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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Gli aerei cinesi minacciano Taiwan

Il Ministro della Difesa di Taiwan ha confermato che una doppia formazione di 8 bombardieri e 4 caccia di scorta dell’Aeronautica Cinese hanno violato, non autorizzati, la Air Defence Identification Zone (AIDZ) dell’Isola. Tale sconfinamento ha rappresentato una preoccupante novità rispetto agli usuali voli di ricognizione della PLA Air Force, normalmente effettuati con un singolo velivolo, ai confini dell’area in questione. La formazione cinese, composta da 8 bombardieri H-6K, in grado di trasportare anche armi nucleari, e 4 caccia J-16, ha sorvolato in formazione d’attacco la zona a sud delle isole Pratas approcciando minacciosamente l’isola di Taiwan. Alla formazione aerea cinese, a cui si è aggiunto anche il volo di un Y-8 antisom nella medesima area, la forza aerea di Taiwan ha risposto illuminando i velivoli cinesi con i propri radar del tiro, comunicando tramite radio i propri warnings e facendo levare in volo i propri caccia. Nonostante Pechino continui a ritenere Taiwan parte integrante del proprio territorio e non riconosca il Governo di Tapei, è la prima volta che una formazione da combattimento di questo tipo forza le difese dell’Isola per verificarne le procedure d’ingaggio e i tempi di reazione. L’unico evento similare è quello che si registrò, circa un anno fa, durante la visita di una delegazione ufficiale americana a Taipei, quando una formazione aerea cinese violò la linea mediana dello Stretto di Taiwan, ritenuto il confine non ufficiale tra i 2 territori. Alle reazioni e proteste del Governo di Taipei non sono arrivate risposte ufficiali dal Governo cinese. Tutto questo mentre l’Aircraft Carrier Group della USS THEODORE ROOSEVELT entra nel Mar Cinese Meridionale con la missione di promuovere la “libertà di navigazione” e rinvigorire le relazioni internazionali con i Paesi dell’area con lo scopo di rinforzare la sicurezza marittima. Secondo quanto confermato dal Comando americano nel Pacifico (PACOM), la ROOSVELT è accompagnata nella sua attività nel South China Sea dallo USS BUNKER HILL, classe TICONDEROGA, e da 2 caccia USS RUSSELL e JOHN FINN, classe ARLEIGH BURKE.

anteprima logo RID Il punto debole dell'accordo ONU sulla Libia?

I progressi nei negoziati ONU per risolvere la crisi libica sono arrivati a un punto di svolta. Negli ultimi 2 giorni, i 75 delegati del Libyan Political Dialogue Forum hanno trovato un accordo sul meccanismo per scegliere il nuovo Consiglio Presidenziale e il Primo Ministro. Separatamente, si è arrivati a un accordo anche sulla riforma della Costituzione e sul referendum per convalidarla, un passo necessario per svolgere le elezioni presidenziali e politiche del 24 dicembre entro una cornice di piena legalità. Non tutti gli attori, libici ed esterni, appoggiano questi passi in avanti. I progressi infatti determinano inevitabilmente vincitori e sconfitti. Dai negoziati, chi esce ridimensionato è il Premier del Governo di Unità Nazionale (GUN) Sarraj. Presto potrebbe dover lasciare l'incarico, sacrificando le ambizioni politiche sull'altare della riunificazione del Paese. Sarraj non sembra essere riuscito a catalizzare attorno a sé il supporto necessario, al contrario di alcuni suoi rivali come Maitig (capace di stringere accordi con Haftar e l'Est per la riapertura dei pozzi e accelerare una riforma fondamentale come la riunificazione del tasso di cambio) e Bashagha (attento ad accreditarsi anche tra gli sponsor esterni delle forze della Cirenaica come uomo in grado di tenere a bada le milizie dell'Ovest). In quest'ottica va letta la creazione dell'ASS, l'Autorità di Supporto alla Stabilità con cui Sarraj si è blindato dietro ad alcune potenti milizie tripoline. Parallelamente, dall'intesa ONU esce ridimensionata anche la politica degli EAU. Nei fatti, fin dal 2019 Abu Dhabi è stata risolutamente contraria a una soluzione politica della crisi, interpretando la Libia come un altro teatro dello scontro regionale con la Turchia e della lotta contro l'islamismo politico. Qualsiasi accordo, oggi, certificherebbe invece un certo grado di influenza di Ankara nel Paese, vista la sua presenza in Tripolitania e gli accordi militari ed economici stretti con il GUN nell'ultimo anno. Come nelle fasi più accese del conflitto, in queste settimane si sono registrati numerosi voli tra gli EAU e la Cirenaica, indizio di un possibile arrivo di rinforzi in vista di una futura ripresa delle ostilità. La ripresa di tali voli è coincisa con l'avanzamento dei lavori negoziali. In più, altri sponsor delle forze della Cirenaica come Egitto e Francia hanno ormai abbandonato l'idea di una soluzione militare, lasciando Abu Dhabi ulteriormente isolata. Quanto alla Turchia, l'accordo ONU dà una patente di legittimità alla sua presenza in Libia, ma non fornisce alcuna garanzia per quanto riguarda il grado di influenza sulla politica libica che Ankara sarà in grado di esercitare. In più, con un accordo in essere e la riunificazione incipiente, aumenta la pressione per il ritiro delle migliaia di mercenari siriani che la Turchia ha portato nel Paese dal 2020.  Su questo sfondo, tanto Sarraj quanto Abu Dhabi e Ankara avrebbero interesse a far deragliare i negoziati, o perlomeno a congelare la situazione. Non è un caso che non appena raggiunto un accordo in sede negoziale, un comunicato congiunto di Francia, Germania, Italia, UK e USA abbia messo in guardia qualsiasi attore dall'interferire con il processo di riunificazione, pur senza fare nomi. Resta il fatto che i negoziati hanno un punto debole molto evidente: il controllo del territorio nelle zone sensibili del Paese, come la capitale dove hanno sede le istituzioni principali, non è affatto assicurato. Il panorama variegato di milizie che si spartiscono la capitale ha dimostrato più volte, in passato, di mutare al di fuori di qualsiasi schema ideologico e inseguendo solo la convenienza del momento. Per questa ragione, negli ultimi anni, queste stesse milizie sono state corteggiate da alcune potenze esterne, Turchia e EAU inclusi. In una fase in cui l'accordo ONU mette in cattiva luce le milizie e ne minaccia la legittimità, non si può escludere che i Paesi più desiderosi di interrompere la riunificazione libica aumentino le loro offerte ai gruppi armati. La frattura creata da Sarraj con l'ASS, che si oppone alle forze sotto il controllo del Ministero dell'Interno (Bashagha) e ad alcune potenti milizie misuratine attestate nei pressi della capitale, potrebbe perciò presentare un'occasione insperata e preziosa per raggiungere l'obiettivo di far deragliare i negoziati.       

anteprima logo RID Libia, nuovo cartello di milizie a sostegno di Sarraj

Con il decreto n.38 datato 18 gennaio, il Premier del Governo di Unità Nazionale (GUN) libico Fayez al-Sarraj ha riscritto la geografia della sicurezza a Tripoli, con una mossa che può avere ripercussioni ben al di là della fase attuale della crisi. Il provvedimento, infatti, ha annunciato la creazione della “Autorità di supporto alla stabilità” (ASS), un nuovo apparato di sicurezza che dipende direttamente da Sarraj e quindi non rientra nella catena di comando né del Ministero dell’Interno né di quello della Difesa, cioè i dicasteri che finora avevano appannaggio esclusivo delle forze di sicurezza dell’Ovest. In più, l’ASS può contare su ulteriori spazi di autonomia visto che potrà basarsi su una linea di finanziamento del tutto indipendente. In questo modo, Sarraj ha dato una nuova patente di legittimità alle milizie a lui più fedeli. L’organigramma dell’ASS infatti prevede un presidente e 3 vice, tutti quanti scelti tra i miliziani che, negli ultimi mesi, si sono schierati con il premier contro il suo principale rivale politico, l’attuale Ministro dell’Interno Fathi Bashaga. Al vertice, Sarraj ha nominato Abdelghani al-Kikli, capo delle Forze di Abu Salim o Forza Gnewa, che sarà affiancato da Ayyub Bourras, comandante in ascesa delle Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, da Hassan Buzariba, capo di una milizia di Zawiya, e Mosa Abu Al-Qassem Mosa Masmus. La mossa replica su scala maggiore una decisione analoga che risale a metà dicembre, quando la Forza RADA, tra le milizie più potenti della capitale e in controllo dell’aeroporto di Mitiga, era stata posta alle dirette dipendenze di Sarraj. Il motivo di questi cambiamenti nel panorama delle milizie tripoline va rintracciato nel braccio di ferro in corso da tempo tra Sarraj e Bashaga. Strisciante ma evidente fin dall’insediamento di Bashaga nell’autunno 2018, la tensione con il Premier è esplosa con il venir meno della minaccia di Haftar sulla capitale (giugno 2020). Da allora, il titolare dell’Interno non ha mai fatto mistero dell’ambizione di guidare il Paese. Per raggiungere l’obiettivo ha scelto 2 strade: l’accreditamento internazionale trasversale (ha fatto la spola tra Turchia e Francia, con più fortuna a Parigi che ad Ankara) e l’isolamento di Sarraj. Queste 2 direttrici si incrociano nella lotta senza quartiere che Bashaga ha dichiarato alle milizie, limitandone i traffici e lanciando operazioni anti-corruzione (l’ultima, denominata “Caccia al serpente”, annunciata l’8 gennaio). Nella prospettiva di Sarraj, la creazione dell’ASS serve quindi come garanzia per la sua sopravvivenza politica a breve termine. Ma i suoi effetti vanno potenzialmente molto più in là della parabola politica dell’attuale Premier. Prima di tutto perché crea ostacoli enormi a qualsiasi processo di riforma della sicurezza in Libia. Dal 2012, ogni tentativo fallisce perché cerca di accontentare milizie e gruppi armati invece di scardinarne il controllo sul territorio come premessa. L’ASS, di fatto, sancisce ancora una volta la regola che chi controlla fisicamente le istituzioni nella capitale ha in mano le chiavi del Paese, e rappresenta una linea di faglia ulteriore nel già frammentato panorama politico-securitario tripolino. In secondo luogo, perché crea per il nuovo GUN, che si deve insediare provvisoriamente in vista delle elezioni di dicembre, gli stessi problemi che aveva incontrato Sarraj nel 2016. Sarraj era riuscito a mettere piede a Tripoli solo dopo un patto con le milizie che si spartivano la città. Da allora ne è stato ostaggio in vario grado. Da ultimo, l’ASS può provocare un riassestamento vasto degli equilibri di potere tra le milizie attive in Tripolitania. Se l’organismo iniziasse davvero ad accedere a canali di finanziamento privilegiati (cosa non scontata, vista l’acredine tra Sarraj e il capo della Banca Centrale Libica al-Kabir), presto l’ASS verrebbe “corteggiato” da altre milizie locali desiderose di entrare nella spartizione di queste risorse e acquisirebbe una dimensione più vasta e un peso specifico maggiore. Non va poi sottovalutata la possibilità che iniziative di questo tipo vengano abilmente sfruttate dalla Turchia, potenza che sta attivamente cercando di radicarsi nell’Ovest anche attraverso la tessitura di una rete di alleanze locali a tutti i livelli. L’ASS non sembra avere particolari rapporti privilegiati con Ankara, allo stato attuale, né legami ideologici profondi su cui far leva. Tuttavia, le dinamiche del conflitto tra milizie in Tripolitania poggiano su una dimensione fortemente pragmatica, che ha costantemente travalicato qualsiasi tentativo di schematizzazione e riconduzione a schieramenti ben definiti. Da questo punto di vista, l’ASS potrebbe attirare l’attenzione della Turchia per altri motivi: il controllo del territorio in quelle parti di Tripoli dove sono concentrate le istituzioni politiche ed economiche principali, il radicamento in località-chiave per il controllo dei traffici (Zawiya), la rivalità con quei gruppi armati che, in questa fase, sono schierati a favore di Bashaga, l’uomo politico dell’Ovest più sensibile alle istanze di Francia ed Egitto, sponsor tradizionali delle forze della Cirenaica e rivali di Ankara sul piano regionale. Un eventuale attivismo turco per supportare una realtà come l’ASS mirerebbe, probabilmente, anche a marginalizzare i principali referenti di altri Paesi nell’Ovest libico, Italia in testa. Se la competizione tra Roma e Ankara si spostasse dal piano “legale” (addestramento delle FFAA e forze di sicurezza, accordi bilaterali con la Difesa) a quello “coperto”, asimmetrico, delle milizie, i turchi si troverebbero avvantaggiati. Più in generale, lo sviluppo di veri e propri referenti locali, capaci di agire come proxy anche nel caso in cui la presenza dei mercenari siriani diventasse politicamente insostenibile, assicurerebbe ad Ankara una presa più profonda sulle vicende libiche. L’influenza su gruppi armati attivi nella capitale (peraltro cercata con insistenza anche da parte di attori ostili alla Turchia, come gli EAU con settori delle Brigate Rivoluzionarie di Tripoli) permetterebbe di regolare meglio tempi e modi della riunificazione effettiva del Paese, punto che resta in cima all’agenda italiana.

anteprima logo RID Corea del Nord, nuovi progetti nucleari

Il leader nordcoreano Kim Jong Un ha annunciato al suo popolo, e indirettamente alla comunitá internazionale, che il suo Paese sta lavorando allo sviluppo di nuovi sistemi d’arma, in particolare relativi alla realizzazione di un nuovo sottomarino a propulsione nucleare, testate nucleari tattiche e armi ipersoniche in grado di penetrare ogni sistema di difesa aerea esistente. Si ritiene che quest’ultimo annuncio sia indirizzato alla nuova amministrazione statunitense, considerando che il leader nordcoreano ha precisato, in un intervista rilasciata alla controllata Korean Central News Agency (KCNA), di non aspettarsi nessun cambiamento nell’atteggiamento americano nei confronti del suo Paese e di voler procedere secondo le proprie guide strategiche senza curarsi di chi è seduto sulla poltrona più importante di Washington. Riguardo il progetto del sottomarino a propulsione nucleare, avviato nel 2016, il Premier ha precisato che si ritiene ormai completato ed è adesso passato alla fase di analisi e valutazione. Secondo quanto dichiarato, la costruzione di tale piattaforma è stata ritenuta necessaria per fornire una capacità dis econdo strike ed una maggiore credibilità al deterrente nucleare di Pyongyang. Il nuovo sottomarino nucleare sarà molto probabilmente in grado di imbarcare i nuovi SLBM (Submarine Launched Ballistic Missile) PUKGUKSONG 3. Il Presidente Kim Jong Un ha inoltre annunciato che la tecnologia nucleare nordcoreana ha fatto registrare un sensibile cambio di marcia, con il comparto delle ricerche ormai focalizzato sul miniaturizzare, rendere piú leggeri, e standardizzare i sistemi d’arma nucleari per arrivare a produrne delle versioni tattiche e, soprattutto, avviare lo sviluppo di un eventuale ordigno all’idrogeno. Non sono stati forniti invece maggiori dettagli sullo status dei progetti nordcoreani relativi a possibili armi ipersoniche, ma ne è stata comunque confermato l’avvio cosi come lo sviluppo di nuovi equipaggiamenti per la guerra elettronica e la costruzione di satelliti da ricognizione.

anteprima logo RID Il ritorno di Daesh in Siria

Il 3 gennaio, un bus di militari siriani lealisti è caduto in un’imboscata di Daesh sull’autostrada Salamiya-Raqqa, nella regione centrale della Siria, a una manciata di km dallo snodo strategico di Ithiriya. Almeno 6 soldati sono morti. Solo pochi giorni prima, il 30 dicembre, il gruppo guidato da Abdulrahman al-Mawla ha portato a termine l’attacco complesso più sanguinoso del 2020, anche in questo caso un’imboscata. Durante la notte, il gruppo di fuoco di Daesh ha bloccato 3 bus carichi di soldati lealisti della 17° Divisione del SAA lungo l’autostrada Palmira-Deir ez-Zour. Usando una combinazione di IED e mitragliatrici pesanti, i miliziani hanno distrutto completamente uno dei mezzi, ucciso 30 militari e causato almeno 17 feriti. Ma invece di limitarsi ad un attacco mordi e fuggi, sono rimasti a presidiare il luogo dell’attacco per lanciare una seconda imboscata ai danni delle unità lealiste accorse nell’area dopo alcune ore in supporto dei compagni. Questi 2 attacchi recenti riassumono la crescita capacitiva e di manovra di Daesh nella Badia, il deserto centrale siriano sotto il controllo (teorico) di Damasco. Una crescita consistente e continuativa che si riflette nel numero degli attacchi condotti. Il tasso è esattamente raddoppiato negli ultimi 12 mesi. Si passa dai 143 eventi del 2019 ai 286 dello scorso anno. In parallelo cresce anche la loro qualità. Gli attacchi complessi (condotti oltre le linee, o coordinati su più obiettivi contemporaneamente, o ancora finiti con la conquista di posizioni nemiche) sono addirittura triplicati. Nell’anno appena finito se ne contano 94, nel 2019 erano appena 34. Questo incremento non dipende da un aumento delle risorse a disposizione (uomini, armi, denaro). Le stime dei miliziani presenti nella regione sono rimaste costanti (1.000-1.500 elementi), segno che i rapporti con le realtà tribali della regione (che esistono) non passano dal reclutamento. In più Daesh ha attaccato solo sporadicamente depositi di armi o caserme, men che meno banche o strutture simili. Piuttosto, lo sviluppo delle attività di Daesh nella Siria centrale riflette una strategia territoriale precisa che si muove lungo 2 direttrici. La prima è l’aumento della pressione sulle vie di comunicazione principali e sugli snodi strategici. Agli attacchi condotti in pieno deserto ai danni di unità lealiste in pattugliamento si sono aggiunte le incursioni lungo la Palmira-Deir ez-Zour (specie a Sukhna, da cui parte un collegamento diretto a nord per Raqqa) e, più a nord, sulla via tra Salamiya e Rusaifa. Anche l’altro pattern tradizionale, quello degli attacchi nei centri urbani del medio Eufrate (Albu Kamal e Mayadin), si è evoluto in uno stillicidio di attentati lungo l’asse viario che percorre tutta la destra idrografica del fiume. Seconda direttrice è l’espansione verso le grandi città dell’ovest, da Aleppo a Homs passando per Hama. Che si tratti di un allargamento strutturale del raggio d’azione del gruppo, e non solo di attacchi in profondità con funzione di disturbo, lo suggeriscono i tentativi di conquistare e tenere il territorio. Il più eclatante è avvenuto a Rahjan (60 km a est di Hama e porta d’accesso per la provincia di Aleppo) in 2 occasioni, tra ottobre e novembre scorsi, quando Daesh ha occupato diversi villaggi nell’area per più giorni, abbandonandoli solo dopo l’intervento dei Russi con il supporto aereo. Altri episodi paragonabili si sono verificati a ovest di Palmira, nella zona di al-Qaryatayn. Se con gli attacchi lungo le vie di comunicazione Daesh punta a mantenere alta la pressione sul SAA e sulle forze di sicurezza di Damasco, ripetendo una strategia di logoramento già usata in passato, la libertà di manovra a ridosso delle città dell’ovest del Paese sottintende un rapporto stretto con alcune realtà tribali locali. L’approfondimento di queste relazioni, funzionale a radicare ulteriormente il gruppo a ridosso della “Siria utile”, potrebbe acquisire priorità per Daesh nei prossimi mesi, replicando il modus operandi usato fin dal 2019 per penetrare nuovamente nell’area urbana di Raqqa e per mantenere l’agibilità dell’estremo sud-est siriano. Entrambe aree dove il fattore tribale è decisivo per esercitare il controllo effettivo del territorio, anche in assenza di una nuova “territorializzazione” del gruppo.

anteprima logo RID Nuovi reparti EW per lo US Army

Prosegue l’impegno dell’Esercito americano volto alla ricostituzione – dopo il loro smembramento con la fine della Guerra Fredda - di unità specificamente dedicate alla guerra elettronica. 

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