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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Tunisia, pieni poteri al Presidente Saied

Il Presidente della Tunisia Kais Saied ha assunto pieni poteri. In una dichiarazione del 22 settembre ha comunicato che si prepara a modificare profondamente il sistema politico. A questo scopo, Saied si è dato poteri sostanzialmente illimitati, compiendo un passo ben più ardito di quello del 25 luglio scorso, data in cui ha dato il via al suo golpe morbido. In una serie di provvedimenti subito pubblicati in gazzetta ufficiale, il Presidente si è assegnato la facoltà di governare per decreto e di ignorare la maggior parte degli articoli della Costituzione. Ancora una volta Saied non ha fissato una data ultima per il ritorno alla normalità democratica, non ha nominato un nuovo Governo (dissolto a luglio, con il potere esecutivo integralmente passato alla presidenza) e non ha riabilitato il Parlamento, confermando anzi la revoca dell’immunità per i deputati. Ha invece comunicato che formerà un Comitato per assisterlo nella riforma del sistema politico tunisino. La mossa del 25 luglio aveva trovato poca opposizione da parte dei partiti, che avevano preferito una strategia attendista. Al contrario, le nuove misure hanno trovato subito la contrarietà di parte dell’arco costituzionale (Ennahda, Attayr, Al-Jouhmouri, Akef e Ettakatol), ma in questa fase i partiti non sembrano in grado di organizzare una mobilitazione tale da costringere Saied a tornare sui suoi passi. Il partito islamista Ennahda, prima forza in Parlamento con una fitta e capillare rete territoriale, da 2 mesi è paralizzato da una fortissima rivolta interna contro il leader Rached Ghannouchi, che gli impedisce di prendere posizioni realmente radicali. Anche il potente sindacato dei lavoratori UGTT, tassello importante per gli equilibri politici nazionali, ha reagito immediatamente censurando la scelta di Saied, ma con una critica tiepida che sembra concedere ancora credito al Presidente. Senza eccessive pressioni esterne, Saied sta quindi riuscendo a dirigere la crisi in totale autonomia. Anche se la soluzione dell’impasse passerà probabilmente da una qualche formula negoziata con le principali forze politiche e sociali, la presidenza si è garantita margini di manovra molto ampi per dare forma a una possibile Seconda Repubblica.

anteprima logo RID Libia, Dbeiba sfiduciato

Il 21 settembre la Camera dei Rappresentanti con sede a Tobruk ha votato la sfiducia al Governo di Unità Nazionale (GUN) guidato dallo scorso febbraio da Abdulhamid Dbeibah. 

anteprima logo RID Colpo di Stato in Guinea, tra interessi cinesi e narcotraffico

Nelle prime ore del 5 settembre, unità delle Forze Armate della Guinea-Conakry, con in testa le Forze Speciali, hanno assaltato il palazzo presidenziale e posto agli arresti il Capo dello Stato Alpha Condè, al potere dal 2010. Soltanto lo scorso ottobre, il Presidente aveva ottenuto il suo terzo mandato consecutivo dopo una tornata elettorale molto contestata dalle opposizioni e caratterizzata da irregolarità ed intimidazioni ai danni di giornalisti, attivisti civili ed avversari del primo cittadino guineano. Infatti, per settimane le strade della capitale Conakry sono state invase da manifestanti inferociti e soltanto una brutale campagna di repressione aveva riportato l’ordine nel Paese. Nonostante il momentaneo successo di ottobre, il Presidente ed il suo establishment di potere non sono riusciti a neutralizzare le cause del dissenso ed a eliminare dalla scena politica e militare i leader delle forze antigovernative. In tal senso, il colpo di grazia al regime di Condè, caratterizzato da corruzione, nepotismo e continue e consistenti violazioni dei diritti umani, è arrivato dall’establishment militare e, in particolare, dalla figura del comandante delle Forze Speciali ed ex membro della Legione Straniera francese, Mamady Doumbouya. Apparentemente, prima dell’arresto del Capo dello Stato si sono verificati scontri tra i golpisti ed alcune migliaia di truppe lealiste che però hanno presto abbandonato il campo di battaglia a causa della superiorità numerica dei ribelli e dell’ampio supporto popolare nei loro confronti. Una volta insediatosi al vertice dello Stato, il Colonnello Mamady Doumbouya ha dichiarato abrogata la costituzione, ha imposto la legge marziale ed ha istituito un’autorità politica ad interim, il Comitato Nazionale per lo Sviluppo e la Riconciliazione (CNSR), avente lo scopo di guidare il Paese alla transizione democratica. Nonostante il CNSR abbia dichiarato di essere in controllo della Guinea, non è da escludere che i fedelissimi di Condè abbiano iniziato ad organizzare un movimento di resistenza nelle aree rurali. Infatti, la gestione del potere politico nel Paese rappresenta la condizione irrinunciabile per accedere alle sue vaste risorse economiche sia legali (giacimenti di bauxite) che illegali (traffico di cocaina lungo l’asse America Latina – Africa Occidentale). In questo contesto, proprio il ruolo delle imprese straniere impegnate nello sfruttamento delle miniere (soprattutto cinesi) e dei signori del narcotraffico potrebbe risultare decisivo per la stabilizzazione del Paese. Infatti, qualora il CNSR riuscisse a garantire la continuità nelle attività estrattive e nel transito di stupefacenti, tanto i partner economici occidentali quanto le reti criminali potrebbero supportare lo sforzo di normalizzazione intrapreso dal Colonnello Doumbouya.

anteprima logo RID Lo zampino del Pakistan nella caduta del Panshir

Nelle ultime 48 ci sono stati sviluppi importanti riguardanti la situazione nella valle del Panshir.

anteprima logo RID Afghanistan, le ragioni di una sconfitta

Abbiamo aspettato un po' prima di parlarne. Le ferie (sacre), certo, ma anche la necessità di scrivere lontani dall’emozione del momento, di usare la testa e non la pancia. L'Occidente ha perso, e lo ha fatto anche malamente, con un ritiro che assomiglia a una ritirata, ed un fuggi fuggi condito da immagini che più di ogni altra cosa rappresentano un danno per la sua reputazione. Lo possiamo dire tranquillamente: l’immagine dell’America e dei suoi alleati oggi è ai minimi termini. Se guardiamo agli ultimi 20 anni Washington viene da 3 disastri: quello iracheno-siriano, quello afghano e quello libico. Tutti più o meno condivisi con l’Europa e tutti, egualmente, che hanno dato fiato e spazi agli avversari: l’Iran, piuttosto che la Russia. Il gran finale è stata poi la conferenza stampa di Biden in cui il Presidente americano ha sostanzialmente addossato la responsabilità della sconfitta in Afghanistan alla NATO, riconducendo in pratica solo a Bruxelles lo sforzo di nation building, mentre loro, gli Americani, erano concentrati sulla caccia ai terroristi. Una menzogna bella e buona. Chi è il Paese più importante della NATO? Chi comandava la missione ISAF? Ma veramente si pensa che la NATO possa imbarcarsi in uno sforzo di ricostruzione come quello afghano senza gli USA, impegnati a fare dell’altro? Fate voi. Ma torniamo alle ragioni della sconfitta. La prima riguarda il tempo. I tempi, anzi, gli attimi, delle liberal-democrazie non si conciliano con i tempi delle guerre di stabilizzazione e con la mentalità “lunga e lenta” tipicamente orientale e mediorientale. I cicli elettorali non tengono conto del campo. Da questo punto di vista, l’errore più grosso è stato quello di Obama che ha iniziato a richiamare i contingenti tra il 2011 e 2012, ovvero nel momento di massima pressione sui Talebani, la cui influenza nel Paese in quel momento era veramente ridotta. Trump ha proseguito su questa rotta, con l’aggravante di sottoscrivere una pace separata con i Talebani, che ha legittimato loro e delegittimato il Governo di Kabul, ridotto ad una sorta di comparsa. Il povero e claudicante Biden, infine, poteva solo gestire meglio il ritiro. La seconda ragione è culturale e riguarda la presunzione che il modello euro-occidentale sia il migliore in senso assoluto e che tutti siano disponibili ad accettarlo senza colpo ferire. Questo comporta la creazione di percezioni errate e cattiva analisi, che, nella fattispecie, ha significato non capire che i Talebani erano e sono espressione di una comunità – quella pashtun, in particolare Ghilzai - profondamente radicata tanto in Afghanistan quanto in Pakistan. Ridurre i Talebani a movimento terroristico è sbagliato. I Talebani sono un realtà, sopratutto oggi, molto complessa in cui convivono 3 anime: quella conservatrice e per così dire di governo, quella radicale, vicina a ciò che resta di Al Qaeda e quella puramente criminale. Tutte, però, sono straordinariamente radicate nel tessuto del cosiddetto Af-Pak, rappresentandone storia, interessi e tradizioni. E’ stata la prima anima a gestire la ripresa del potere tessendo una serie di accordi con potentati e signori della guerra locali che hanno tagliato fuori Ghani e i suoi: fa specie vedere Ismail Khan chiamare i propri miliziani alla resistenza ad Herat e contemporaneamente trattare per conto dei Talebani con Ghani; ma fa specie vedere pure la rapidità con cui il Nord – un tempo roccaforte dei Tagiki - è caduto senza sparare un colpo. Insomma, il sospetto – che siano state le intese locali più che le armi a spianare la strada di Kabul a Baradar – viene. Il tutto, sotto gli occhi delle nostre intelligence, ormai rivolti altrove. E poi eccoci alle ragioni militari ed operative. Una guerriglia con un retroterra logistico santuarizzato è potenzialmente inesauribile. La disponibilità di aree sicure in Pakistan – nelle cosiddette aree tribali, ma sopratutto, nel Belucistan – spiega la resilienza dei Talebani e la loro capacità di alimentare le proprie attività militari in alcune aree del Paese. E ciò rimanda anche al legame tra i Talebani ed il Pakistan. Un legame inscindibile e funzionale per la politica estera di Islamabad e per il suo obbiettivo di mantenere profondità ed influenza in Afghanistan. Il fallimento degli USA si è visto sopratutto qui, ed è qui che sono stati pronti ad infilarsi tanto i Russi quanto i Cinesi. Infine, parliamo anche di soldi, ovvero dei soldi della ricostruzione e degli aiuti che in questi 20 anni la classe dirigente afghana, a tutti i livelli, si è intascata. In particolare, la “nostra” classe dirigente: quella che ha studiato nelle nostre università, che parla un inglese fluente e che ha i conti correnti “gonfi” a Dubai. Un gioco da ragazzi per la sempre più evoluta propaganda degli ex studentelli coranici creare la narrazione della “rapina” commessa dai potentati di Kabul ai danni del popolo afghano: adesso è il momento di Bardar e degli “onesti”. Di questo, e non solo, lo Scrivente parlava, non ultimo, anche nel 2012 in un reportage, che ripubblichiamo oggi, scaturito dall’ennesimo viaggio nella meravigliosa terra afghana.

anteprima logo RID Il nuovo “Muro dei 10.000 Li”

Il mondo militare viene spesso visto, e non del tutto a torto, come caratterizzato da una mentalità sostanzialmente statica e perciò lento ad accettare cambiamenti davvero significativi. Importanti progressi tecnologici che aprono la via a nuovi concetti operativi o addirittura a nuove dottrine strategiche, o in senso contrario pesanti necessità operative o strategiche che “forzano” i necessari sviluppi tecnologici, richiedono molti anni per arrivare a maturazione - in forte contrasto con la straordinaria facilità e rapidità con cui nuovi prodotti e nuovi bisogni più o meno artificiali si impongono nel modo civile. Ciò però non significa che cambiamenti di grande portata, in grado di influenzare tutto il modo di condurre dei conflitti, non avvengano davvero. Se le 2 più importanti novitá di questo genere, nel corso degli ultimi decenni, sono senza dubbio state la bassa osservabilità (“stealth”) e il munizionamento di precisione, più di recente se ne è affacciata un’altra, ad opera soprattutto della Cina e della Russia: le cosiddette “bolle A2AD” (Anti Access/Area Denial, anti-accesso/interdizione di area). Un’importante precisazione semantica preliminare: i concetti e i termini di “bolla” e “A2/AD” sono esclusivamente di origine americana, e le letterature militari cinese e russa non fanno alcun uso di queste espressioni o altre analoghe. Ciò non impedisce, ovviamente, che le relative dottrine operative e strategiche vengano attentamente studiate e messe in pratica.