abeba è stato espresso con vigore dall’Unione Africana, che continua ad invocare, sinora senza successo, la cessazione delle ostilità e l’avvio di negoziati tra governo e insorti.

anteprima logo RID Una nuova base russa in Sudan

Il Primo Ministro russo, Mikhail Mishustin, ha reso noto nei giorni scorsi di aver firmato un accordo con il Governo del Sudan per la costituzione di una base navale e di un centro logistico per le Forze Armate russe capace di ospitare circa 300 militari in sede permanente. Lo stesso Governo sudanese ha precisato che verranno messe a disposizione delle Forze Armate russe infrastrutture ed aree portuali in grado di ospitare fino a 4 unità navali, comprese quelle a propulsione nucleare. L’accordo prevede inoltre la completa giurisdizione russa sul complesso per un periodo di 25 anni, estendibile di ulteriori 10, e la totale libertà nello sbarcare ed imbarcare qualsiasi tipo di sistema d’arma, materiale e tipo di munizionamento. La nuova base in Sudan rappresenta la prima base stabilita dalla Russia in Africa dalla caduta dell’Unione Sovietica e dallo smantellamento della base che quest’ultima aveva in Somalia durante la Guerra Fredda. Sconosciute al momento le cifre relative all’utilizzo e alla gestione della base ma secondo alcuni media russi, la base costerà quanto quella di Tartus, in Siria, vale a dire circa 3,2 miliardi di rubli (41, 5 milioni di dollari) annui. La nuova base avrà sicuramente un carattere joint e potrà rappresentare un ottimo punto di ingresso per possibili azioni nel continente africano e nell’Oceano Indiano, garantendo alla Russia la possibilità di influenzare questa vasta e strategicamente importante area del mondo. Al tempo stesso la nuova installazione militare conferma gli ottimi rapporti tra l’establishment russo e il Tenente Generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan che, dal colpo di stato del 2019, mantiene il potere nel “regime di transizione” nel Paese africano.

anteprima logo RID Nagorno-Karabakh, si dispiegano i Russi

Secondo quanto dichiarato dal Ministero della Difesa russo, continua senza sosta il dispiegamento del contingente di peacekeeping di Mosca nel territorio del Nagorno-Karabakh e nel corridoio di Lachin. La missione principale del contingente è, secondo quanto dichiarato dallo stesso MoD russo, il controllo del rispetto del cessate il fuoco secondo quanto previsto nell’accordo firmato dal Presidente russo Putin, il Presidente azero Ilham Aliyev ed il Primo Ministro armeno Pashinyan. La leadership di Yerevan ha deciso di accettare l’accordo, anche se sicuramente non vantaggioso per l’Armenia, dopo la caduta della seconda più grande città della regione, Shusha (Shushi, in armeno). Con tale accordo l’Azerbaijan manterrà il controllo delle aree del Nagorno-Karabakh conquistate durante il conflitto mentre l’Armenia si impegna a ritirare le proprie truppe in molte aree della stessa regione nelle prossime settimane. Viene inoltre stabilito il corridoio di Lachin tra la capitale del Karabakh, Stepanakert, e l’Armenia, in modo da permettere ai rifugiati armeni di ritirarsi nella Madre Patria e permettere la libera circolazione degli aiuti umanitari sotto gli occhi degli uomini del Cremlino. La 15ª Brigata Autonoma per Operazioni di peacekeeping russa continua nel frattempo a rischierare il proprio personale in teatro tramite convogli terrestri che muovono dall’area logistica avanzata della cittá di Goris fino alla cittá di Stapanakert, percorrendo una distanza di circa 100 km. I convogli sono costituiti da mezzi trasporto truppe BTR-82A, veicoli blindati TIGR e TYPHOON e mezzi di logistica di aderenza che vengono trasportati via aerea, con velivoli Il-76, fino all’aeroporto di Erebuni per poi muovere via terra fino all’area di operazione. Il tutto si svolge sotto la direzione della Polizia Militare di Mosca che, quale parte integrante del contingente, svolge anche incarichi di pattugliamento e scorta ai convogli. Le operazioni per completare l’ambiziosa operazione di pace verranno condotte da un contingente di 1.960 uomini e donne delle Forze Armate della Federazione Russa, dotati di 90 veicoli blindati trasporto truppe e 380 mezzi ed equipaggiamenti speciali. Nel comunicato rilasciato dal MoD russo è stato inoltre specificato che tutto il personale militare facente parte del contingente è in servizio permanente, e quindi professionista, ed ha svolto una particolare preparazione per operare in uno scenario di peacekeeping, focalizzato sullo studio e la completa osservanza delle norme e le regole del diritto internazionale umanitario nei conflitti armati. Come anticipato dal Presidente dell’Azerbaijan, anche la Turchia farà parte delle operazioni di peacekeeping ma, allo stato attuale, non se ne conoscono l’entità e le modalità.

anteprima logo RID La Slovenia e la NATO Air Policing

Grazie ad un press tour virtuale organizzato dalla NATO, RID ha avuto l’occasione di approfondire il funzionamento della NATO Air Policing in Slovenia. La Slovenia è uno dei membri della NATO che non dispone di una propria componente aerea da caccia. Dal momento che la NATO prevede la copertura omogenea del territorio dell’Alleanza, appositi accordi permettono ai paesi dotati di componente caccia di fornire la copertura per quelli che non ne dispongono. Dal 2004, anno di ingresso della Slovenia nella NATO, tale servizio è garantito dall’Aeronautica Militare italiana, cui si è aggiunta, dal 2014, l’Aeronautica Ungherese. Oggi il servizio d’allarme è garantito dagli Eurofighter TYPHOON italiani basati ad Istrana (ma talvolta gli scramble vengono effettuati anche da Grosseto) e dai Saab JAS-39C GRIPEN ungheresi. Naturalmente, la Slovenia non è solo un fruitore del servizio, ma contribuisce a sua volta a creare la cosiddetta Recognized Air Picture (RAP) che consente ai 2 Combined Air Operation Centres (CAOC) di Uedem (Germania) e Torrejon (Spagna) di avere la completa padronanza dei cieli europei. In dettaglio, la Slovenia possiede 2 Control and Reporting Centres (CRC) dei circa 40 che coprono il territorio dell’Alleanza. I CRC Sloveni sono equipaggiati con i radar di sorveglianza 3D a lungo raggio in banda S Thales GM-403, integrati in caso di necessità da un’ulteriore unità mobile equipaggiata con il radar 3D a lungo raggio in banda L IAI EL/M-2106NG ATAR (Advanced Tactical Acquisition Radar). Inoltre, il 15° Stormo dell’Aeronautica slovena assicura il servizio SAR in favore di italiani ed ungheresi in caso di bisogno grazie alla propria dotazione di 4 Airbus AS-532AL COUGAR e 8 Bell 412. Recentemente, la Slovenia ha deciso di completare la protezione del territorio nazionale con una componente Slow Mover Interceptor (SMI) basata su 9 Pilatus PC-9M armati. Nella configurazione da intercettazione aerea, questi turboelica vengono equipaggiati con 2 pod per mitragliatrici da M3 da 12,7mm e pod di autodifesa elettronica (chaff&flares), mentre per i ruoli secondari di supporto tattico possono montare bombe fino alla classe della Mk.82 (225kg) e/o razzi da 70 mm o 127 mm. L’acquisizione dei PC-9M permette alla Slovenia di conservare la capacità operativa di difendere il proprio territorio nazionale, anche se ne breve periodo non si prevede l’acquisto di aerei da caccia veri e propri. D’altronde, la formula di Air Policing proposta dalla NATO è vantaggiosa per tutti. I piloti italiani e ungheresi hanno confermato che gli scramble effettuati in favore della Slovenia – in realtà pochi, soprattutto quest’anno per via della riduzione del traffico aereo – contribuiscono a mantenere un ottimo livello di addestramento. Anche gli oneri legati alla copertura dello spazio aereo sloveno sono trascurabili. D’altronde, la Slovenia si sorvola in pochi minuti soltanto e quindi i paesi confinanti dovrebbero comunque occuparsi delle attività di volo irregolari in prossimità (e poi sopra) il proprio spazio aereo. Dal punto di vista NATO, gli aspetti più importanti da sottolineare sono l’accrescimento dell’interoperabilità grazie alla conoscenza reciproca tra Alleati, la copertura uniforme del territorio dell’Alleanza grazie al contributo di ciascun membro secondo possibilità e la determinazione dei membri a ribadire, per ogni missione, la coesione e la volontà di difendersi a vicenda. Per quanto riguarda l’Air Policing, i contesti più complessi e nei quali la postura collettiva è più importante sono le aree di confine con la Russia. La Slovenia non presenta alcuna criticità in tal senso. Ma ogni accordo che veda la cooperazione tra membri è sempre incoraggiato e, come dimostra il press tour, elogiato e sottolineato.

anteprima logo RID L'Iran rafforza i propri confini con l'Azerbaijan

L'Iran prosegue il rafforzamento dei propri confini con Azerbaijan e Nagorno Karabakh. 

anteprima logo RID Nagorno Karabakh, ultimi aggiornamenti

Durante gli ultimi 5 giorni sono proseguiti gli scontri tra Armenia e Azerbaijan per il controllo della regione contesa del Nagorno-Karabakh/Artsakh. Di fatto, l’intensità degli scontri è aumentata sebbene ciò non abbia causato particolari cambiamenti sul campo in termini di conquiste territoriali sulla linea nordorientale del fronte (area di Martakert/Mataghis/Tartar), anche a causa di un rallentamento delle operazioni aeree azere per il maltempo. Su quella sudorientale, invece, (fronte di Jabrayil/Fuzuli) va segnalata la seppur lenta avanzata degli azeri, le cui forze hanno preso il controllo di 3 villaggi (Shikhali Agali, Sarijali, Mazra) e di diverse alture strategiche situate tra Jabrayil ed il confine con l’Iran. Gli elementi da segnalare riguardano, in primis, l’allargamento del conflitto in diverse aree urbane dell’area e le conseguenti vittime tra i civili (circa 50). Le città maggiormente colpite sono Ganja, seconda città dell’Azerbaijan in termini di popolazione, Agjabedi, Barda, Beylagan e Goranboy dal lato azero, e Aygestan e Stepanakert “capitale” dell’auto proclamata Repubblica dell’Artsakh (internazionalmente non riconosciuta) dal lato armeno. Quest’ultima è stata pesantemente bombardata dagli azeri che hanno utilizzato almeno un paio di missili semi-balistici di teatro LORA di fabbricazione israeliana con testata a frammentazione per interrompere le vie di comunicazione della città con l’Armenia (tra cui un ponte), razzi guidati EXTRA (sempre israeliani) con munizionamento a grappolo e lanciarazzi BM-30 SMERCH da 280 mm. Ganja, Beylagan e Barda, invece, sono state ripetutamente bersagliate da artiglieria e razzi SMERCH lanciati dagli armeni. Contro le prime 2 – sedi, rispettivamente, di una base aerea utilizzata anche dagli F-16 turchi durante recenti esercitazioni e dalla quale attualmente operano gli UAV BAYRAKTAR, e di una base operativa avanzata che ospita una mezza dozzina di elicotteri d’attacco Mi-24G/P e Mi-35M - sono stati impiegati un paio di missili balistici TOCHKA che, purtroppo, hanno colpito i centri abitati. Anche la capitale armena Yerevan è stata sorvolata da 4 velivoli a pilotaggio remoto di tipo sconosciuto, abbattuti da una delle 2 batterie di S-300PS armene (da non confondere con quella russa presente nella base aerea di Erebuni/Yerevan). Inoltre, vanno segnalati anche alcuni casi di impatto di mortai o razzi nei pressi del confine iraniano (regione di Khoda Afrin), elemento che ha causato una mobilitazione di alcuni blindati, pezzi d’artiglieria e sistemi antiaerei TOR-M1 di Teheran, rischierati a ridosso del confine con l’Azerbaijan e, da molti, erroneamente scambiata per un invio di mezzi in supporto alle forze armene. Dal punto di vista dell’impiego di sistemi d’arma, oltre al suddetto utilizzo di missili balistici LORA e TOCHKA e razzi guidati EXTRA, va segnalato, da parte azera, l’ormai diffuso utilizzo di biplani da trasporto An-2T d’epoca sovietica, convertiti in velivoli a pilotaggio remoto spendibili e impiegati come esche contro le postazioni di sistemi missilistici antiaerei SA-8/OSA-AK/AKM armeni che, abbattendoli, rivelano la propria posizione e consentono il loro bersagliamento da parte dei TB2 BAYRAKTAR azeri. Una tattica, peraltro, resasi necessaria a causa della presenza di diversi simulacri di sistemi OSA-AK/AKM utilizzati dagli armeni per ingannare il nemico, molti dei quali sono stati scambiati per bersagli reali dagli azeri con conseguente spreco di ordigni MAM-C e di droni circuitanti HAROP/HARPY. Secondo alcune fonti, inoltre, gli AN-2T sarebbero impiegabili anche come droni “kamikaze” armati con esplosivi alloggiati nel vano cargo degli stessi e diretti materialmente contro i bersagli. Dei 62 velivoli messi in disuso dagli azeri, ma presenti nella base di Yevlakh fino alla fine dello scorso agosto, oggi ne resterebbero 27 (secondo immagini satellitari datate 3/10) Per quanto riguarda i TB2 BAYRAKTAR, gli azeri continuano ad impiegarli diffusamente nel conflitto (al pari degli HARPY/HAROP dei quali hanno ricevuto recentemente un nuovo lotto proveniente da Eliat, come scritto precedentemente sul Portale Difesa). Tuttavia, il loro futuro utilizzo nel breve-medio termine potrebbe essere molto incerto. Nelle ultime ore, infatti, il Governo canadese ha ufficialmente interrotto la fornitura dei sensori elettro-ottici/infrarossi presenti sugli UAV turchi e prodotti dalla canadese Wescam. Ciononostante, poco prima della comunicazione canadese, sarebbe giunto dalla Turchia – via Georgia – un grosso convoglio di camion con armi ed equipaggiamenti destinati all’Azerbaijan. Non è escluso che trasportassero un nuovo lotto di TB2. Passando, infine, ai numeri, l’Armenia ha riportato l’eliminazione di 2-3 di veicoli corazzati BMP-2/BMP-3 e BTR-82A, di 2 posti d’osservazione, di un paio di camion, di 3 carri armati (1 T-90S e 2 T-72) e l’abbattimento di un UCAV ORBITER 1K. Decisamente più incisivi i numeri riportati dall’Azerbaijan che segnala la distruzione di 6 camion, un posto di comando, una trincea, 6 sistemi lanciarazzi BM-21, 4 obici D-30 e 2 AKATSIYA, 14 carri armati T-72, un sistema missilistico antiaereo SA-8/OSA-AKM, 3 veicoli corazzati BMP-1, un cingolato multiruolo MT-LB ed un deposito munizioni.

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