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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Cina-India, la "rissa" di frontiera

Quanto chiesero ad Albert Einstein con quali armi sarebbe stata combattuta la terza guerra mondiale, lui rispose che non lo sapeva; ma che aveva un’idea precisa delle armi che sarebbero state impiegate nella quarta: sassi e bastoni. Il 15-16 giugno, le truppe delle 2 principali potenze nucleari dell’Asia, Cina e India, si sono affrontare proprio così, con sassi e bastoni, nel più sanguinoso scontro di frontiera dal 1967 a oggi. I reparti che proteggono la costruzione di strade di rilevanza militare nel conteso settore della valle di Galwan, nel Ladakh già insanguinato dalla guerra frontaliera del 1962, e che dal 5 maggio si fronteggiano con sconfinamenti, incursioni e ritorsioni, questa volta hanno superato la “linea rossa” della semplice scaramuccia, passando alle vie di fatto, nonostante le trattative avviate tra i comandi militari regionali il 6 giugno. Scazzottate su vasta scala si erano già registrate nell’estate 2017 presso il valico di Doka La, nel Doklam, altro territorio disputato, presso il Regno del Bhutan. All’epoca tuttavia ci si era limitati a molte teste rotte, e largo impiego di cerotti. Questa volta il bilancio degli scontri, dopo le prime “risse” senza vittime di maggio, è drammatico: gli indiani denunciano 20 morti (compreso un colonnello) e 43 feriti; da parte cinese si ipotizzano 45 perdite, non confermate. Il tutto, va sottolineato, senza che sia stato sparato un solo colpo. L’alto numero di vittime sarebbe dovuto al fatto che, nel corso delle zuffe, decine di soldati sarebbero precipitati nei ruscelli gelati della vallata, morendo annegati o per ipotermia. Si tratta, come accennato, del più grave bilancio dal conflitto frontaliero del settembre 1967, costato un migliaio di perdite, mentre era dal 1975 che non si registravano vittime in incidenti confinari tra i 2 giganti nucleari asiatici. Dopo l’istituzione della Line of Actual Control (LAC), e la crisi di Sumdorong Chu del 1987, e nonostante l’alleanza tra Cina e Pakistan in chiave anti-indiana, i rapporti tra Pechino e New Delhi si erano andati normalizzando. Tuttavia, il rafforzamento delle postazioni di frontiera avviato dopo il 2008, anche realizzando nella contesa regione del Ladakh (parte di quella polveriera che è il Kashmir, teatro di tante guerre tra India e Pakistan) basi aeree e strade militari, ha fatto risalire la tensione. Dal 2012 sono aumentati sconfinamenti – anche aerei - e incidenti legati alla realizzazione di strade di arroccamento lungo un confine spesso mal tracciato, mentre le dispute si sono ulteriormente rinfocolate nel corso dell’ultimo anno, dopo la cancellazione da parte del Governo indiano dello statuto autonomo del Jammu e Kashmir, la pubblicazione di nuove mappe dei confini, e le conseguenze del COVID-19.

anteprima logo RID Basi turche in Libia?

Secondo indiscrezioni di stampa, di fonte sia turca che libica, Ankara ed il Governo Serraj starebbero discutendo l’utilizzo da parte della Turchia del porto di Misurata e della base aerea di Watyia in Tripolitania. Il porto Misurata già adesso viene impiegato per far affluire equipaggiamenti e mezzi alle forze che sostengono Serraj, mentre sembra che a Watyia si vorrebbero dispiegare sistemi antiaerei terra-aria, droni di vario tipo e forse anche caccia F-16. Già adesso sono in corso dei lavori per riparare i danni subiti a seguito della riconquista della base da parte delle forze tripoline. Il rischieramento di caccia F-16 a Watyia avrebbe implicazioni notevoli per gli equilibri nel Mediterraneo Centrale e non sarebbe certo gradito ai Paesi vicini. Ma tant’è, dopo mesi nei quali invano aveva chiesto aiuto all’Europa, Serraj si è rivolto ai Turchi che prontamente hanno sfruttato la situazione per tornare ad installarsi in Libia da dove erano stati scacciati dall’Italia nel 1911-1912. Nel frattempo, il fronte della guerra civile si è congelato sulla linea di Sirte, ultimo ridotto avanzato delle forze di Haftar in Tripolitania, in attesa che delle decisioni che verranno prese sui tavoli diplomatici da Putin e Erdogan.

anteprima logo RID Libia, l’avanzata di Serraj (e Erdogan)

In Libia negli ultimi giorni le forze del Governo Serraj hanno riconquistato gran parte delle posizioni perse in precedenza a favore delle milizie fedeli al Generale Haftar. Nell’ordine, sono caduti la base aerea di Watyia, tutto il sud di Tripoli, l’aeroporto internazionale della capitale, in disuso ma logisticamente prezioso, la città di Tarhouna e, adesso, pure la vecchia raccorte gheddafiana di Bani Walid. In pratica Haftar è stato espulso dalla Tripolitania, dove “resiste” solo Sirte. L'offensiva di Serrah è stata, dunque, un successo, per il quale è stato fondamentale il supporto turco: UAV, consiglieri, miliziani siriani (non meno di 10.000), mezzi ed equipaggiamenti. Sopratutto, le operazioni hanno evidentemente denotato una pianificazione molto accurata, supereriore agli sgangherati standard locali, opera, appunto, dei succitati consiglieri turchi. A questo punto la Libia torna ad essere divisa in 2, o quasi. Per Haftar – orfano dei consiglieri della Wagner e assistito solo dagli Emiratini, reduci dal disastro yemenita..., si tratta di una sconfitta, l’ennesima di una carriera costellata di insuccessi ed inaffidabilità, e culminata con l’abbandono della conferenza sul cessate il fuoco di Mosca dello scorso gennaio: un affronto che forse al Cremlino non è stato gradito… Tant'è, vedremo adesso se questa situazione si cristallizzerà con un cessate il fuoco o se Serraj, forte dei recenti successi, vorrà andare oltre. Da questo punto di vista è interessante notare che i MiG-29 ed i Su-24 russo-siriani recentemente dispiegati in Libia a supporto delle forze di Haftar non sono intervenuti; probabilmente la loro potrebbe essere una funzione deterrente proprio per segnalare a Serraj una sorta di linea rossa da non superare, a garanzia dell’intangibilità della Cirenaica e degli interessi russo-egiziani ad essa connessi.

anteprima logo RID Libia: Haftar perde anche l’Aeroporto di Tripoli

Dopo le pesanti sconfitte subite durante lo scorso mese di maggio, nelle ultime 48 ore le truppe del LNA di Haftar hanno abbozzato una prima controffensiva nell’area di Alasaba.

anteprima logo RID Caccia russi in Libia: sì o no?

Negli ultimi giorni alcune immagini satellitari hanno confermato la presenza di almeno 2 caccia multiruolo MiG-29 FULCRUM (non è chiaro se nelle varianti Izdeliye 9.12, 9.13 o entrambe) e di 4 cacciabombardieri Su-24M FENCER nelle basi libiche, rispettivamente di Jufra e Kadima. Nelle ultime 48 ore, con 2 differenti comunicati, il Comando statunitense per le operazioni militari africane, AFRICOM, che ha parlato dell’arrivo in Libia di almeno 14 velivoli russi provenienti dalla base aerea di Jableh/Hmeimem in Siria (via Iran), dove sarebbero stati spogliati delle insegne russe prima del trasferimento “effettuato da personale militare russo”. AFRICOM ha anche mostrato alcune immagini all’infrarosso degli aerei in volo – potenzialmente ovunque - affermando che queste sarebbero state riprese dagli UAV REAPER. Difficile, visto che non risulta che tali velivoli siano equipaggiati con l’IRST... Tali comunicati - che rappresentano, soprattutto, un chiaro messaggio di allontanamento statunitense da Haftar - non provano, tuttavia, che i velivoli giunti in Siria appartengano all’Aeronautica Russa e, ammesso che si tratti di apparecchi attualmente in seno alle VKS (o in riserva), non dimostrano che ai comandi ci siano equipaggi regolari russi. E’ inoltre possibile che aerei ed equipaggi siano stati forniti da Paesi terzi (Bielorussia, Egitto, Siria), per quanto non si possa escludere l’ipotesi che vengano pilotati da contractors (anche russi, come citato nel primo comunicato Africom), mentre è quasi certamente da escludere un loro impiego da parte di piloti libici, almeno nel caso dei MiG-29, mai operati dal Paese africano. L’impiego di velivoli ed equipaggi appartenenti ufficialmente all’Aeronautica Russa – al netto dell’ipotizzato intervento a copertura dei numeri di matricola e dei simboli riconducibili ad apparecchi russi – implicherebbe, di fatto, un’esposizione eccessiva per la Russia che, vale la pena ricordarlo, è membro permanente del Consiglio di Sicurezza di quelle Nazioni Unite che riconoscono come legittimo Governo libico quello guidato da Serraj. E difficilmente la Russia si schiera contro un’organizzazione che consente, in virtù proprio della membership permanente al succitato Consiglio di Sicurezza, di sovradimensionarne notevolmente il peso rispetto al suo effettivo potenziale economico, umano e militare convenzionale. Tuttavia, se fosse vero quanto affermato nei comunicati di AFRICOM, è possibile che l’arrivo dei MiG-29 e dei Su-24 - russi e con equipaggi russi - rappresenti più un messaggio rivolto a Tripoli riguardo ad una “irreversibile sovranità haftariana” della Cirenaica, a supporto della quale Putin potrebbe aver rischierato i propri aerei come deterrente. Il motivo è semplice: Mosca punta al mantenimento della propria influenza sulla Cirenaica per ragioni energetiche ed al fine dell’eventuale creazione di installazioni militari permanenti, con annesse bolle A2/AD, sulla stregua di quanto fatto in Siria con la base navale di Tartus e quella aerea di Jableh. Ovviamente si parla di un obiettivo ambizioso e temporalmente collocabile nel medio-lungo termine, che dipende da una serie di variabili che ne possono influenzare l’esito (durata del conflitto libico, conseguenze dello stesso, presenza di altri player esterni, e così via). L’altra opzione è che gli aerei potrebbero essere stati temporaneamente rischierati per coprire il ripiegamento dei contractors della Wagner dalla Tripolitania e metterli al sicuro di eventuali strike degli UAV turchi.

anteprima logo RID Mar Cinese Meridionale, tensioni in aumento

Lo scorso 8 maggio, la Marina Americana ha inviato la Littoral Combat Ship USS MONTGOMERY (LCS-8) e la nave da rifornimento USNS CESAR CHAVEZ (T-AKE-14) in prossimità della WEST CAPELLA, una nave da perforazione battente bandiera panamense situata nella zona economica esclusiva (ZEE) della Malesia, al fine di monitorare le controversie sui diritti minerari che da mesi dividono Malesia e Cina. Si tratta di un ulteriore messaggio alla Cina, e questa volta gli Stati Uniti non hanno utilizzato mezzi termini: “Il Partito Comunista Cinese deve porre fine al suo modello di bullismo nei confronti del Sud-Est Asiatico per il petrolio, il gas e la pesca d'altura”, ha dichiarato pochi giorni fa il Comandante della US Pacific Fleet, J. C. Aquilino. La crisi sanitaria del coronavirus non ha infatti arrestato né tantomeno ridotto le attività militari cinesi nell’area. Se da un lato, la pandemia in corso ha dato a Xi Jinping l’occasione perfetta per rilanciare l’immagine della Cina offrendo sostegno a centinaia di stati, dall’altro le navi da guerra di Pechino rimangono costantemente impegnate nel Mar Cinese Meridionale. Le misure cinesi nella regione prevedono continue minacce alle navi militari e ai pescherecci degli Stati che rigettano la validità delle rivendicazioni cinesi di sovranità sulla quasi totalità di questo Mare, e la creazione di porti e di isole artificiali, destinate ad ospitare avamposti militari. Criticate a partire dal 2015 dall’allora Segretario della Difesa americano, Ash Carter, le azioni cinesi sono motivate dalla rilevanza economica e strategica dell’area, una delle rotte di navigazione più trafficate al mondo e una regione ricca di riserve di petrolio e gas. Una recente dimostrazione della suddetta politica risale al 20 marzo quando, secondo l’agenzia di stampa Xinhua, la Cina avrebbe inaugurato 2 centri di ricerca nel Mare Occidentale delle Filippine, su 2 isole artificiali che originariamente erano scogliere sommerse e che Manila rivendica come parte integrante del suo territorio: la scogliera di Subi e di Croce di Fuoco. Non si tratta di un evento isolato ma dell’ennesima violazione della ZEE, prevista dall'articolo 57 UNCLOS, e del diritto di passaggio inoffensivo, previsto dall'articolo 17 UNCLOS. Il 3 aprile, il peschereccio vietnamita QNg90617TS, accusato dalle autorità cinesi di aver pescato illegalmente nei pressi delle Isole Paracelso, è stato speronato e affondato. L'incidente ha alimentato ulteriori tensioni tra i Paesi ed il Ministro degli Esteri vietnamita ha accusato apertamente la Cina dell'accaduto. Ad aumentare le tensioni tra America e Cina sono state anche le parole del portavoce del People’s Liberation Army (PLA), L. Huamin. Lo scorso 28 aprile, infatti, in una dichiarazione sui social media, Huamin ha reso noto che le autorità cinesi hanno forzatamente allontanato il cacciatorpediniere USS BARRY (DDG-52) mentre transitava al largo del Vietnam. Queste parole sono state immediatamente smentite da J. Supple, il portavoce americano, che ha affermato che lo USS BARRY ha condotto l’operazione di libertà di navigazione (FONOP) senza incontrare alcun ostacolo, operando con l'incrociatore missilistico USS BUNKER HILL (CG-52), la fregata HMAS PARRAMATTA (FFG-154) e la nave d'assalto anfibia USS AMERICA (LHA-6). Nel frattempo, secondo i media di Taiwan e le più recenti immagini satellitari, la Cina ha dispiegato nei pressi dell’isola artificiale Croce di Fuoco un aereo AWACS KJ-500 ed un pattugliatore marittimo KQ-200. Le stesse fonti hanno suggerito che questa mobilitazione possa essere un tentativo per stabilire una nuova zona di identificazione della difesa aerea (ADIZ) nel Mar Cinese Meridionale. In generale, la Cina continua a proiettare la sua forza militare nel Mar Cinese Meridionale, violando le norme contemplate nella Convenzione di Montego Bay, e la sentenza del 2016 della Corte Permanente dell’Arbitrato, la quale ha sancito che la Cina non ha nessun diritto storico sul questo Mare. Per contro, gli Stati Uniti contestano le rivendicazioni cinesi attraverso le operazioni FONOP e mettono in discussione la ADIZ, annunciata unilateralmente dalla Cina nel novembre 2013. Tuttavia, la posizione degli Stati Uniti potrebbe indebolirsi dopo che il Governo filippino ha deciso di terminare il Visiting Force Agreement (VFA), un accordo bilaterale di difesa che garantisce alle forze americane l’accesso a 5 basi militari presso o sul Mar Cinese Meridionale. Trump ha tempo fino al 9 agosto per salvare o negoziare un nuovo VFA con Duterte. In conclusione, Washington accusa Pechino di sfruttare la pandemia come distrazione per esercitare un maggiore controllo militare nel Mar Cinese Meridionale ed è in questa chiave di lettura che bisogna interpretare la recente mobilitazione della USS MONTGOMERY e dalla USNS CESAR CHAVEZ, e l’escalation di tensione tra i 2 Paesi.

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