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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID L3Harris per i SIGINT italiani

RID ha ottenuto la conferma che l’integratore ed il fornitore della suite sensoristica e di missione dei 2 G550 Gulfstream in acquisizione da parte della Difesa italiana per compiti SIGINT e di sorveglianza dello spazio di battaglia - AISREW (Airborne Intelligence Surveillance Electronic Warfare) - è l’americana L3Harris. La commessa avverrà tramite canali FMS e garantirà un offset fino al 95% del valore del contratto, con l’industria nazionale, in particolare Leonardo, che dovrebbe essere coinvolta nel campo delle comunicazioni e della trasmissione dei dati. La L3Harris sta fornendo dei G550 analoghi all’Australia nell’ambito del programma PEREGRINE. Tutti i dettagli su RID 1/21.

anteprima logo RID Etiopia, i governativi prendono Mekelle

Il 30 novembre, il Premier etiope Abiy Ahmed ha dichiarato conclusa l’operazione militare nel Tigrè all’indomani della conquista governativa della capitale regionale Mekelle. Tuttavia, nonostante il trionfale ingresso in città dei reparti di Addis Abeba, proseguono i combattimenti tra esercito e milizie ribelli del Fronte per la Liberazione del Popolo Tigrino (FLPT) nella periferia settentrionale. Inoltre, i gruppi armati tigrini hanno annunciato di aver ripreso il controllo di Axum e dei villaggi rurali nelle sue immediate vicinanze e di aver abbattuto un MIG-23 dell’Aeronautica Etiope. Nonostante i toni trionfalisti di Ahmed, la presa di Mekelle non è stata semplice ed ha necessitato di oltre 2 giorni di intensi bombardamenti di artiglieria per preparare l’ingresso delle truppe governative. I combattimenti all’interno della città sono stati limitati, poiché le milizie tigrine, come fatto per tutto il corso del conflitto, hanno preferito ripiegare nelle aree rurali e non ingaggiare frontalmente l’Esercito di Addis Abeba. Benché la conquista di Mekelle rappresenti un indubbio successo militare e propagandistico per Ahmed, difficilmente segnerà la fine del conflitto tra Governo centrale e Stato federale del Tigrè. Infatti, non solo la leadership del FLPT è ancora libera, ma presumibilmente ha iniziato i preparativi per una lunga campagna di guerriglia tesa ad alzare i costi politici, economici e militari dell’impegno di Addis Abeba. Parallelamente, cresce la preoccupazione interna ed internazionale riguardo il rischio di rastrellamenti ai danni dei Tigrini e di altri gruppi ad essi vicini nella lotta contro il governo di Ahmed. Il timore dell’attuazione di attività di pulizia etnica da parte delle Forze Armate e di polizia fedeli ad Addis Abeba è stato espresso con vigore dall’Unione Africana, che continua ad invocare, sinora senza successo, la cessazione delle ostilità e l’avvio di negoziati tra governo e insorti.

anteprima logo RID Il Brasile potenzia la Fanteria di Marina

La Marina Brasiliana ha deciso di avviare un importante progetto per modernizzare la propria Fanteria, il Corpo de Fuzileiros Navais, unendo un certo numero di progetti minori in un unico programma definito Programa de Meios de Fuzileiros Navais (PROADSUMUS). Lo scopo di quest’ultimo è quello di aumentare gli organici e le capacità principalmente della componente anfibia in supporto alla flotta operativa, ma anche dei Battaglioni per le operazioni fluviali e i Distretti territoriali entro il 2040. L’obiettivo stabilito è quello di permettere alla Fanteria di marina brasiliana di svolgere l’intero spettro delle operazioni anfibie su ogni specchio d’acqua, dolce o salata, in Madre Patria come su isole e arcipelaghi, comprensivo delle operazioni in supporto alla popolazione civile (HA/DR) o di peacekeeping. Tale ambizioso progetto interesserà l’intera organizzazione del Corpo, sia dal punto di vista dei Comandi, delle infrastrutture ma soprattutto per quanto riguarda l’acquisizione di nuovi equipaggiamenti e sistemi d’arma. E’ infatti molto lunga la “lista della spesa” presentata: carri armati, veicoli blindati multiruolo 4x4, un nuovo sistema di artiglieria campale, nuovi mortai da 120 mm, veicoli logistici e utility leggeri e pesanti, un nuovo sistema di difesa aerea inclusivo di radar di scoperta e sistemi missilistici anti-carro. Non noti ancora i numeri relativi agli ordini e i fondi destinati al programma.

anteprima logo RID L’esercitazione NATO CYBER COALITION

Grazie ad un press tour virtuale organizzato dalla NATO, abbiamo potuto dare uno sguardo all’esercitazione CYBER COALITION, il principale evento addestrativo dedicato alla difesa informatica dell’Alleanza, che si è tenuto dal 16 al 20 novembre. CYBER COALITION è una delle più grandi esercitazioni informatiche al mondo, con uno scenario realistico che consente ai partecipanti di testare dottrina e tattiche per l’ottenimento della consapevolezza della situazione nel cyberspazio, la raccolta di intelligence e la risposta rapida agli incidenti e/o attacchi informatici. Al contempo, le esercitazioni di questo genere consentono di sperimentare nuove strategie per lo sviluppo della guerra nel cyberspazio, con un occhio particolare alle nuove capacità. All'esercitazione hanno partecipato circa 1.000 persone provenienti da tutta l'Alleanza, da 4 nazioni partner (Finlandia, Irlanda, Svezia, Svizzera) e dall'Unione Europea (EU Military Staff ed EU Computer Emergency Response Team). Diretta dall'Allied Command Transformation (ACT) della NATO, CYBER COALITION è alla sua tredicesima edizione, quest’anno condotta in modo completamente virtuale per la prima volta. L'esercitazione testa e addestra i “difensori informatici” di tutta l'Alleanza nella loro capacità di difendere la NATO e le reti nazionali. L'esercitazione mira a migliorare la collaborazione tra gli Alleati così come con i principali partner (Finlandia, Irlanda, Svezia, Svizzera e Unione Europea) per quanto riguarda la conduzione di operazioni articolate nel cyberspazio. Tra i Paesi organizzatori figurano Estonia, Repubblica Ceca, Portogallo, Romania e Stati Uniti, coadiuvati da numerosi reparti e comandi NATO, tra cui il NATO International Military Staff (IMS), la NATO Emerging Security Challenges Division (ESCD), l’ACT Cyberspace Branch, gli SHAPE Cyber Operations Centre (CyOC) e NATO Communication & Information Systems Group (NCISG, Belgio), la NATO Communications and Information (NCI) Agency ed il suo NATO Cybersecurity Centre (Belgio), il NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence  (CCDCOE, Estonia), il Joint Warfare Centre (JWC) di Stavanger (Norvegia) e il Joint Force Command (JFC) di Brunssum (Olanda). Formatori e partecipanti erano collegati all'evento attraverso il Cyber Security Exercises and Training Centre CR14 estone (richiamo al 2014, anno della fondazione). Il centro estone permette l’addestramento delle FA nazionali e NATO, soprattutto attraverso il Cyber Range, spesso considerato il più avanzato al mondo. Gli scenari simulabili comprendono attacchi a infrastrutture critiche, intrusione nella rete, spionaggio, minaccia da parte di insider, esfiltrazione di informazioni, manipolazione dei dati e altro ancora. Sebbene CYBER COALITION sia l’evento più visibile, il CR14 collabora con tutti i reparti NATO dedicati e con i Paesi alleati su base continua, con incontri e videoconferenze settimanali. Oltre all’addestramento puro, l’obiettivo è quello di costruire un network di professionisti del cyberspazio, in grado di intervenire prontamente quando l’Alleanza lo richieda. Oltre che per esercitarsi alla risposta coordinata, nel corso di CYBER COALITION 2020 sono state svolte 3 sperimentazioni chiave per sviluppare le capacità future. La prima era dedicata alla validazione delle cosiddette “deception platforms” come strumenti per carpire informazioni sull’attaccante – ricordiamo che il problema della certezza di attribuzione degli attacchi rimane l’aspetto più critico della sicurezza informatica – nonché come strumento di difesa contro attacchi complessi. La seconda era volta alla validazione dei pattern analitici che permettono di sfruttare le informazioni presenti nel cyberspazio – sebbene dominio in continua evoluzione – per permettere ai comandi NATO di prendere decisioni informate. Infine, la terza sperimentazione ha testato la validità di strumenti dedicati al monitoraggio dei social media (per esempio dei text analyzer e sentiment analyzer) per l’individuazione delle campagne di disinformazione in atto, nonché per contribuire anche in questo caso alla completa consapevolezza della situazione da parte dei comandanti NATO. Come ribadito dagli organizzatori, l’esercitazione CYBER COALITION e le attività correlate si collocano nel quadro delineato dal Segretario Generale Jens Stoltenberg in merito alla cybersecurity. Nello specifico, la NATO è chiamata a svolgere oggi 3 ruoli chiave nel cyberspazio: guida per i Paesi dell’Alleanza, hub per la condivisione di informazioni, competenze e capacità, e difesa attiva delle reti NATO.

anteprima logo RID DPP 2020: soldi e programmi della Difesa

A fine ottobre è stato finalmente presentato alle Commissioni parlamentari il DPP (Documento Programmatico Pluriennale) 2020 che contiene la pianificazione triennale 2020-2022 ed offre un quadro sui principali programmi di procurement della Difesa italiana. Quest’anno il documento è arrivato con più ritardo del solito: un pò per il COVID un pò per le (feroci..) lotte “inter-service” sulla distribuzione dei fondi – con leak e polemiche varie sulle quali RID – rivista di analisi politico-militare – preferisce soprassedere. Tant’è, il ritardo è comunque inaccettabile per un documento che, ricordiamolo, dovrebbe andare in Parlamento a fine aprile. Per quanto riguarda i contenuti, grandi novità, è bene dirlo subito, non ce ne sono. L’aspetto che balza agli occhi immediatamente è l'assenza per quest'anno di fondi per il TEMPEST. Nulla, nemmeno un piccolo finanziamento per avviare gli studi di concetto. A fronte di ciò parte invece il programma per l'acquisizione del nuovo velivolo SIGINT, anche se su quest’ultimo aspetto il documento non è per niente chiaro e nè l’AM nè la Difesa hanno voluto rispondere alle nostre richieste di approfondimento. Materia delicata, ma un pò più di trasparenza in più, visto che si parla di soldi pubblici, non guasterebbe. Detto questo, veniamo all’analisi completa dei principali programmi. Giusto per informazione, in questo articolo tralasceremo tutte le parti del DPP relative al quadro strategico di riferimento ed ai numeri del Bilancio Difesa 2020, temi già affrontati nel pezzo di febbraio (RID 2/20), limitandoci a riportare alcuni dati nelle tabelle a titolo di “rimando” e riassuntivo. Come si diceva tra i nuovi programmi “in partenza” quest’anno, quanto meno tra quelli “analiticamente” più importanti – o quanto meno che lo Scrivente ritiene più importanti – manca una prima tranche di finanziamento del programma TEMPEST. Una lacuna ci verrebbe da dire clamorosa, per tutto ciò che il programma TEMEPST rappresentata per il futuro del comparto aerospazio e difesa italiano, ma sopratutto alla luce del fatto che gli altri 2 partner del programma, UK e Svezia, stanno già allocando fondi. Il Regno Unito è partito già tra il 2017 ed il 2018 stanziando fino al 2025 2 miliardi di sterline. Una cifra significativa che fa il paio con gli oltre 1.300 addetti già occupati sul programma in UK. Dal canto suo, anche la Svezia ha stanziato i primi 63 milioni di euro. L’Italia, dunque, rischia di rimanere pericolosamente indietro e man, mano che il tempo passa la capacità di influenzare i requisiti diminuisce, mentre si indebolisce la nostra posizione nelle negoziazioni per la suddivisione delle quote industriali. Questa pessima notizia è solo parzialmente mitigata, come vedremo meglio nel prossimo paragrafo, dalla pesante ristrutturazione finanziaria del programma Eurofighter TYPHOON nel cui ambito “compaiono” i fondi per la LTE (Long Term Evolution Strategy) e per il de-risking di alcune tecnologie che poi andranno, appunto, operativamente sul TEMPEST. Non è chiaro però su quali esercizi finanziari vengano allocati questi fondi.

anteprima logo RID Etiopia, il punto sulla guerra civile

Per quanto il governo di Addis Abeba e la maggior parte della Comunità Internazionale continui a definirlo “il conflitto del Tigrè”, probabilmente con l’intento di ridurne l’eco mediatica e la portata politica, lo scontro tra il governo centrale etiope ed i movimenti ribelli tigrini del nord ha già assunto i tratti di una vera e propria guerra civile i cui esiti e le cui evoluzioni interne ed internazionali sono tutt’altro che scontati. Innanzitutto, l’escalation militare iniziata lo scorso 4 novembre con l’assalto delle milizie tigrine del Fronte Liberazione del Popolo Tigrino (FLPT) alle caserme del Comando Militare del Nord nel capoluogo tigrino Makelle ha rappresentato il punto più critico di una serie crescente di scontri inter-etnici cominciati oltre un anno fa e che, oltre ai tigrini, ha coinvolto altri gruppi del Paese, come i somali, gli amhara, gli afar, gli oromo ed i nuer. L’assalto ha segnato la definitiva degenerazione di una situazione resa esplosiva dalla decisione delle autorità tigrine di indire le elezioni ammnistrative e generali lo scorso settembre, nonostante il divieto di Addis Abeba che le aveva rinviate nel contesto delle misure di contenimento dell’emergenza pandemica. La sfida lanciata da Makelle e dal FLPT al governo centrale si è presto concretizzata nel reciproco ritiro del riconoscimento e della legittimità politica, nell’interruzione di ogni rapporto istituzionale ed economico tra centro e periferia e, in ultima istanza, nel rafforzamento dell’agenda radicale da parte dei movimenti tigrini, decisi a rovesciare il governo del Premier Abyi Ahmed o, in alternativa, a perseguire l’indipendenza dall’Etiopia. Nello specifico, le milizie etniche si sono mobilitate a sostegno o in opposizione al progetto politico centralista di Ahmed, deciso a superare il modello etno-federalista che ha retto l’Etiopia dalla caduta del regime socialista del Derg (1987-1991) sino ad oggi. L’accantonamento di quel sistema, in cui l’etnia tigrina svolgeva un ruolo cardine assieme ai potentati tribali regionali e locali, è stato possibile grazie ad un repulisti delle istituzioni civili e militari ma ha inevitabilmente causato una crisi di rigetto da parte di quegli attori politici egemoni che non volevano perdere il proprio potere ed i propri privilegi. Dunque, all’interno del contesto etiope, alcuni gruppi etnici si sono schierati al fianco di Ahmed a supporto del programma di centralizzazione (come gli amhara ed i somali), mentre hanno preferito sostenere il FLPT e difendere l’etno-federalismo (come i tigrini e parte degli afar). Lo stesso fronte oromo è risultato diviso tra le giovani generazioni, di inclinazione filo-governativa, e la vecchia guardia dell’Oromo Liberation Front (OLF), il vecchio movimento indipendentista, alleatosi momentaneamente ai tigrini in funzione anti-Ahmed. In secondo luogo, alla polarizzazione etnica corrisponde la diffusione territoriale del conflitto. Infatti, sebbene la regione settentrionale del Tigrè sia attualmente l’epicentro della guerra civile etiope, un numero non trascurabile di incidenti e scontri armati tra esercito e milizie o tra milizie filo-governative ed anti-governative si sono verificati nell’Afar, in Oromia e nel Benishangul-Gumuz. In terzo luogo, l’entità ed il numero delle forze messe in campo da entrambi gli schieramenti contribuiscono a definire un conflitto che, per quanto asimmetrico, ha mostrato sinora elevati livelli di intensità ed un incrementale coinvolgimento della popolazione civile. Nonostante la carenza di dati a disposizione a causa della bolla di isolamento mediatico imposta dal governo al teatro delle operazioni, si stima che l’Esercito Federale Etiope (EFE) abbia inviato circa 50.000 uomini, coadiuvati da almeno 4.000 unità appartenenti alla polizia e alle “Forze Speciali” della regione dell’Amhara e da un numero imprecisato di milizie reclutate in tutto il Paese. Da par loro, le forze governative possono contare su una maggiore potenza di fuoco, garantita dall’impiego dei mezzi acquistati a partire dagli anni 70 da Unione Sovietica, Ucraina e Cina, come gli MBT T-72, gli APC YW-534, gli IFV WZ-523, gli obici semoventi WA-021 ed i lanciarazzi multipli BM-21 Grad e Type-63. Inoltre, Addis Abeba dispone della superiorità aerea grazie alla flotta d MIG-23 e SU-27 il cui impiego nel conflitto, però, è apparso sinora limitato. Parallelamente, Addis Abeba può contare sul supporto dell’Esercito eritreo che, lungo il confine settentrionale, è impegnato nel tagliare eventuali vie di fuga ai ribelli. L’impegno di Asmara è dettato dalla necessità di consolidare i buoni rapporti con Ahmed dopo la ratifica degli Accordi di Algeri e la risoluzione della disputa confinaria riguardante Badmè e, al contempo, ridimensionare il potere politico e le capacità militari dei tigrini, i maggiori oppositori del trattato in questione. Di contro, il fronte ribelle tigrino può contare su circa 40.000 uomini, quasi totalmente appartenenti ai reparti ammutinati del Comando Militare del Nord, alla polizia locale e alle “Forze Speciali” del Tigrè. Dunque, si tratta di personale addestrato, in grado di usare con sufficiente perizia mezzi ed equipaggiamenti ed abbastanza disciplinato, capace di reggere l’urto dell’EFE e di affrontare un conflitto di lunga durata. Oltre ad esso, il FLPT può contare sul supporto di circa 5000 miliziani del Movimento per l’Indipendenza del Tigrè (MIT), una milizia creata ad hoc da Makelle poco prima dell’inizio dell’escalation militare a novembre. Per quanto riguarda i mezzi a disposizione delle forze ribelli tigrine, molti provengono dalle razzie effettuate nei depositi militari della regione nei giorni precedenti all’inizio dell’offensiva governativa. Tra essi, sicuramente ci sono sistemi lanciarazzi multipli e, molto probabilmente, missili superficie-aria SA-2 e SA-3 utilizzati per colpire obbiettivi sensibili al suolo (areoporti e basi operative) nella regione dell’Amhara (Bahir Dar) e in Eritrea (Asmara). Nonostante l’aggressiva retorica del governo di Addis Abeba che, il 23 novembre, ha intimato alle autorità tigrine di arrendersi entro le successive 72 ore prima delle presunta offensiva finale su Makelle, il conflitto del Tigrè potrebbe protrarsi ancora nei prossimi mesi e trasformarsi in una lunga guerra di logoramento per le Forze Armate nazionali. Infatti, sebbene l’EFE prosegua la sua avanzata nella regione settentrionale, le sue truppe si guardano bene dall’entrare nei principali centri urbani (Axum, Makelle, Gondar), sia per paura di restare intrappolati nella selva dei combattimenti urbani che per l’ostilità della maggioranza della popolazione locale, che percepisce i militari come una autentica forza di occupazione. Tale percezione è anche alimentata dall’impiego di soldati di etnie diverse da quella tigrina e dalla presenza delle milizie amhara che vedono nel conflitto la possibilità di risolvere l’annosa questione delle dispute confinarie con il Tigrè. Sono proprio esse ad occuparsi del tentativo di pacificazione delle aree urbane, con risultati sinora poco soddisfacenti. Come se non bastasse, il FLPT si è dimostrato abile a manipolare il sentimento di rabbia popolare evocando la stagione del “Terrore Rosso” (1977) durante la dittatura di Menghistu e paragonando il governo di Ahmed a quello del Derg. Inoltre, i movimenti ribelli tigrini costituiscono una forza politica e militare compatta e da non sottovalutare. Oltre al vasto supporto popolare, il FLPT può contare sulla leadership di Debretsion Gebremichael, eroe della guerra di liberazione contro il Derg e politico di lungo corso con alle spalle numerosi incarichi istituzionali di rilievo. Sotto il profilo operativo, le milizie tigrine non solo si sono dimostrate in grado di contrattaccare alle offensive governative, ma appaiono possedere una chiara strategia su come gestire il conflitto nel prossimo futuro. Presumibilmente, il loro obbiettivo è evitare il confronto diretto con i meglio equipaggiati reparti dell’EFE, rallentarne l’avanzata distruggendo infrastrutture stradali e ponti (come nel caso della direttrice Shire-Axum e dell’arteria viaria ad est di Mekelle) e costringere le forze governative ad una perdurante guerra di attrito attraverso l’utilizzo delle tecniche della guerriglia. In questo senso, le milizie del FLPT sono avvantaggiati dall’orografia del Tigrè, aspra e montagnosa, e da una migliore conoscenza del territorio. In sintesi, le forze ribelli puntano a replicare quanto avvenuto durante la guerra contro il Derg, vale a dire alzare il costo economico ed umano delle operazioni militari di Addis Abeba nella regione con la speranza che altri gruppi etnici intensifichino le attività anti-governative in altre aree del Paese. Se questo accadesse, il governo etiope si troverebbe costretto a gestire un fronte di instabilità talmente esteso da compromettere seriamente la sua tenuta. Sulla base di questi assunti, dunque, un eventuale scenario da vittoria risolutiva del governo sugli insorti risulta poco probabile, indipendentemente dalla ipotetica conquista di Mekelle. Infatti, come nella maggior parte delle guerre civili in Africa, e l’Etiopia potrebbe non fare eccezione, l’acquisizione effettiva del controllo del territorio e la stabilizzazione delle aree di crisi da parte delle autorità governative sono un processo lungo, dispendioso e difficile da realizzare a causa della resilienza delle comunità etniche locali e delle milizie ad esse legate. Consapevole di questi rischi, il Premier Ahmed intende neutralizzare la ribellione tigrina nel minor tempo possibile, anche a costo di rivedere i termini dell’impegno nazionale all’estero. Ad esempio, Addis Abeba ha già richiamato oltre 3000 uomini di stanza in Somalia nel contesto delle operazioni di contrasto ad al-Shabab e di stabilizzazione del Paese per dislocarli nel Tigrè e presto potrebbe essere costretta a fare altrettanto con gli oltre 4000 militari parte di AMISOM. Così facendo, però, il governo etiope priva la Somalia di un assetto indispensabile per il contrasto ai movimenti jihadisti e per il controllo del poroso confine con la regione dell’Ogaden, popolata prevalentemente da Somali e costantemente a rischio di infiltrazione di gruppi terroristici. In conclusione, l’esito del conflitto del Tigrè e lo sviluppo della guerra civile etiope risultano incerti ed orientati ad una lunga fase di logoramento e guerriglia. Con il protrarsi delle operazioni militari e con l’ulteriore crescita delle tensioni etniche interne all’Etiopia, il governo di Ahmed rischia di perdere consensi, stabilità e capacità di controllare efficacemente la regione del Tigrè. Parallelamente, il proseguo del conflitto potrebbe rafforzare la compattezza del fronte tigrino ed aumentare il raggio dei suoi strumenti politici. In questo senso, molto dipenderà dalla capacità del FLPT di internazionalizzare il conflitto e portare il governo di Ahmed ad un tavolo negoziale mediato da attori esterni. In questo modo, il partito tigrino, oggi bollato da Addis Abeba come organizzazione terroristica, accrescerebbe la propria legittimità. Il primo tentativo di coinvolgere l’Unione Africa, la cui mediazione è stata invocata da Debretsion Gebremichael, è fallito ma, se il conflitto dovesse proseguire, il governo etiope potrebbe trovarsi costretto ad accettare i buoni uffici di Paesi terzi anche per una questione di coerenza ed immagine internazionale (l’Etiopia è tra i maggiori promotori regionali dei forum negoziali per la risoluzione dei conflitti interni, ultimo dei quali quello riguardante il Sudan). Se questo avvenisse, i tigrini accrescerebbero il proprio potere negoziale nei confronti delle autorità nazionali e, a quel punto, potrebbero lanciare una OPA sul governo, tentando di ripristinare l’antico sistema di potere etno-federalista, oppure percorrere con maggiore convinzione la strada dell’indipendenza.

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