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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Libia, niente accordo a Ginevra e riprendono gli scontri

Il cessate il fuoco in Libia è ufficialmente andato in pezzi – posto che gli scontri non si erano mai del tutto spenti – dopo che i rappresentanti del Governo di Tobruk hanno lasciato i colloqui di Ginevra. Il nodo del contendere riguarda la reale fattibilità della delimitazione di una vera linea di cessate il fuoco con le milizie di Haftar che ovviamente si rifiutano di tornare sulle posizioni antecedenti l’avvio della loro offensiva nell’aprile 2019. Haftar vorrebbe ovviamente mettere il sigillo sul terreno conquistato in questi mesi, ma ciò ovviamente non è accettabile per Serraj, e neppure per l’ONU, da qui lo stallo. A ciò aggiungiamoci il momento di crisi che stra attraversando l’Italia, impegnata a fronteggiare l’emergenza coronavirus, che potrebbe aver incentivato una maggiore aggressività sul terreno da parte di tutti. Tant’è, a Tripoli e non solo si è tornati a combattere a pieno regime. L'aeroporto di Mittiga è stato nuovamente chiuso dopo i bombardamenti di artiglieria subiti nelle ultime ore da parte delle forze di Haftar, anche se da poco sono ripresi i voli, e in meno di 24 ore le forze fedeli al Generale hanno abbattuto 3 UAV turchi operanti a supporto delle milizie fedeli al Governo Serraj. Si combatte, inoltre, di nuovo nei quartieri a sud della capitale, mentre continuano le tensioni tra alcune milizie fedeli a Serraj a causa della presenza dei miliziani jiahidisti siriani filo-turchi.

anteprima logo RID Libia, la Francia vuole sfilarci la nuova missione UE

La nuova missione UE per la Libia che rimpiazzerà SOPHIA a partire dal 20 marzo, non è ancora definita che già Parigi sta facendo di tutto per ottenerne il comando. Attualmente il Comando di SOPHIA è a guida italiana, con un Quartier Generale ospitato nella struttura del Comando Operativo Interforze (COI) di Roma/Cenntocelle. L’Italia punta a mantenere la guida pure della nuova missione, ma la transizione da questo punto di vista non è automatica, e Roma dovrà imporsi su Parigi, visto che è in gioco l’interesse nazionale in un teatro, il Mediterraneo Centrale, di vitale importanza per l’Italia. Ci sarebbero poi, più banalmente, una questione di costi, che andrebbero sostenuti per mettere in piedi una nuova struttura in un Paese diverso, e di tempi, con la difficoltà in così breve tempo di assemblare e formare il personale necessario a gestire un nuovo Comando. Insomma, al solito i Francesi ci provano. L’altra problematica, che non ha nulla a che vedere con il comando, è quella del mandato, definito nell’ambito della Risoluzione 2292/3 dell’ONU, e delle regole d’ingaggio. Oggi è previsto per SOPHIA la possibilità di ispezionare un’imbarcazione sospettata di trasportare armi verso la Libia, ma solo con il consenso dello stato di bandiera. Se questo non arriva, dopo che è stato fatto in “buona fede” ogni tentativo per ottenerlo, si può passare all’abbordaggio ed all’ispezione. Generalmente questo consenso non arriva quasi mai – essendo i Paesi di bandiera tipicamente Panama, Ucraina, ecc. - ma cosa succederebbe se la nave in questione battesse bandiera, per esempio, turca o fosse scortata da unità da guerra turche, sempre più frequentemente presenti nel Mediterraneo Centrale? Sicuramente questo è un aspetto critico che andrà affrontato nelle prossime settimane, anche se è difficile immaginare in questo contesto una nuova Risoluzione dell’ONU “più incisiva”.

anteprima logo RID Libia in stallo, ma la tregua non c'è

I recenti sviluppi in Libia testimoniano come la situazione sul campo sia ancora fondamentalmente congelata, con nessuna delle fazioni che guadagna/riconquista terreno, ma anche come il cessate il fuoco auspicato durante la conferenza di Berlino sia un’assoluta illusione. 

anteprima logo RID Libia, le incognite dopo Berlino

Gli esiti della tanto attesa Conferenza di Berlino sulla Libia sono stati accolti generalmente in maniera favorevole, ma le incognite sul futuro della guerra civile che dilania il Paese restano ancora molte, forse troppe. Il risultato più concreto portato a termine dalla Cancelliera Merkel è la creazione di un Comitato Militare congiunto, che dovrebbe riunirsi a Vienna a partire dal 27 gennaio, incaricato di tracciare le linee del cessate il fuoco e monitorarle. A quel punto nel Paese potrebbe essere dispiegata una missione di stabilizzazione europea sotto mandato ONU, di cui però nel documento approvato a Berlino non si fa menzione perchè altrimenti Haftar non lo avrebbe accettato. Il resto sono impegni generici, come quello sull'embargo di armi al Paese. Nulla di vincolante, l'embargo è lasciato alla "buona volontà" dei singoli Paesi, anche se sono previste delle sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza dell'ONU in caso di sue violazioni. Altrettanto generica la richiesta per il disarmo e la smobilitazione di tutte le milizie, le vere protagoniste del conflitto libico. In definiva il pallino resta in mano ai signori della guerra libici, ed al trio Putin, Erdogan, Al Sissi, con buona pace dell'Europa, che hanno una presenza militare sul terreno da far valere alla bisogna. Al momento Haftar ha una posizione di forza essendosi spinto nel cuore della Tripolitania, ma a Serraj restano comunque la capitale, dove vivono un terzo dei Libici, ed un importante porto come Misurata, più alcuni assetti energetici strategici. In queste condizioni il lavoro del Comitato Militare per la demarcazione delle linee di cessate il fuco non si profila affatto facile, anche perchè in questa fase Haftar difficilmente accetterebbe di ritirare troppo indietro le proprie truppe e milizie. Siamo di fronte, pertanto, ad una situazione sul terreno per cui – per arrivare veramente ad un cessate il fuoco duraturo – le milizie filo-Serraj dovrebbero avanzare per riequilibrare i rapporti, ma non hanno la forza per farlo, mentre Haftar non è in grado di prendere la capitale e "domare" Misurata. Uno stallo, insomma, che potrebbe restare tale ancora per molto tempo, fino a cristallizzarsi in una ripetizione dello scenario siriano-libanese-iracheno, ovvero in una divisione in sfere d'influenza di un Paese che non c’è più.

anteprima logo RID L’Iran attacca basi USA in Iraq

Questa notte l’Iran ha reagito ha lanciato un attacco contro 2 basi americane in Iraq - il grande hub di Al Asad ed una base ad Erbil - in risposta all’uccisione da parte di Washington del Generale Soleimani. L’attacco è stato condotto utilizzando missili balistici QIAM-1 e FATEH-313, almeno uno dei quali è stato abbattuto dalle difese americane. Al momento non si ha notizia di militari statunitensi morti, mentre anche i militari del contingente italiano di Erbil si sono rifugiati nei bunker. Il Presidente Trump ha convocato il Consiglio di Sicurezza Nazionale ma ha subito voluto rimarcare il fatto che nell’attacco non ci sono state vittime americane, mentre il Ministro degli Esteri iraniano Zarif ha affermato che il suo Paese non vuole la guerra. I toni sembrerebbero, dunque, inclinare alla de-escalation – e gli Americani potrebbero accettare in questo senso una risposta necessaria ma complessivamente simbolica da parte di Teheran – ma la tensione si è spinta lo stesso a livelli altissimi. Nelle prossime ore vedremo se questa azione sarà davvero l’inizio di una rappresaglia ancor più dura o, al contrario, il segnale che gli Iraniani possono essere disposti a trattare evitando la spirale di azione/reazione. Nel primo caso, l’Iran potrebbe incorrere in una risposta americana ancor più sproporzionata dopo che Washington con l’uccisione di Soleimani ha chiarito alla controparte che le regole del gioco sono cambiate e che la partita si è spostata dal piano asimmetrico, che finora aveva sempre favorito Teheran, a quella convenzionale classico. Un terreno sul quale i Pasdaran hanno solo da perdere.

anteprima logo RID Libia: ultimi sviluppi

Nelle ultime 2 settimane ci sono stati diversi sviluppi riguardanti la situazione libica, sia dal punto di vista militare che da quello politico. 

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