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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Colpo di Stato in Guinea, tra interessi cinesi e narcotraffico

Nelle prime ore del 5 settembre, unità delle Forze Armate della Guinea-Conakry, con in testa le Forze Speciali, hanno assaltato il palazzo presidenziale e posto agli arresti il Capo dello Stato Alpha Condè, al potere dal 2010. Soltanto lo scorso ottobre, il Presidente aveva ottenuto il suo terzo mandato consecutivo dopo una tornata elettorale molto contestata dalle opposizioni e caratterizzata da irregolarità ed intimidazioni ai danni di giornalisti, attivisti civili ed avversari del primo cittadino guineano. Infatti, per settimane le strade della capitale Conakry sono state invase da manifestanti inferociti e soltanto una brutale campagna di repressione aveva riportato l’ordine nel Paese. Nonostante il momentaneo successo di ottobre, il Presidente ed il suo establishment di potere non sono riusciti a neutralizzare le cause del dissenso ed a eliminare dalla scena politica e militare i leader delle forze antigovernative. In tal senso, il colpo di grazia al regime di Condè, caratterizzato da corruzione, nepotismo e continue e consistenti violazioni dei diritti umani, è arrivato dall’establishment militare e, in particolare, dalla figura del comandante delle Forze Speciali ed ex membro della Legione Straniera francese, Mamady Doumbouya. Apparentemente, prima dell’arresto del Capo dello Stato si sono verificati scontri tra i golpisti ed alcune migliaia di truppe lealiste che però hanno presto abbandonato il campo di battaglia a causa della superiorità numerica dei ribelli e dell’ampio supporto popolare nei loro confronti. Una volta insediatosi al vertice dello Stato, il Colonnello Mamady Doumbouya ha dichiarato abrogata la costituzione, ha imposto la legge marziale ed ha istituito un’autorità politica ad interim, il Comitato Nazionale per lo Sviluppo e la Riconciliazione (CNSR), avente lo scopo di guidare il Paese alla transizione democratica. Nonostante il CNSR abbia dichiarato di essere in controllo della Guinea, non è da escludere che i fedelissimi di Condè abbiano iniziato ad organizzare un movimento di resistenza nelle aree rurali. Infatti, la gestione del potere politico nel Paese rappresenta la condizione irrinunciabile per accedere alle sue vaste risorse economiche sia legali (giacimenti di bauxite) che illegali (traffico di cocaina lungo l’asse America Latina – Africa Occidentale). In questo contesto, proprio il ruolo delle imprese straniere impegnate nello sfruttamento delle miniere (soprattutto cinesi) e dei signori del narcotraffico potrebbe risultare decisivo per la stabilizzazione del Paese. Infatti, qualora il CNSR riuscisse a garantire la continuità nelle attività estrattive e nel transito di stupefacenti, tanto i partner economici occidentali quanto le reti criminali potrebbero supportare lo sforzo di normalizzazione intrapreso dal Colonnello Doumbouya.

anteprima logo RID Lo zampino del Pakistan nella caduta del Panshir

Nelle ultime 48 ci sono stati sviluppi importanti riguardanti la situazione nella valle del Panshir. Secondo diverse fonti, i talebani hanno conquistato gran parte della vallata, in particolare la zona intorno a Bazarak costringendo le forze dell’ex Alleanza del Nord - guidata da Ahmad Massoud “Jr.”, figlio del defunto leader Ahmad Shah Massoud - a ritirarsi sulle montagne. In pratica, la valle è caduta nelle mani dei Talebani dopo che lo stesso Massud aveva rifiutato un “posto” nel governo a guida Baradar in costituzione a Kabul. La caduta del Panshir è dovuta al fatto che la valle era stata completamente isolata dall’esterno e che buona parte dell’ex Alleanza del Nord aveva raggiunto delle intese locali con gli stessi Talebani, ma anche al supporto che il Pakistan ha fornito all’avanzata degli Studenti Coranici. Supporto che ha riguardato non soltanto la fornitura di intelligence e di advisoring operativo in favore delle milizie talebane, ma anche il dispiegamento nell’area di team di forze speciali e dell’ISI – il servizio segreto pachistano - e velivoli, in particolare UAV impiegati tanto per compiti di sorveglianza e ricognizione, tanto per missioni d’attacco. A tal proposito, si tratterebbe di una coppia di UAV armati CH-4 di fabbricazione cinese, 5 dei quali acquistati lo scorso dicembre e ricevuti tra gennaio e febbraio quando sono stati rischierati presso la base di Bahawalpur. I CH-4 sarebbero stati impiegati direttamente nelle operazioni che hanno causato la morte di importanti esponenti dell’ex Alleanza del Nord, tra cui il portavoce della Resistenza Fahim Dashti e 3 ufficiali dell’ormai smembrato Esercito nazionale afghano, incluso il Generale Abdul Wudod Zara, nipote di Massoud padre.

anteprima logo RID Afghanistan, le ragioni di una sconfitta

Abbiamo aspettato un po' prima di parlarne. Le ferie (sacre), certo, ma anche la necessità di scrivere lontani dall’emozione del momento, di usare la testa e non la pancia. L'Occidente ha perso, e lo ha fatto anche malamente, con un ritiro che assomiglia a una ritirata, ed un fuggi fuggi condito da immagini che più di ogni altra cosa rappresentano un danno per la sua reputazione. Lo possiamo dire tranquillamente: l’immagine dell’America e dei suoi alleati oggi è ai minimi termini. Se guardiamo agli ultimi 20 anni Washington viene da 3 disastri: quello iracheno-siriano, quello afghano e quello libico. Tutti più o meno condivisi con l’Europa e tutti, egualmente, che hanno dato fiato e spazi agli avversari: l’Iran, piuttosto che la Russia. Il gran finale è stata poi la conferenza stampa di Biden in cui il Presidente americano ha sostanzialmente addossato la responsabilità della sconfitta in Afghanistan alla NATO, riconducendo in pratica solo a Bruxelles lo sforzo di nation building, mentre loro, gli Americani, erano concentrati sulla caccia ai terroristi. Una menzogna bella e buona. Chi è il Paese più importante della NATO? Chi comandava la missione ISAF? Ma veramente si pensa che la NATO possa imbarcarsi in uno sforzo di ricostruzione come quello afghano senza gli USA, impegnati a fare dell’altro? Fate voi. Ma torniamo alle ragioni della sconfitta. La prima riguarda il tempo. I tempi, anzi, gli attimi, delle liberal-democrazie non si conciliano con i tempi delle guerre di stabilizzazione e con la mentalità “lunga e lenta” tipicamente orientale e mediorientale. I cicli elettorali non tengono conto del campo. Da questo punto di vista, l’errore più grosso è stato quello di Obama che ha iniziato a richiamare i contingenti tra il 2011 e 2012, ovvero nel momento di massima pressione sui Talebani, la cui influenza nel Paese in quel momento era veramente ridotta. Trump ha proseguito su questa rotta, con l’aggravante di sottoscrivere una pace separata con i Talebani, che ha legittimato loro e delegittimato il Governo di Kabul, ridotto ad una sorta di comparsa. Il povero e claudicante Biden, infine, poteva solo gestire meglio il ritiro. La seconda ragione è culturale e riguarda la presunzione che il modello euro-occidentale sia il migliore in senso assoluto e che tutti siano disponibili ad accettarlo senza colpo ferire. Questo comporta la creazione di percezioni errate e cattiva analisi, che, nella fattispecie, ha significato non capire che i Talebani erano e sono espressione di una comunità – quella pashtun, in particolare Ghilzai - profondamente radicata tanto in Afghanistan quanto in Pakistan. Ridurre i Talebani a movimento terroristico è sbagliato. I Talebani sono un realtà, sopratutto oggi, molto complessa in cui convivono 3 anime: quella conservatrice e per così dire di governo, quella radicale, vicina a ciò che resta di Al Qaeda e quella puramente criminale. Tutte, però, sono straordinariamente radicate nel tessuto del cosiddetto Af-Pak, rappresentandone storia, interessi e tradizioni. E’ stata la prima anima a gestire la ripresa del potere tessendo una serie di accordi con potentati e signori della guerra locali che hanno tagliato fuori Ghani e i suoi: fa specie vedere Ismail Khan chiamare i propri miliziani alla resistenza ad Herat e contemporaneamente trattare per conto dei Talebani con Ghani; ma fa specie vedere pure la rapidità con cui il Nord – un tempo roccaforte dei Tagiki - è caduto senza sparare un colpo. Insomma, il sospetto – che siano state le intese locali più che le armi a spianare la strada di Kabul a Baradar – viene. Il tutto, sotto gli occhi delle nostre intelligence, ormai rivolti altrove. E poi eccoci alle ragioni militari ed operative. Una guerriglia con un retroterra logistico santuarizzato è potenzialmente inesauribile. La disponibilità di aree sicure in Pakistan – nelle cosiddette aree tribali, ma sopratutto, nel Belucistan – spiega la resilienza dei Talebani e la loro capacità di alimentare le proprie attività militari in alcune aree del Paese. E ciò rimanda anche al legame tra i Talebani ed il Pakistan. Un legame inscindibile e funzionale per la politica estera di Islamabad e per il suo obbiettivo di mantenere profondità ed influenza in Afghanistan. Il fallimento degli USA si è visto sopratutto qui, ed è qui che sono stati pronti ad infilarsi tanto i Russi quanto i Cinesi. Infine, parliamo anche di soldi, ovvero dei soldi della ricostruzione e degli aiuti che in questi 20 anni la classe dirigente afghana, a tutti i livelli, si è intascata. In particolare, la “nostra” classe dirigente: quella che ha studiato nelle nostre università, che parla un inglese fluente e che ha i conti correnti “gonfi” a Dubai. Un gioco da ragazzi per la sempre più evoluta propaganda degli ex studentelli coranici creare la narrazione della “rapina” commessa dai potentati di Kabul ai danni del popolo afghano: adesso è il momento di Bardar e degli “onesti”. Di questo, e non solo, lo Scrivente parlava, non ultimo, anche nel 2012 in un reportage, che ripubblichiamo oggi, scaturito dall’ennesimo viaggio nella meravigliosa terra afghana.

anteprima logo RID Il nuovo “Muro dei 10.000 Li”

Il mondo militare viene spesso visto, e non del tutto a torto, come caratterizzato da una mentalità sostanzialmente statica e perciò lento ad accettare cambiamenti davvero significativi. Importanti progressi tecnologici che aprono la via a nuovi concetti operativi o addirittura a nuove dottrine strategiche, o in senso contrario pesanti necessità operative o strategiche che “forzano” i necessari sviluppi tecnologici, richiedono molti anni per arrivare a maturazione - in forte contrasto con la straordinaria facilità e rapidità con cui nuovi prodotti e nuovi bisogni più o meno artificiali si impongono nel modo civile. Ciò però non significa che cambiamenti di grande portata, in grado di influenzare tutto il modo di condurre dei conflitti, non avvengano davvero. Se le 2 più importanti novitá di questo genere, nel corso degli ultimi decenni, sono senza dubbio state la bassa osservabilità (“stealth”) e il munizionamento di precisione, più di recente se ne è affacciata un’altra, ad opera soprattutto della Cina e della Russia: le cosiddette “bolle A2AD” (Anti Access/Area Denial, anti-accesso/interdizione di area). Un’importante precisazione semantica preliminare: i concetti e i termini di “bolla” e “A2/AD” sono esclusivamente di origine americana, e le letterature militari cinese e russa non fanno alcun uso di queste espressioni o altre analoghe. Ciò non impedisce, ovviamente, che le relative dottrine operative e strategiche vengano attentamente studiate e messe in pratica.

anteprima logo RID Golpetto in Tunisia

Nella notte di domenica 25 luglio è iniziato un colpo di Stato “costituzionale” in Tunisia, tuttora in corso e dagli esiti molto incerti. Il Presidente della Repubblica, Kais Saied, ha attivato l’articolo 80 della Costituzione, in base al quale “in caso di pericolo imminente e minaccia per la sicurezza della Stato il Presidente della Repubblica è autorizzato a prendere misure eccezionali”. Non è chiaro quale sia il pericolo addotto da Saied per fare ricorso a questa misura estrema. Contestualmente, il Capo dello Stato ha avocato a sé tutto il potere esecutivo, esautorando il Premier Mechichi e l’intero governo. Per una fase di 30 giorni, Saied governerà con l’aiuto di un gabinetto da lui scelto. Bloccato anche il potere legislativo: il Parlamento monocamerale è “congelato” per 30 giorni. L’attivazione dell’articolo 80 è stata subito contestata da più parti per le modalità non aderenti alla Carta con cui Saied ha proceduto. L’aspetto più controverso riguarda la Corte Costituzionale: secondo la Costituzione tunisina, l’organo dovrebbe avallare la misura e svolgere un ruolo di supremo supervisore in una fase così delicata; ma la Corte non è mai entrata in funzione, paralizzata dai veti incrociati della politica che si trascinano ormai dal lontano 2014. Un vulnus democratico che Saied sta abilmente sfruttando. Nei mesi scorsi, peraltro, la possibilità di un golpe da parte di Saied era già stata ventilata, specie dopo che un documento riservato della presidenza era filtrato alla stampa. Nel rapporto si tracciava uno scenario non troppo distante da quello attuale. Il documento appariva così credibile che Saied stesso era stato costretto a smentirne l’autenticità il 26 maggio scorso. In piena notte, subito dopo l’annuncio dell’attivazione dell’art. 80, alcuni parlamentari tra cui il Presidente del Parlamento e co-fondatore del partito islamista Ennadha, Rached Ghannouchi, hanno provato a entrare in assemblea, ma sono stati respinti dall’Esercito che ha immediatamente presidiato l’edificio. Ghannouchi e altri politici di spicco, tra cui l’ex Presidente Marzouki, hanno definito senza mezzi termini la mossa di Saied come un “colpo di Stato”. Non si sono ancora pronunciate, invece, le principali sigle sindacali (su tutte l’UGTT) né la “Confindustria” tunisina (UTICA), che conservano un forte peso politico e il cui schieramento può essere decisivo nell’indirizzare l’esito della crisi. La situazione della piazza, al momento, appare tranquilla. L’annuncio del colpo di Stato è arrivato in un giorno molto particolare, il 25 luglio, che è la data della festa della Repubblica. In molte città erano in corso manifestazioni di protesta contro il governo per la gestione sanitaria ed economica del Paese. Alcune sedi del partito Ennahda sono state prese d’assalto, tra cui quelle di Sfax e di Kasserine. In piazza sembrano presenti quasi esclusivamente sostenitori di Saied, che hanno ripetutamente salutato con favore il dispiegamento dei militari a Tunisi.

anteprima logo RID L’UE vuole una missione militare in Libia (contro la Turchia)?

L’Unione Europea starebbe definendo il perimetro e gli obiettivi di una possibile missione militare in Libia, spinta da un fattore su tutti: non lasciare il campo libero ad altri attori e in particolare alla Turchia. Lo si apprende da un documento interno e riservato del Servizio Europeo di Azione Esterna (EEAS), a cui ha contribuito anche il Comitato Militare dell’Unione Europea (EUMC), e di cui il portale di informazione EUobserver ha pubblicato ieri alcuni stralci. Dal documento si apprende che Bruxelles legge il contesto libico come una “situazione competitiva” a causa della presenza e dell’influenza di Stati terzi. Anche se non vengono esplicitati, il riferimento principale è chiaramente alla Turchia, l’unico Paese che ha “continuamente negato il permesso alle ispezioni” delle navi dirette in Libia da parte della missione aeronavale europea EUNAVFORMED – IRINI, e che “mantiene una forte presenza militare in Libia e fornisce addestramento a forze armate selezionate nella Libia occidentale”. Su questo sfondo, l’EEAS sostiene che è necessario un coinvolgimento militare dell’UE e che la via maestra dovrebbe essere quella del supporto alla riforma dei servizi di sicurezza libici (Security sector reform, SSR). “In questo contesto”, si legge nel documento, “un coinvolgimento militare dell’UE sotto la CSDP [Common Security and Defence Policy] dovrebbe essere considerato in modo da non lasciare l’intero campo di azione nel dominio militare a Stati terzi”. E continua: “Nel lungo termine e quando le condizioni lo permetteranno”, la missione dovrebbe prendere il via con il “mandato di supportare il processo di SSR”. Il supporto europeo, specifica il documento dell’EEAS, dovrebbe essere garantito a determinate condizioni, anche in questo caso volte a marginalizzare l’influenza turca. “La fornitura di equipaggiamenti” da parte di IRINI alla cosiddetta Guardia Costiera Libica “dovrebbe essere legata all’accettazione da parte delle autorità libiche di addestramento da parte dell’UE”, chiaramente a scapito delle attività di training fornite adesso dalla controparte turca. Giova ricordare che la Turchia non si limita all’addestramento della Guardia Costiera libica, ma di una platea molto più ampia di milizie e forze militari libiche, sia in sito sia con attività condotte in Turchia. Il perimetro definito dall’UE, quindi, permetterebbe soltanto di riprendere il controllo dei traffici e delle principali rotte migratorie verso l’Italia e l’Europa, ma difficilmente potrebbe incidere nella ristrutturazione degli apparati di sicurezza e delle Forze Armate libiche. Una seconda priorità individuata dal documento è il monitoraggio dei confini terrestri del Paese, incluso quello sud che svolge un ruolo fondamentale per il contrabbando, il traffico e la tratta di esseri umani, e le infiltrazioni jihadiste da e verso il Sahel. In questo senso l’UE vorrebbe l’ok delle autorità libiche per ottenere “il diritto di sorvolo da parte degli asset aerei di sorveglianza”.

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