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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Libia, eletto il nuovo governo ad interim

Il Foro di Dialogo Politico Libico (FDPL) ha eletto il governo ad interim che ha il compito di traghettare il Paese nordafricano verso le elezioni del 24 dicembre, le prime dal 2014 e dalla frattura istituzionale tra Est e Ovest. I 75 delegati libici del FDPL hanno eletto a maggioranza semplice (39 voti) la lista numero 3, che schiera per la carica di Presidente del Consiglio Presidenziale Mohammed al-Manfi, originario della Cirenaica, Abdullah al-Lafi e Musa al-Koni come vice-Presidenti, rispettivamente in quota Tripolitania e Fezzan, e l’imprenditore misuratino Abdul Hamid Dbeibeh come candidato per la carica di Primo Ministro. Anche se si è svolto in modo formalmente ineccepibile, questo passaggio cruciale del percorso di riconciliazione a guida ONU pone le premesse per una nuova fase di instabilità, che può allontanare la prospettiva di una vera riunificazione istituzionale del Paese. Il punto più critico è che l’esito del voto non dà alcuna rappresentanza a Tripoli nelle cariche politiche apicali del Governo di Unità Nazionale (GUN). L’architettura ideata dalle Nazioni Unite prevedeva liste trasversali di 4 candidati. L’aspirante capo del Consiglio Presidenziale e i 2 vice dovevano provenire dalle 3 regioni storiche della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan). Nessun vincolo geografico invece per il candidato Premier. Tuttavia, questi paletti non possono contenere appieno le tante rivalità fra le diverse anime del Paese, specie dopo 6 anni di conflitto civile che ha moltiplicato la frammentazione del tessuto politico e socio-tribale, particolarmente visibile a Ovest. I nuovi organi politici sono espressione di interessi e gruppi di potere piuttosto lontani dalle milizie che controllano la capitale e che possono osteggiare l’insediamento di un nuovo GUN con pienezza di poteri. Al-Lafi è un membro della Camera dei Rappresentanti con sede a Tobruk, nell’Est, ma originario di Zawiya dove ha continuato ad avere influenza anche all’indomani della spaccatura con la Cirenaica del 2014. La città costiera a ovest di Tripoli ha creato problemi al GUN fin dal suo insediamento nel marzo 2016 e i gruppi armati e i cartelli criminali che la controllano hanno ripetutamente avuto scontri con le milizie afferenti alla capitale. Il neo Premier Dbeibeh, invece, è un esponente del variegato ceto commerciale di Misurata. Fino al 2013 è stato a capo della Libyan Investment and Development Holding, una posizione che ricopriva anche prima del 2011. Le credenziali di rivoluzionario le ha ottenute fondando (e finanziando) un suo gruppo armato per combattere Gheddafi, e per questa via è riuscito a ritagliarsi un suo spazio nell’affollato panorama misuratino. L’aspetto militare ha così protetto la sua rete di interessi economici pre-esistente e che affonda le sue radici in legami diretti con l’ex Rais (Abdelhamid è nipote di Ali, un compagno di scuola di Gheddafi). Negli ultimi 2 anni, inoltre, Dbeibeh ha provato a corteggiare Parigi. Più che nelle vesti di “pontiere” tra Est e Ovest, però, ha operato soprattutto a vantaggio del primato politico ed economico di Misurata nel panorama della Tripolitania. Non stupisce quindi che l’ultima incarnazione del cartello di milizie tripoline, l’Autorità di supporto alla stabilità (ASS) creata da Sarraj a gennaio, abbia disconosciuto l’esito del voto (ancor prima che si conoscesse il risultato del ballottaggio) e abbia persino accusato l’ONU di voler imporre una tutela internazionale sul Paese. Notevole è poi che l’accusa sia estesa anche alla Fratellanza Musulmana, indicata come causa profonda della crisi del Paese. Infatti, questa retorica è estranea alla storia di queste milizie. A ben vedere, potrebbe segnalare un avvicinamento agli EAU, che fanno della lotta all’islamismo politico la stella polare della loro politica regionale e che hanno interesse a far naufragare un processo politico di riconciliazione che, nel pacificare il Paese, riconosca anche un ruolo legittimo per il rivale turco. Del resto, già nei mesi appena prima dell’avvio dell’offensiva di Haftar, a fine 2018 – inizio 2019, Abu Dhabi aveva moltiplicato contatti ed elargizioni ad alcuni comandanti di questi gruppi armati, nel tentativo di comprarne la fedeltà e spianare la via della capitale al Generale. Parallelamente, l’elezione di al-Manfi mette in ombra Haftar, dal quale è appare piuttosto distante. Al-Manfi era ambasciatore in Grecia fino al 2019, quando fu espulso per non aver condannato l’accordo fra Turchia e GUN sui confini marittimi. Dunque, il Generale non solo ha fallito l’assalto a Tripoli ma si vede anche estromesso dal percorso verso le nuove elezioni generali e presidenziali di dicembre. Un quadro che potrebbe decretare la fine delle sue aspirazioni politiche ma, allo stesso tempo, anche rendere più difficile la strada verso le istituzioni ai suoi figli, in particolare Khaled. Quindi, non si può escludere che i gruppi armati che rispondono ad Haftar cerchino di boicottare i lavori del nuovo GUN, controllando a piacimento i principali centri urbani (Bengasi, Agedabia, Tobruk) o interferendo con l’export petrolifero nei terminal costieri del Golfo di Sirte.

anteprima logo RID Gli IRON DOME americani verso il Golfo

Come noto lo US Army ha recentemente acquisito 2 batterie del sistema missilistico di difesa aerea israeliano a corto raggio IRON DOME

anteprima logo RID Al via i Marine Littoral Regiment

Dopo dolorose chiusure e tagli di unità e programmi, lo USMC ha annunciato che il progetto triennale per la creazione dei nuovi Marine Littoral Regiment (MLR) inizierà quest’anno, con la volontà di raggiungere la capacità operativa iniziale a partire dal Financial Year (FY) 2022. Il portavoce del glorioso Corpo americano, il Maggiore Josh Benson, ha infatti informato la stampa sui prossimi passi del progetto che vedrà gli MLR muovere i primi passi affrontando test, esercitazioni, wargaming e simulazioni. Il primo passo sarà quello di costruire la prima nuova unità. Si partirà da una già esistente, il 3rd Marine Regiment, basato alle Hawaii, che verrà rimodellato secondo la nuova struttura e le professionalità richieste, andando ad inglobare anche altre unità presenti nell’arcipelago. L’obiettivo è quello di modellare il primo MLR per essere pronto ad agire in un futuro scenario di guerra “dispersed”, secondo quanto previsto nella fase 3 del Force Design dello USMC promosso dal Comandante del Corpo, il Generale David Berger. La nuova unità avrà un organico limitato a 1800/2000 Marines e marinai, con un taglio di circa la metà degli attuali effettivi del 3rd Marine Regiment, e un’organizzazione interna articolata su un Littoral Combat Team, un Littoral Logistic Battalion e un Littoral Anti-Air Battalion. Pur mantenendo una completa apertura mentale e strutturale a qualsiasi miglioramento e modifica, si profilano 2 sfide importanti all’orizzonte del MLR. La prima vera difficoltà sarà quella di combattere la resistenza al cambiamento che un tale innovativo progetto porterà nell’organizzazione dei Marines basata sulla famosa Marine Air Ground Task Force (MAGTF). La seconda sfida è rappresentata dalla rinnovata integrazione con la US Navy da cui dipende pesantemente la riuscita del progetto MLR, secondo quanto previsto nei condivisi concetti del Littoral Operations in a Contested Environment (LOCE) e Expeditionary Advanced Based Operations (EABO). A tal riguardo, il Tenente Generale Lewis Craparotta, Comandante del Marine Corps Training and Education Command, ha comunicato che quest’ultimo sta lavorando su una prima bozza di manuale operativo per la condotta delle EABO.

anteprima logo RID Grecia RAFALE, formalizzato l’accordo

I  Ministri della Difesa francese Florence Parly e greco Nikolaos Panagiotopoulos hanno formalizzato un accordo, del valore di 2,5 miliardi di euro, per la fornitura alla Grecia di 18 caccia RAFALE. In particolare, di questi 18 aerei, 12 saranno di seconda mano, prelevati dalla linea combat dell'Aeronautica Francese, e 6 di nuova produzione. Una prima tranche di 6 esemplari usati verrà consegnata a partire da luglio e seguita, nella primavera del 2022, dai 6 aerei nuovi. L’ultima tranche di 6 RAFALE di seconda mano verrà infine consegnata nei primi mesi del 2023.

anteprima logo RID Gli aerei cinesi minacciano Taiwan

Il Ministro della Difesa di Taiwan ha confermato che una doppia formazione di 8 bombardieri e 4 caccia di scorta dell’Aeronautica Cinese hanno violato, non autorizzati, la Air Defence Identification Zone (AIDZ) dell’Isola. Tale sconfinamento ha rappresentato una preoccupante novità rispetto agli usuali voli di ricognizione della PLA Air Force, normalmente effettuati con un singolo velivolo, ai confini dell’area in questione. La formazione cinese, composta da 8 bombardieri H-6K, in grado di trasportare anche armi nucleari, e 4 caccia J-16, ha sorvolato in formazione d’attacco la zona a sud delle isole Pratas approcciando minacciosamente l’isola di Taiwan. Alla formazione aerea cinese, a cui si è aggiunto anche il volo di un Y-8 antisom nella medesima area, la forza aerea di Taiwan ha risposto illuminando i velivoli cinesi con i propri radar del tiro, comunicando tramite radio i propri warnings e facendo levare in volo i propri caccia. Nonostante Pechino continui a ritenere Taiwan parte integrante del proprio territorio e non riconosca il Governo di Tapei, è la prima volta che una formazione da combattimento di questo tipo forza le difese dell’Isola per verificarne le procedure d’ingaggio e i tempi di reazione. L’unico evento similare è quello che si registrò, circa un anno fa, durante la visita di una delegazione ufficiale americana a Taipei, quando una formazione aerea cinese violò la linea mediana dello Stretto di Taiwan, ritenuto il confine non ufficiale tra i 2 territori. Alle reazioni e proteste del Governo di Taipei non sono arrivate risposte ufficiali dal Governo cinese. Tutto questo mentre l’Aircraft Carrier Group della USS THEODORE ROOSEVELT entra nel Mar Cinese Meridionale con la missione di promuovere la “libertà di navigazione” e rinvigorire le relazioni internazionali con i Paesi dell’area con lo scopo di rinforzare la sicurezza marittima. Secondo quanto confermato dal Comando americano nel Pacifico (PACOM), la ROOSVELT è accompagnata nella sua attività nel South China Sea dallo USS BUNKER HILL, classe TICONDEROGA, e da 2 caccia USS RUSSELL e JOHN FINN, classe ARLEIGH BURKE.

anteprima logo RID Il punto debole dell'accordo ONU sulla Libia?

I progressi nei negoziati ONU per risolvere la crisi libica sono arrivati a un punto di svolta. Negli ultimi 2 giorni, i 75 delegati del Libyan Political Dialogue Forum hanno trovato un accordo sul meccanismo per scegliere il nuovo Consiglio Presidenziale e il Primo Ministro. Separatamente, si è arrivati a un accordo anche sulla riforma della Costituzione e sul referendum per convalidarla, un passo necessario per svolgere le elezioni presidenziali e politiche del 24 dicembre entro una cornice di piena legalità. Non tutti gli attori, libici ed esterni, appoggiano questi passi in avanti. I progressi infatti determinano inevitabilmente vincitori e sconfitti. Dai negoziati, chi esce ridimensionato è il Premier del Governo di Unità Nazionale (GUN) Sarraj. Presto potrebbe dover lasciare l'incarico, sacrificando le ambizioni politiche sull'altare della riunificazione del Paese. Sarraj non sembra essere riuscito a catalizzare attorno a sé il supporto necessario, al contrario di alcuni suoi rivali come Maitig (capace di stringere accordi con Haftar e l'Est per la riapertura dei pozzi e accelerare una riforma fondamentale come la riunificazione del tasso di cambio) e Bashagha (attento ad accreditarsi anche tra gli sponsor esterni delle forze della Cirenaica come uomo in grado di tenere a bada le milizie dell'Ovest). In quest'ottica va letta la creazione dell'ASS, l'Autorità di Supporto alla Stabilità con cui Sarraj si è blindato dietro ad alcune potenti milizie tripoline. Parallelamente, dall'intesa ONU esce ridimensionata anche la politica degli EAU. Nei fatti, fin dal 2019 Abu Dhabi è stata risolutamente contraria a una soluzione politica della crisi, interpretando la Libia come un altro teatro dello scontro regionale con la Turchia e della lotta contro l'islamismo politico. Qualsiasi accordo, oggi, certificherebbe invece un certo grado di influenza di Ankara nel Paese, vista la sua presenza in Tripolitania e gli accordi militari ed economici stretti con il GUN nell'ultimo anno. Come nelle fasi più accese del conflitto, in queste settimane si sono registrati numerosi voli tra gli EAU e la Cirenaica, indizio di un possibile arrivo di rinforzi in vista di una futura ripresa delle ostilità. La ripresa di tali voli è coincisa con l'avanzamento dei lavori negoziali. In più, altri sponsor delle forze della Cirenaica come Egitto e Francia hanno ormai abbandonato l'idea di una soluzione militare, lasciando Abu Dhabi ulteriormente isolata. Quanto alla Turchia, l'accordo ONU dà una patente di legittimità alla sua presenza in Libia, ma non fornisce alcuna garanzia per quanto riguarda il grado di influenza sulla politica libica che Ankara sarà in grado di esercitare. In più, con un accordo in essere e la riunificazione incipiente, aumenta la pressione per il ritiro delle migliaia di mercenari siriani che la Turchia ha portato nel Paese dal 2020.  Su questo sfondo, tanto Sarraj quanto Abu Dhabi e Ankara avrebbero interesse a far deragliare i negoziati, o perlomeno a congelare la situazione. Non è un caso che non appena raggiunto un accordo in sede negoziale, un comunicato congiunto di Francia, Germania, Italia, UK e USA abbia messo in guardia qualsiasi attore dall'interferire con il processo di riunificazione, pur senza fare nomi. Resta il fatto che i negoziati hanno un punto debole molto evidente: il controllo del territorio nelle zone sensibili del Paese, come la capitale dove hanno sede le istituzioni principali, non è affatto assicurato. Il panorama variegato di milizie che si spartiscono la capitale ha dimostrato più volte, in passato, di mutare al di fuori di qualsiasi schema ideologico e inseguendo solo la convenienza del momento. Per questa ragione, negli ultimi anni, queste stesse milizie sono state corteggiate da alcune potenze esterne, Turchia e EAU inclusi. In una fase in cui l'accordo ONU mette in cattiva luce le milizie e ne minaccia la legittimità, non si può escludere che i Paesi più desiderosi di interrompere la riunificazione libica aumentino le loro offerte ai gruppi armati. La frattura creata da Sarraj con l'ASS, che si oppone alle forze sotto il controllo del Ministero dell'Interno (Bashagha) e ad alcune potenti milizie misuratine attestate nei pressi della capitale, potrebbe perciò presentare un'occasione insperata e preziosa per raggiungere l'obiettivo di far deragliare i negoziati.