LEONARDO
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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Il ritorno di Daesh in Siria

Il 3 gennaio, un bus di militari siriani lealisti è caduto in un’imboscata di Daesh sull’autostrada Salamiya-Raqqa, nella regione centrale della Siria, a una manciata di km dallo snodo strategico di Ithiriya. Almeno 6 soldati sono morti. Solo pochi giorni prima, il 30 dicembre, il gruppo guidato da Abdulrahman al-Mawla ha portato a termine l’attacco complesso più sanguinoso del 2020, anche in questo caso un’imboscata. Durante la notte, il gruppo di fuoco di Daesh ha bloccato 3 bus carichi di soldati lealisti della 17° Divisione del SAA lungo l’autostrada Palmira-Deir ez-Zour. Usando una combinazione di IED e mitragliatrici pesanti, i miliziani hanno distrutto completamente uno dei mezzi, ucciso 30 militari e causato almeno 17 feriti. Ma invece di limitarsi ad un attacco mordi e fuggi, sono rimasti a presidiare il luogo dell’attacco per lanciare una seconda imboscata ai danni delle unità lealiste accorse nell’area dopo alcune ore in supporto dei compagni. Questi 2 attacchi recenti riassumono la crescita capacitiva e di manovra di Daesh nella Badia, il deserto centrale siriano sotto il controllo (teorico) di Damasco. Una crescita consistente e continuativa che si riflette nel numero degli attacchi condotti. Il tasso è esattamente raddoppiato negli ultimi 12 mesi. Si passa dai 143 eventi del 2019 ai 286 dello scorso anno. In parallelo cresce anche la loro qualità. Gli attacchi complessi (condotti oltre le linee, o coordinati su più obiettivi contemporaneamente, o ancora finiti con la conquista di posizioni nemiche) sono addirittura triplicati. Nell’anno appena finito se ne contano 94, nel 2019 erano appena 34. Questo incremento non dipende da un aumento delle risorse a disposizione (uomini, armi, denaro). Le stime dei miliziani presenti nella regione sono rimaste costanti (1.000-1.500 elementi), segno che i rapporti con le realtà tribali della regione (che esistono) non passano dal reclutamento. In più Daesh ha attaccato solo sporadicamente depositi di armi o caserme, men che meno banche o strutture simili. Piuttosto, lo sviluppo delle attività di Daesh nella Siria centrale riflette una strategia territoriale precisa che si muove lungo 2 direttrici. La prima è l’aumento della pressione sulle vie di comunicazione principali e sugli snodi strategici. Agli attacchi condotti in pieno deserto ai danni di unità lealiste in pattugliamento si sono aggiunte le incursioni lungo la Palmira-Deir ez-Zour (specie a Sukhna, da cui parte un collegamento diretto a nord per Raqqa) e, più a nord, sulla via tra Salamiya e Rusaifa. Anche l’altro pattern tradizionale, quello degli attacchi nei centri urbani del medio Eufrate (Albu Kamal e Mayadin), si è evoluto in uno stillicidio di attentati lungo l’asse viario che percorre tutta la destra idrografica del fiume. Seconda direttrice è l’espansione verso le grandi città dell’ovest, da Aleppo a Homs passando per Hama. Che si tratti di un allargamento strutturale del raggio d’azione del gruppo, e non solo di attacchi in profondità con funzione di disturbo, lo suggeriscono i tentativi di conquistare e tenere il territorio. Il più eclatante è avvenuto a Rahjan (60 km a est di Hama e porta d’accesso per la provincia di Aleppo) in 2 occasioni, tra ottobre e novembre scorsi, quando Daesh ha occupato diversi villaggi nell’area per più giorni, abbandonandoli solo dopo l’intervento dei Russi con il supporto aereo. Altri episodi paragonabili si sono verificati a ovest di Palmira, nella zona di al-Qaryatayn. Se con gli attacchi lungo le vie di comunicazione Daesh punta a mantenere alta la pressione sul SAA e sulle forze di sicurezza di Damasco, ripetendo una strategia di logoramento già usata in passato, la libertà di manovra a ridosso delle città dell’ovest del Paese sottintende un rapporto stretto con alcune realtà tribali locali. L’approfondimento di queste relazioni, funzionale a radicare ulteriormente il gruppo a ridosso della “Siria utile”, potrebbe acquisire priorità per Daesh nei prossimi mesi, replicando il modus operandi usato fin dal 2019 per penetrare nuovamente nell’area urbana di Raqqa e per mantenere l’agibilità dell’estremo sud-est siriano. Entrambe aree dove il fattore tribale è decisivo per esercitare il controllo effettivo del territorio, anche in assenza di una nuova “territorializzazione” del gruppo.

anteprima logo RID Etiopia, i governativi prendono Mekelle

Il 30 novembre, il Premier etiope Abiy Ahmed ha dichiarato conclusa l’operazione militare nel Tigrè all’indomani della conquista governativa della capitale regionale Mekelle. Tuttavia, nonostante il trionfale ingresso in città dei reparti di Addis Abeba, proseguono i combattimenti tra esercito e milizie ribelli del Fronte per la Liberazione del Popolo Tigrino (FLPT) nella periferia settentrionale. Inoltre, i gruppi armati tigrini hanno annunciato di aver ripreso il controllo di Axum e dei villaggi rurali nelle sue immediate vicinanze e di aver abbattuto un MIG-23 dell’Aeronautica Etiope. Nonostante i toni trionfalisti di Ahmed, la presa di Mekelle non è stata semplice ed ha necessitato di oltre 2 giorni di intensi bombardamenti di artiglieria per preparare l’ingresso delle truppe governative. I combattimenti all’interno della città sono stati limitati, poiché le milizie tigrine, come fatto per tutto il corso del conflitto, hanno preferito ripiegare nelle aree rurali e non ingaggiare frontalmente l’Esercito di Addis Abeba. Benché la conquista di Mekelle rappresenti un indubbio successo militare e propagandistico per Ahmed, difficilmente segnerà la fine del conflitto tra Governo centrale e Stato federale del Tigrè. Infatti, non solo la leadership del FLPT è ancora libera, ma presumibilmente ha iniziato i preparativi per una lunga campagna di guerriglia tesa ad alzare i costi politici, economici e militari dell’impegno di Addis Abeba. Parallelamente, cresce la preoccupazione interna ed internazionale riguardo il rischio di rastrellamenti ai danni dei Tigrini e di altri gruppi ad essi vicini nella lotta contro il governo di Ahmed. Il timore dell’attuazione di attività di pulizia etnica da parte delle Forze Armate e di polizia fedeli ad Addis Abeba è stato espresso con vigore dall’Unione Africana, che continua ad invocare, sinora senza successo, la cessazione delle ostilità e l’avvio di negoziati tra governo e insorti.

anteprima logo RID Una nuova base russa in Sudan

Il Primo Ministro russo, Mikhail Mishustin, ha reso noto nei giorni scorsi di aver firmato un accordo con il Governo del Sudan per la costituzione di una base navale e di un centro logistico per le Forze Armate russe capace di ospitare circa 300 militari in sede permanente. Lo stesso Governo sudanese ha precisato che verranno messe a disposizione delle Forze Armate russe infrastrutture ed aree portuali in grado di ospitare fino a 4 unità navali, comprese quelle a propulsione nucleare. L’accordo prevede inoltre la completa giurisdizione russa sul complesso per un periodo di 25 anni, estendibile di ulteriori 10, e la totale libertà nello sbarcare ed imbarcare qualsiasi tipo di sistema d’arma, materiale e tipo di munizionamento. La nuova base in Sudan rappresenta la prima base stabilita dalla Russia in Africa dalla caduta dell’Unione Sovietica e dallo smantellamento della base che quest’ultima aveva in Somalia durante la Guerra Fredda. Sconosciute al momento le cifre relative all’utilizzo e alla gestione della base ma secondo alcuni media russi, la base costerà quanto quella di Tartus, in Siria, vale a dire circa 3,2 miliardi di rubli (41, 5 milioni di dollari) annui. La nuova base avrà sicuramente un carattere joint e potrà rappresentare un ottimo punto di ingresso per possibili azioni nel continente africano e nell’Oceano Indiano, garantendo alla Russia la possibilità di influenzare questa vasta e strategicamente importante area del mondo. Al tempo stesso la nuova installazione militare conferma gli ottimi rapporti tra l’establishment russo e il Tenente Generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan che, dal colpo di stato del 2019, mantiene il potere nel “regime di transizione” nel Paese africano.

anteprima logo RID Nagorno-Karabakh, si dispiegano i Russi

Secondo quanto dichiarato dal Ministero della Difesa russo, continua senza sosta il dispiegamento del contingente di peacekeeping di Mosca nel territorio del Nagorno-Karabakh e nel corridoio di Lachin. La missione principale del contingente è, secondo quanto dichiarato dallo stesso MoD russo, il controllo del rispetto del cessate il fuoco secondo quanto previsto nell’accordo firmato dal Presidente russo Putin, il Presidente azero Ilham Aliyev ed il Primo Ministro armeno Pashinyan. La leadership di Yerevan ha deciso di accettare l’accordo, anche se sicuramente non vantaggioso per l’Armenia, dopo la caduta della seconda più grande città della regione, Shusha (Shushi, in armeno). Con tale accordo l’Azerbaijan manterrà il controllo delle aree del Nagorno-Karabakh conquistate durante il conflitto mentre l’Armenia si impegna a ritirare le proprie truppe in molte aree della stessa regione nelle prossime settimane. Viene inoltre stabilito il corridoio di Lachin tra la capitale del Karabakh, Stepanakert, e l’Armenia, in modo da permettere ai rifugiati armeni di ritirarsi nella Madre Patria e permettere la libera circolazione degli aiuti umanitari sotto gli occhi degli uomini del Cremlino. La 15ª Brigata Autonoma per Operazioni di peacekeeping russa continua nel frattempo a rischierare il proprio personale in teatro tramite convogli terrestri che muovono dall’area logistica avanzata della cittá di Goris fino alla cittá di Stapanakert, percorrendo una distanza di circa 100 km. I convogli sono costituiti da mezzi trasporto truppe BTR-82A, veicoli blindati TIGR e TYPHOON e mezzi di logistica di aderenza che vengono trasportati via aerea, con velivoli Il-76, fino all’aeroporto di Erebuni per poi muovere via terra fino all’area di operazione. Il tutto si svolge sotto la direzione della Polizia Militare di Mosca che, quale parte integrante del contingente, svolge anche incarichi di pattugliamento e scorta ai convogli. Le operazioni per completare l’ambiziosa operazione di pace verranno condotte da un contingente di 1.960 uomini e donne delle Forze Armate della Federazione Russa, dotati di 90 veicoli blindati trasporto truppe e 380 mezzi ed equipaggiamenti speciali. Nel comunicato rilasciato dal MoD russo è stato inoltre specificato che tutto il personale militare facente parte del contingente è in servizio permanente, e quindi professionista, ed ha svolto una particolare preparazione per operare in uno scenario di peacekeeping, focalizzato sullo studio e la completa osservanza delle norme e le regole del diritto internazionale umanitario nei conflitti armati. Come anticipato dal Presidente dell’Azerbaijan, anche la Turchia farà parte delle operazioni di peacekeeping ma, allo stato attuale, non se ne conoscono l’entità e le modalità.

anteprima logo RID La Slovenia e la NATO Air Policing

Grazie ad un press tour virtuale organizzato dalla NATO, RID ha avuto l’occasione di approfondire il funzionamento della NATO Air Policing in Slovenia. La Slovenia è uno dei membri della NATO che non dispone di una propria componente aerea da caccia. Dal momento che la NATO prevede la copertura omogenea del territorio dell’Alleanza, appositi accordi permettono ai paesi dotati di componente caccia di fornire la copertura per quelli che non ne dispongono. Dal 2004, anno di ingresso della Slovenia nella NATO, tale servizio è garantito dall’Aeronautica Militare italiana, cui si è aggiunta, dal 2014, l’Aeronautica Ungherese. Oggi il servizio d’allarme è garantito dagli Eurofighter TYPHOON italiani basati ad Istrana (ma talvolta gli scramble vengono effettuati anche da Grosseto) e dai Saab JAS-39C GRIPEN ungheresi. Naturalmente, la Slovenia non è solo un fruitore del servizio, ma contribuisce a sua volta a creare la cosiddetta Recognized Air Picture (RAP) che consente ai 2 Combined Air Operation Centres (CAOC) di Uedem (Germania) e Torrejon (Spagna) di avere la completa padronanza dei cieli europei. In dettaglio, la Slovenia possiede 2 Control and Reporting Centres (CRC) dei circa 40 che coprono il territorio dell’Alleanza. I CRC Sloveni sono equipaggiati con i radar di sorveglianza 3D a lungo raggio in banda S Thales GM-403, integrati in caso di necessità da un’ulteriore unità mobile equipaggiata con il radar 3D a lungo raggio in banda L IAI EL/M-2106NG ATAR (Advanced Tactical Acquisition Radar). Inoltre, il 15° Stormo dell’Aeronautica slovena assicura il servizio SAR in favore di italiani ed ungheresi in caso di bisogno grazie alla propria dotazione di 4 Airbus AS-532AL COUGAR e 8 Bell 412. Recentemente, la Slovenia ha deciso di completare la protezione del territorio nazionale con una componente Slow Mover Interceptor (SMI) basata su 9 Pilatus PC-9M armati. Nella configurazione da intercettazione aerea, questi turboelica vengono equipaggiati con 2 pod per mitragliatrici da M3 da 12,7mm e pod di autodifesa elettronica (chaff&flares), mentre per i ruoli secondari di supporto tattico possono montare bombe fino alla classe della Mk.82 (225kg) e/o razzi da 70 mm o 127 mm. L’acquisizione dei PC-9M permette alla Slovenia di conservare la capacità operativa di difendere il proprio territorio nazionale, anche se ne breve periodo non si prevede l’acquisto di aerei da caccia veri e propri. D’altronde, la formula di Air Policing proposta dalla NATO è vantaggiosa per tutti. I piloti italiani e ungheresi hanno confermato che gli scramble effettuati in favore della Slovenia – in realtà pochi, soprattutto quest’anno per via della riduzione del traffico aereo – contribuiscono a mantenere un ottimo livello di addestramento. Anche gli oneri legati alla copertura dello spazio aereo sloveno sono trascurabili. D’altronde, la Slovenia si sorvola in pochi minuti soltanto e quindi i paesi confinanti dovrebbero comunque occuparsi delle attività di volo irregolari in prossimità (e poi sopra) il proprio spazio aereo. Dal punto di vista NATO, gli aspetti più importanti da sottolineare sono l’accrescimento dell’interoperabilità grazie alla conoscenza reciproca tra Alleati, la copertura uniforme del territorio dell’Alleanza grazie al contributo di ciascun membro secondo possibilità e la determinazione dei membri a ribadire, per ogni missione, la coesione e la volontà di difendersi a vicenda. Per quanto riguarda l’Air Policing, i contesti più complessi e nei quali la postura collettiva è più importante sono le aree di confine con la Russia. La Slovenia non presenta alcuna criticità in tal senso. Ma ogni accordo che veda la cooperazione tra membri è sempre incoraggiato e, come dimostra il press tour, elogiato e sottolineato.

anteprima logo RID L'Iran rafforza i propri confini con l'Azerbaijan

L'Iran prosegue il rafforzamento dei propri confini con Azerbaijan e Nagorno Karabakh. 

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