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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID IRON DOME per Arabia Saudita ed EAU?

Il 15 marzo l’Arabia Saudita ha subito 3 nuovi attacchi di droni QASEF K2 lanciati dai ribelli Houthi, che hanno colpito l’aeroporto internazionale di Abha e la base aerea King Khalid. Esattamente una settimana prima era stata invece colpita la raffineria di Ras Tanura. Nonostante l’aiuto ricevuto dalla Francia con il dispiegamento di un radar Saab GIRAFFE (Task Force JAGUAR), e la massiccia presenza di batteria PATRIOT di fornitura statunitense, i sauditi sembrano incapaci di frenare l’offensiva aerea degli Houthi. Secondo fonti saudite nel corso degli ultimi 4 anni sono stati abbattuti 311 missili e 343 droni. La difesa aerea saudita comprende 6 battaglioni con missili MIM-104 PATRIOT PAC-3 e ben 60 batterie di artiglieria contraerea con cannoni da 35mm Rheinmetall. È quindi in questo scenario che sta accadendo quello che fino a pochi mesi fa sarebbe stato considerato impossibile. Secondo indiscrezioni pubblicate dal Jerusalem Post, i Sauditi avrebbero chiesto di proteggere le proprie infrastrutture critiche con il sistema di difesa aerea multi-missione IRON DOME della Rafael. Non è ancora chiaro se si tratterebbe di un ordine diretto tra Arabia Saudita e Israele, oppure se verrebbe rischierata una delle 2 batterie dello US Army recentemente equipaggiate con l’IRON DOME. Alcuni giorni fa, infatti, era già circolata voce del rischieramento di una batteria statunitense nel Golfo Persico. Anche gli Emirati Arabi Uniti, alleati dei Sauditi nella guerra dello Yemen, sarebbero interessati allo stesso sistema. Il sistema IRON DOME comprende 3 componenti: il radar di scoperta e tracking EL/M-2084 (portata da 5 a 70 km, capacità di tracciare fino a 120 bersagli contemporaneamente e di ingaggiarne 20), una batteria di missili TAMIR con 20 armi (90 kg, 3 m, gittata 2-40 km), e un posto di comando. Mentre IRON DOME ha già dimostrato eccellenti capacità C-RAM e VSHORAD, non ci sono ancora conferme delle sue prestazioni contro le minacce emergenti (droni, loitering munition), tanto che si parla insistentemente dello sviluppo di una nuova variante.

anteprima logo RID La guerra navale tra Iran e Israele

E’ la seconda dimensione del conflitto Israele-Iran: quella marittima. Il Wall Street Journal ha rivelato che gli israeliani hanno condotto, dal 2019, una dozzina di attacchi contro petroliere iraniane dirette in Siria. Un’azione sistematica per interrompere rifornimenti in favore del regime, ma anche un “raddoppio” rispetto ai raid aerei condotti in territorio siriano per distruggere missili ed equipaggiamenti inviati sempre dagli ayatollah. Interessante che, qualche ora dopo lo scoop, da Teheran hanno sostenuto che una loro portacontainer, diretta in uno scalo in Siria, era stata colpita, episodio che aveva causato un principio di incendio. La storia è stata accolta con prudenza, anche se qualche osservatore l’ha collegata al sabotaggio di una nave israeliana, la HELIOS RAY, danneggiata qualche settimana fa nel Golfo di Oman. Allora si è parlato di mine.  Ora, andando oltre i singoli eventi, è chiaro che siamo entrati in una fase piuttosto delicata, con un confronto geograficamente esteso. Tutta l’area che va da Hormuz fino al Mediterraneo è suscettibile di sorprese, con il traffico civile che diventa un bersaglio. Uno scenario non inedito – in passato Usa e Israele hanno intercettato cargo sospettati di trasferire armi – ma che ora vede molti attori. Fazioni guerrigliere e Marine militari di paesi minori perfezionano tecniche, adattano mezzi o ne comprano di nuovi per condurre una guerra che spesso definiamo “segreta”, anche se poi avviene sotto gli occhi di tutti. Con un doppio fronte. Oltre a quello offensivo, c’è la componente difensiva: tutela dei porti, protezione delle proprie rotte, lavoro di intelligence a lungo raggio. Da qui le missioni dei sottomarini e lo sviluppo di navi-madre pensate per sostenere incursori. 

anteprima logo RID Guerriglia navale in Medioriente

Azioni quasi speculari lungo le 2 principali rotte marittime del Medio Oriente. Attacchi portati dai guerriglieri yemeniti Houti con barchini-bomba radiocomandati (con esplosivo di tipo bellico) e talvolta con mine. Mine che tornano negli incidenti avvenuti a est dello Stretto di Hormuz ma anche davanti alle coste irachene. L’ultimo episodio ha riguardato la HELIOS RAY, nave di proprietà di un israeliano danneggiata nel Golfo di Oman. Sulla fiancata 2 squarci attribuiti, a seconda delle fonti, a razzi, missili e ovviamente a ordigni magnetici applicati nella parte superiore della chiglia. Il cargo, partito da Damman (Arabia S.), era diretto a Singapore.    Da Gerusalemme hanno rilanciato lo scenario che vede l’intervento di incursori iraniani a bordo di piccole imbarcazioni. Commandos che si avvicinano ai bersagli e procedono con la loro missione. Se queste ricostruzioni sono corrette si può ipotizzare la presenza di una nave-madre o di un’unità d’appoggio. Il Golfo e l’area yemenita sono attraversate ogni giorno da imbarcazioni che possono fare da copertura, i famosi dhow coinvolti in attività legali ma anche in traffici d’ogni tipo. Un rapporto dell’ONU ha riportato denunce sul coinvolgimento di contrabbandieri locali riconvertiti, dopo un addestramento, a missioni militari. E c’è sempre attenzione sul mercantile iraniano SAVIZ, che incrocia regolarmente in queste acque e che è sospettato da far da guida “ghost” per gli alleati locali.  In sintesi: minacce multiple, tattiche e mezzi diversi, possibilità di negare responsabilità, ed operazioni calibrate a seconda degli obiettivi e delle necessità.

anteprima logo RID La Cina aumenta ancora le spese militari

La Cina ha annunciato l’ennesimo aumento del budget della Difesa, per una percentuale del 6,8%, in lieve aumento rispetto al precedente 6,6%. Il Paese raggiunge quindi i 208,58 miliardi di dollari americani (1035 miliardi di yuan) annuali, come dichiarato dal Ministro della Finanze cinese. Secondo quanto dichiarato dal Primo Ministro cinese, Li Keqiang, secondo in ordine di importanza dopo il Segretario Generale Xi Jinping, l’aumento è stato ritenuto necessario per continuare l’opera di rafforzamento delle Forze Armate nazionali (PLA). Egli ha inoltre precisato che l’aumento sarà in particolare destinato all’addestramento e alla prontezza operativa dei reparti del PLA, ma anche alla modernizzazione ed allo sviluppo di nuove tecnologie. Pur non nascondendo le ben chiare preoccupazioni relative alle dispute territoriali nel continente asiatico, in particolare con l’India, il braccio di ferro attualmente in corso nel Mar Cinese Meridionale e la non risolta situazione di Taiwan, il Primo Ministro non ha fornito maggiori dettagli sui progetti che godranno dell’aumento annunciato. È facilmente intuibile che chi godrà di una cospicua fetta di tali stanziamenti sarà la Marina Cinese (PLA-N) che procede al varo delle sue unità navali con una velocità e frequenza senza paragoni. Tra queste va segnalata la recente uscita dal cantiere dei nuovi incrociatori Type 055, classe REHNAI, identificati all’ormeggio nella base navale nei pressi di Sanya nell’Isola di Hainan, nel Mar Cinese Meridionale. Il Type 055 rappresenta il top della produzione di unità di superficie cinese, insieme alla terza portaerei e alle 2 unità anfibie portaelicotteri, 2 delle quali hanno già iniziato le prove tecniche in mare.

anteprima logo RID Arrivati in Libia gli osservatori ONU

Il 2 marzo è atterrato a Tripoli il team di osservatori ONU chiamato a monitorare la tregua raggiunta il 23 ottobre scorso tra le forze di Haftar e i gruppi armati della Tripolitania, in vista delle elezioni generali previste per dicembre 2021. Non si tratta della forza di interposizione di cui si era vagheggiato nei mesi scorsi, ma di una missione di breve periodo con scopi di raccolta informativa. Il gruppo è composto da 10 persone (personale ONU di stanza a New York e a Tunisi, in quest’ultimo caso afferente alla missione UNSMIL), viaggerà sempre disarmato e si fermerà in Libia per 5 settimane. La protezione del team è affidata al Comitato militare 5+5, organo formato da rappresentanti militari dell’Est e dell’Ovest. Gli obiettivi della missione sono 2: monitorare il cessate-il-fuoco lungo la linea di contatto (che passa grossomodo lungo la direttrice nord-sud tra Sirte e Jufra) e verificare la presenza o meno di mercenari stranieri. Oltre alla capitale, i funzionari ONU dovrebbero fare tappa anche a Misurata e Bengasi, mentre già oggi sono arrivati a Sirte per incontri preliminari con il 5+5. Non è chiaro se quello atterrato a Tripoli sia l’unico team che sarà inviato nel paese. Da alcune fonti si apprende che il compito di verificare lo stato dell’arte sui mercenari spetterebbe a un secondo gruppo di osservatori che arriverebbe nel Paese nel prossimo futuro. Altre fonti (diplomatiche, di stanza a New York) invece sostengono che i 10 osservatori manderanno al quartier generale ONU un rapporto preliminare sulla tregua e sui mercenari già il 19 marzo. Non è chiaro il metodo di indagine che seguirà il team e soprattutto se sarà libero di spostarsi per il paese, al di là delle sole città costiere, oppure se potrà basarsi soltanto su informazioni fornite dalle parti. In questo secondo caso, è possibile che gli osservatori ricostruiscano solo parzialmente il quadro libico specie per quanto riguarda gruppi armati stranieri attivi nel Paese. Secondo l’ONU sarebbero presenti circa 20.000 mercenari, tra cui elementi siriani assoldati dalla Turchia (ma in parte ridispiegati in Nagorno Karabakh lo scorso autunno), mercenari russi della Wagner, ed un massiccio numero di sudanesi. Ma già il 1° marzo sono stati segnalati movimenti della Wagner, che avrebbe spostato verso est i suoi effettivi presenti nella base di Ghardabiya, pochi km da Sirte, su 8 bus e 2 pick-up Toyota. Un trasferimento “leggero” che fa ipotizzare non una vera e propria smobilitazione quanto piuttosto un semplice spostamento temporaneo di uomini da un’area dove l’occhio degli osservatori ONU può arrivare facilmente. Non si registrano per ora movimenti in altre parti del Paese dove i mercenari russi hanno costruito in pochi mesi imponenti opere difensive, concentrate nell’area centrale libica attorno a Jufra e Brak al-Shati, e neppure presso i terminal petroliferi di Sidra e Ras Lanuf e il sito estrattivo di Sharara, dove è segnalata da tempo una presenza russa.

anteprima logo RID Strike USA in Siria, il primo di Biden

Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, l’Aeronautica USA ha compiuto diversi strike in Siria contro milizie sciite fedeli all’Iran. E’ il primo ordinato dalla nuova Amministrazione Biden. Nello specifico, sono state colpite diverse strutture all’interno della base militare Imam Ali, circa 6 km a sudovest della cittadina siriana di Albu Kamal. Albu Kamal è l’ultimo centro urbano prima del confine con l’Iraq lungo il corso dell’Eufrate e da metà 2017 è stata strappata a Daesh dai lealisti siriani di Assad insieme alle forze russe e al network di milizie organizzato dall’Iran. La base Imam Ali è un elemento centrale della proiezione iraniana nel quadrante: garantisce i collegamenti con l’Iraq ed è quindi parte di quel ponte di terra che collega Teheran a Beirut su cui si basa in gran parte la strategia di difesa attiva della Repubblica Islamica. Secondo il Pentagono, la base è in uso a milizie sciite di origine irachena, ma dispiegate da anni in Siria a supporto di Damasco, tra cui soprattutto Kataib Hezbollah (KH) e Kataib Sayyid al-Shuhada (KSS). Washington ha giustificato gli strike come rappresaglia per il lancio di razzi contro il settore militare dell’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno, che il 15 febbraio aveva preso di mira le Forze della Coalizione anti-Daesh. L’attacco è stato rivendicato da una oscura milizia sciita, Saraya Awliya al-Dam, ma è stato con ogni probabilità organizzato da milizie irachene filo-iraniane di spessore ben maggiore. L’area da cui è avvenuto il lancio (Bartella, vicino Mosul) e i media da cui è provenuta la rivendicazione fanno supporre che l’autore dell’attacco sia Asaib Ahl al-Haqq (AAH) guidata da Qais al-Khazali. L’uso di proxy da parte delle milizie irachene legate a Teheran è una strategia che si è consolidata negli ultimi 2 anni e che ha lo scopo di mantenere la pressione sugli Americani limitando l’esposizione dei gruppi armati più facilmente riconducibili alla sfera iraniana. Con questo strike, la nuova Amministrazione Biden manda dei messaggi chiari all’Iran, con cui sottotraccia sono subito ripartiti i contatti per rivitalizzare il JCPOA, l’accordo sul nucleare. Colpendo in Siria in rappresaglia a un evento avvenuto in Iraq, Washington segnala che ritiene inaccettabile la dimensione regionale della proiezione iraniana tramite proxy. Cambia poi la strategia: durante l’era Trump gli USA avevano di fatto delegato a Israele il contenimento dell’Iran nella regione, astenendosi da condurre strike. Il nuovo coinvolgimento americano dà a Washington una leva in più nei negoziati con Teheran. In più, la scelta del bersaglio, non direttamente riconducibile agli autori dell’attacco di Erbil, sottolinea che gli Americani vedono la rete di milizie filo-Teheran come uno strumento unitario e coerente in mano alla Forza Qods. L’impressione è che Biden punti a trattare congiuntamente Siria e Iraq, ovvero a includere la richiesta di una qualche forma di smobilitazione del network siriano nelle discussioni sul futuro assetto iracheno (nel quadro del ritiro delle forze americane dal Paese). Non va escluso che gli USA abbiano deliberatamente colpito milizie non direttamente coinvolte a Erbil per giocare sulle divisioni interne al network filo-Iran. Infatti, il cessate il fuoco annunciato a ottobre 2020 da KH, la principale milizia sciita irachena, ha spaccato la “cupola” che regge la rete iraniana nel Paese. AAH è il gruppo armato più importante che si è subito opposto a questa decisione, preferendo continuare la campagna contro gli USA giustificandola come rappresaglia per l’uccisione dell’ex leader della Forza Qods Qassem Soleimani.

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