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Argomento Selezionato: Mare
anteprima logo RID La Marina Greca guarda all’usato “sicuro”

Atene non procede solo con accordi e contatti (ancora da contrattualizzare) per fregate e corvette di ultima generazione con Francia e Israele. Nei giorni scorsi è infatti stata siglata una “lettera di intenti” (LOI, Letter of Intent) con il Governo olandese per ottenere in tempi più rapidi, rispetto a quelli legati a nuove costruzioni, le 2 fregate classe KAREL DOORMAN ancora in organico (la VAN SPEIJK, posta in riserva nei mesi scorsi per carenza di personale, e la VAN AMSTEL, costruite nel 1988-1995 e ammodernate dal 2012), e 6 cacciamine tipo TRIPARTITO degli anni ’80, classe ALKMAR e radicalmente aggiornati nel 2004-2010. Un rinforzo importante che permetterebbe alla Grecia di mandare in pensione i dragamine più vecchi (compreso il KALLISTO semi distrutto nel 2020 in una collisione) e 3 fregate classe ELLI – pure ex olandesi – non ammodernate. Questo accordo preliminare andrebbe a soddisfare in tempi rapidi la crescente “fame” di navi nuove o modernizzate della Marina Greca, pressata dall’assertività turca in Egeo, ma restano dubbi sulla tempistica. I nuovi cacciamine del programma comune belga-olandese infatti saranno consegnati solo dal 2027, mentre fonti dell’Ammiragliato Olandese hanno sottolineato che la prima delle 2 fregate del programma Anti-Submarine Warfare Frigate (ASWF, sempre assieme al Belgio) è attesa per il 2028, dopo i ritardi accumulati dal progetto, e non si vuole pertanto rinunciare prematuramente alle capacità antisom delle ultime DOORMAN.

anteprima logo RID LIONFISH e MARLIN: i “piccoli” e medi calibri navali di Leonardo

Nel settore dell'armamento navale, nell’ambito dei cosiddetti “piccoli” e medi calibri, Leonardo ha deciso di aggiornare i propri prodotti, un’attività che si è concretizzata con la presentazione della nuova famiglia LIONFISH e con l’introduzione di una serie di miglioramenti sulle torrette MARLIN dotate di armi di medio calibro. Le nuove LIONFISH comprendono infatti 4 nuove torrette, 3 delle quali armate di mitragliatrice pesante da 12,7 mm (12,7x99, un "piccolo" calibro a bordo delle unità navali) ed una dotata di mitragliera da 20 mm (20x128), mentre le MARLIN sono equipaggiate di mitragliera da 30 mm (30x173) o da 40 mm (40x365). Impiego e diffusione dei “piccoli calibri”. Negli ultimi decenni, le torrette navali di piccolo calibro a controllo remoto (note anche come RCWS, Remote Controlled Weapon Station) si sono diffuse in tutto il mondo in modo molto capillare. Le ragioni sono molteplici. Da una parte si è manifestata la necessità di contrastare una serie di minacce asimmetriche di superficie (dall’attacco al caccia statunitense COLE nel lontano 2000 i rischi si sono tremendamente accresciuti) ed aeree (più recenti e legate soprattutto alla diffusione dei droni), dall’altra le RCWS si sono rivelate una soluzione piuttosto economica e molto versatile adatta a moltissime piattaforme. Esse possono infatti costituire l’armamento primario delle piccole unità (quali pattugliatori, naviglio sottile o OPV) oppure possono contribuire alla difesa delle navi più grandi (nell'ambito, quindi, di un sistema stratificato). In quest’ultimo caso possono anche essere destinate al contrasto di una minaccia molto specifica: pensiamo, per esempio, alle HITROLE N sulle fregate tedesche tipo F-125 che hanno il compito di coprire la zona “cieca” sottobordo, per esempio nel caso di attacchi in porto (o comunque con l’unità alla fonda). Da un punto di vista commerciale, la grande diffusione delle RCWS di piccolo calibro e la loro, relativa, semplicità hanno portato tantissimi costruttori a cimentarsi con tale tipo di prodotto, cosa che ha trasformato questo mercato, una volta appannaggio quasi esclusivo di pochi grandi specialisti, in un’arena estremamente competitiva.

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anteprima logo RID La protezione balistica delle unità navali

Viene chiamata protezione balistica la protezione di una piattaforma militare (terrestre, aerea o navale) o di sue parti contro l’offesa portata dai proietti di armi avversarie; protezione ottenuta mediante l’utilizzo di appositi materiali capaci di arrestare la penetrazione dei proietti stessi. Tipici esempi di piattaforme nelle quali la protezione balistica costituisce il requisito principale sono i mezzi corazzati terrestri e le navi da battaglia (o navi corazzate) del passato. Nel campo navale la protezione balistica costituiva un requisito fondamentale di tutte le navi da combattimento maggiori realizzate fino alla Seconda Guerra Mondiale (navi da battaglia, incrociatori da battaglia, incrociatori pesanti e leggeri, navi portaerei). Già nelle fasi finali della Seconda Guerra Mondiale il progresso dell’offesa rappresentata dal mezzo aereo e l’avvento delle bombe guidate e poi dei missili ha portato a rendere inutile la protezione balistica, in quanto la precisione e la capacità distruttiva delle nuove armi erano tali da superare qualsiasi livello di protezione. Ricordiamo il tragico episodio della corazzata ROMA, ultima unità realizzata della classe VITTORIO VENETO, dotata del più alto livello di protezione ottenibile per l’epoca in tutti i settori, consegnata alla Regia Marina nel 1942 ed affondata il 9 settembre 1943 dalle nuovissime bombe teleguidate Ruhrstahl SD 1400 (note anche come FRITZX), sganciate da aerei tedeschi Dornier Do-217K, una delle quali riuscì a superare la corazzatura, scoppiando all’interno e provocando la deflagrazione dei depositi munizioni e la conseguente perdita dell’unità, affondata in meno di 30 minuti con la perdita di 1.352 persone d’equipaggio (tra i quali l’Ammiraglio di Squadra CARLO BERGAMINI, Comandante in capo delle forze navali). Le uniche unità che hanno sempre avuto una protezione balistica rilevante nel periodo della Guerra Fredda sono state le grandi portaerei della US Navy, che dispongono in particolare di una protezione orizzontale costituita dal ponte di volo corazzato; il livello ed il tipo di tale protezione sono però sempre stati considerati informazioni classificate e sensibili, e quindi al di fuori della US Navy se ne sa poco; alcune fonti riportano per le portaerei classe Nimitz una protezione di 2,5 pollici (64 mm) di kevlar per gli spazi vitali, ma probabilmente il reale livello di protezione è ben altro. A partire dagli anni ’90 la protezione balistica è tornata di attualità anche per le piattaforme navali di media grandezza (fregate e cacciatorpediniere) realizzate nei Paesi dell’Europa Occidentale, per 2 ordini di motivi: • Il diffondersi delle minacce di tipo asimmetrico o non convenzionale, ed in particolare dei possibili attacchi terroristici verso unità in porto, alla fonda o in navigazione in ambienti ristretti, con l’utilizzo di armi leggere o comunque portatili (lanciarazzi), volte non ad affondare l’unità, ma a danneggiarla o a colpire il personale di bordo. Pure la recrudescenza del fenomeno della pirateria ed il ruolo attivo di lotta a questo fenomeno assunto dalle Marine militari dei Paesi occidentali possono portare a fronteggiare offese da corta distanza rappresentate dall’impiego di armi leggere. • L’esame delle metodologie secondo le quali le armi moderne (missili e cannoni) pongono fuori servizio le unità navali, costituite dal blast (sovrapressione generata dall’esplosione) e dai frammenti, prodotti direttamente sia dall’arma (frammenti primari) sia dalle strutture di bordo interessate dall’esplosione (frammenti secondari); in particolare l’esame dei fenomeni che hanno portato alla perdita di unità navali colpite da missili (conflitto arabo-israeliano e conflitto anglo-argentino delle Falkland/Malvinas) ha evidenziato che un adeguato livello di protezione balistica di alcune strutture di bordo può, arrestando i frammenti, rendere meno distruttivo l’effetto dell’impatto di un moderno missile antinave. Oggi la protezione balistica è considerata uno dei provvedimenti per diminuire la vulnerabilità delle unità navali alle offese avversarie, e quindi la sua adozione viene considerata nell’ambito degli studi sulla vulnerabilità e sui provvedimenti da adottare per rendere la nave meno vulnerabile.

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anteprima logo RID La China's Maritime Safety Agency schiera un super-OPV

Nei piani di Pechino, non c’è solo la creazione di una Marina oceanica capace di sfidare la US Navy. Infatti, accanto alla Guardia Costiera, riorganizzata nel 2013 e destinataria di una nuova generazione di pattugliatori di varia taglia e tipologia, realizzati con standard avanzati e affiancati da fregate Type-053, dismesse dalla PLAN dopo aver sbarcato (ma immagazzinato) i sistemi d’arma più prestanti, opera dal 1998 la China's Maritime Safety Agency. La CMSA è un’agenzia guardacoste di law enforcement con compiti di sorveglianza e protezione del traffico, lotta all’inquinamento, servizio SAR, e coi suoi 25.000 effettivi con 1.300 imbarcazioni di ogni tipo alleggerisce il lavoro della Guardia Costiera, da anni sempre più in prima linea nelle aree di tensione marittime del Mar Cinese. Tuttavia anche la CMSA in questi giorni ha ricevuto, quale nuova “ammiraglia”, un pattugliatore oceanico da 10.700 t, lungo 165 m e largo 20,6: lo HAIXUN-09, impostato nel 2019 assieme a un secondo esemplare in allestimento. La nuova unità ha caratteristiche simili a quelle dei 2 HAIJING (classe ZHAOTOU per la NATO) costruiti per la Guardia Costiera nel 2014-2017, con ponte di volo e hangar per elicotteri, ma è priva di armamento (gli OPV gemelli imbarcano cannone da 76 mm e 2 da 30), a parte armi individuali e predisposizioni per sistemi più prestanti. Si tratta dei più grandi pattugliatori del mondo, equiparabili a OPV-incrociatori con adeguata velocità (oltre 25 nodi) e oltre 10.000 miglia di autonomia a 16 nodi, per missioni sino a 90 giorni, garantite da una elevata automazione e da diesel di nuova generazione a basso consumo e limitata emissione di gas.

anteprima logo RID Doppia portaerei, una necessità per l’Italia

Perchè un Paese come l’Italia dovrebbe aver bisogno di 2 portaerei? Semplice: perché ciò significherebbe averne sempre una disponibile e farsi trovare in ogni momento pronti per una crisi, in uno scenario sempre più incerto, complesso e pericoloso. Ad oggi l’Italia ha una portaerei...e mezzo. Al Cavour, infatti, bisogna aggiungere la LHD TRIESTE, unità d’assalto anfibio dotata dello skijump per operare con gli F-35B. Il ponte del TRIESTE è già stato “trattato” per operare con il velivolo, ma all’unità manca ancora tutta la parte software e logistica – il sistema ALIS/ODIN ed il sistema JPALS – che consente l’integrazione con l’F-35B. Ciò significa che l’unità non può sostenere un distaccamento di F-35B in una campagna bellica, ma solo appontaggi e decolli e, contestualmente, il loro rifornimento e riarmo. Insomma, ad oggi il TRIESTE è solo una sorta di FARP (Forward Arming and Refueling Point) galleggiante, pur avendo già tutte le predisposizioni per recepire quelle modifiche a livello software e logistiche capaci di “trasformarla” in una portaerei (seppur penalizzata nelle capacità dalla presenza del bacino allagabile). La nostra raccomandazione è che tali predisposizioni possano essere implementate il prima possibile e che l’Italia possa così disporre di 2 portaerei dotate del velivolo di quinta generazione imbarcato. Una capacità che garantirebbe al nostro Paese la possibilità di giocare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale sin dalle prime fasi di ogni crisi, anche quelle “più grigie”, ma anche di operare in scenari ad alta intensità – tutt’altro che improbabili negli scenari futuri - con, potenzialmente, 2 portaerei. In tale ottica, diventa quanto mai necessario qualificare per l’impiego da portaerei anche i piloti degli F-35B dell’Aeronautica Militare portando così la massa critica della “base” F-35B a 30 velivoli, a beneficio della sostenibilità nel tempo delle operazioni con velivoli stealth imbarcati. Con 30 F-35B, infatti, si potrebbe operare tranquillamente con 8-10 F-35B sul CAVOUR e 4-6 sul TRIESTE, una capacità che, nel campo occidentale, solo Stati Uniti e Regno Unito possono mettere in campo.

anteprima logo RID Cina e Russia mostrano i muscoli nel Pacifico, e il Giappone risponde

Si è conclusa la prima esercitazione aeronavale bilaterale russo-cinese nel Pacifico Occidentale. La Combined Task Force dei 2 Paesi, composta da 10 unità navali, ha attraversato lo Stretto di Tsugaru, compreso tra le 2 isole giapponesi di Hokkaido e Honshu, prima di manovrare verso sud costeggiando la costa orientale dell’arcipelago di Tokio, per poi dirigersi in Cina attraverso lo Stretto di Osumi, a sud dell’isola di Kyushu. Bilanciata la presenza nella Task Force tra i 2 Paesi, con la partecipazione di 5 unità ciascuno. La Chinese People’s Liberation Army Navy (PLAN) ha infatti partecipato con l’incrociatore Type 055 NANCHANG, il caccia Type 052D KUNMING, le fregate Type 0541A BINSHOU e LIUZHOU, accompagnate da una rifornitrice di squadra Type 903A. La Marina Russa ha partecipato invece con 2 incrociatori classe UDALOY, l’ADMIRAL TRIBUTS e l’ADMIRAL PANTELEYEV, 2 corvette classe STREREGUSHCHIY, la GROMKIY e la HERO OF RUSSIAN FEDERATION ALDAR TSYDENZHAPOV, supportate da un’unitá per il rilevamento e sperimentazione missilistica, la MARSHAL KRYLOV. I 2 Paesi hanno tenuto a precisare, ufficialmente, che lo scopo dell’esercitazione è stato quello di esercitarsi per “promuovere la stabilità in una regione caratterizzata da una certa volatilità”, navigando in acque internazionali. Il Contrammiraglio Bai Yaoping del Comando Territoriale Settentrionale del PLA e Vice-Comandante della PLAN, ha inoltre aggiunto quanto l’esercitazione sia la testimonianza della partnership strategica tra le 2 Potenze e quanto l’esercitazione abbia avuto il duplice risultato di migliorare le capacità delle 2 Forze Armate nello svolgimento di operazioni joint e combined, oltre a contribuire alla stabilità strategica regionale e internazionale sul mare. Non è stato dello stesso parere il Governo di Tokio che, viste le tensioni presenti con entrambi i Paesi riguardo alcune isole contestate e la questione del supporto giapponese a Taiwan, ha impiegato un massiccio numero di assetti e personale delle Japan Maritime Self-Defence Force (JMSDF) per monitorare da vicino le manovre aeronavali della Task Force russo-cinese. Sono state impiegate in questo delicato compito, un’intera serie di unitá, dai dragamine AOSHIMA e IZUSHIMA fino ad arrivare ai DDG YAMAGIRI e TAKANAMI, supportati con l’impiego degli MPA P-3C ORION basati presso la base di Hachinohe e di aerei intercettori dell’Aeronautica (JASDF) allertati dai continui voli dei Kamov Ka-27 e Ka-28, in volo sopra la formazione navale.