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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Libia, 60 osservatori ONU per monitorare il cessate il fuoco

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (UNSC) ha dato l’ok definitivo all’avvio della missione di monitoraggio del cessate il fuoco in Libia. 

anteprima logo RID Biodifesa e pandemia

La pandemia innescata dalla diffusione del SARS-CoV-2 ha acceso i riflettori sui crescenti rischi alla salute pubblica posti dalle zoonosi emergenti. Non solo, ma l'Unione Europea dovrà far tesoro delle “lezioni” dell’emergenza pandemica attuale per mettersi nelle condizioni di disporre di dati in tempo reale e affidabili relativi ad outbreak significativi in Paesi terzi, anche nell’eventualità in cui non siano immediatamente fruibili indicazioni dall’OMS (almeno finché questa non si doterà di meccanismi appropriati e dell’autorità per portare avanti indagini in modo indipendente all’interno dei Paesi membri). Un esempio è l’informazione tardiva riguardante la trasmissione interumana del nuovo coronavirus, un precedente che dovrebbe spingere verso nuovi approcci che tengano conto del potenziale di minaccia alla continuità delle attività produttive e alla sicurezza nazionale di patogeni nuovi o emergenti. La necessità di transitare in questa fase storica verso un modello di Biodifesa si spiega anche con l’espansione del know-how disponibile e con l’incremento del numero di laboratori e dei relativi equipaggiamenti che verosimilmente comporterà lo sforzo globale volto a produrre trattamenti e vaccini contro il SARS-CoV-2, con il rischio conseguente che tecnologie a duplice uso possano diventare maggiormente accessibili ad una platea più ampia di attori, compresi coloro che possono essere mossi da progettualità ostili. La centralità della resilienza a shock strategici, di entità tale come quella dell’evento pandemico attuale, è stata peraltro confermata dal ruolo di primo piano delle forze armate nella risposta dei singoli Paesi alla crisi. Contributo che non è rimasto circoscritto al supporto in termini di comando e controllo, rimpatrio di cittadini dall’estero, logistica, fornitura di capacità della sanità militare ai servizi sanitari nazionali sovraccarichi e disinfezione di spazi pubblici, ma si è esteso fino alla direzione e gestione della campagna di immunizzazione. Appare quindi imprescindibile l’apporto strategico che potrebbe assicurare la Difesa nell’ambito di un’architettura nazionale di sorveglianza integrata e prevenzione delle future minacce biologiche emergenti, siano esse di origine naturale oppure il risultato di atti incidentali o intenzionali. Il progresso tecnologico e il fenomeno della convergenza fra tecnologie disruptive permettono oggi di raggiungere tale ambizioso obiettivo. Attraverso l’utilizzo di algoritmi di machine learning, deep learning e reti neurali, a partire dai dati ricavati da una piattaforma nano-biosensoristica, unitamente ad un sistema sensoristico capace di apprendimento, sarebbe possibile ottenere un sistema efficace di previsione e prevenzione di future pandemie causate da agenti zoonotici, nonché di atti di bioterrorismo che possono impattare sulla salute pubblica ma anche sulla filiera agroalimentare (per quanto concerne minacce di tipo fitosanitario). Nello specifico, il ricorso a tecniche di nuova generazione (ad esempio, del tipo CRISPR), oltre che a nano-biosensori, faciliterà in modo realistico la realizzazione di dispositivi utili ad innovare i sistemi di sorveglianza fino allo sviluppo di sensori indossabili (wearable), anche di interesse per un impiego nell’ambito della Difesa. L’azienda RAIT88, Hub strategico e sistemico per la Difesa e la NATO, sta avviando diversi progetti per permettere al Sistema Paese di dotarsi di un dispositivo tecnologico di biodifesa tale da metterlo nelle condizioni ottimali per raccogliere tale sfida. A questo scopo, la RAIT88 ha concluso di recente accordi di collaborazione nel campo della biosicurezza sia con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise di Teramo.

Massimo Amorosi è Scientific Secretariat e CBRN Biothreats Specialist presso RAIT88

anteprima logo RID Colpita nave iraniana Saviz

Nelle prime ore della mattina del 6 aprile, la nave mercntile iraniana Saviz è stata danneggiata durante la navigazione nel Mar Rosso, nel braccio di mare che separa l'Eritrea dallo Yemen.

anteprima logo RID Donbass, NATO ed USA preoccupate

Continuano le discussioni tra i vertici militari americani e della NATO riguardo i movimenti di truppe e sistemi d’arma russi al confine con l’Ucraina, in particolare nell’area del Donbass, come dichiarato dal Dipartimento di Stato Americano. Il portavoce del Dipartimento di Stato Americano, Ned Price, ha pubblicamente accusato la Russia di aver provocato la morte di 4 soldati ucraini la scorsa settimana e di condurre un’indiscriminata campagna di disinformazione tesa ad animare le minoranze russe nella regione; in particolare, accusando ripetutamente le Forze Armate Ucraine di continue violazioni del cessate il fuoco senza però presentarne le prove. Non si è fatta attendere la reazione di Mosca che, tramite il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha sostenuto fermamente la completa libertà di muovere le proprie truppe all’interno del territorio nazionale, senza minacciare direttamente, ed in maniera specifica, nessun Paese. Nonostante tali dichiarazioni, sui siti governativi e delle Forze Armate Russe non si registrano esercitazioni militari in tale settore, nonostante siano ormai di pubblico dominio le informazioni che vedono un notevole movimento di mezzi, tramite convogli ruotati e su rotaia, e l’ammassamento sul confine sud tra i 2 Paesi. Tra questi mezzi sono stati avvistati anche sistemi d’arma di prim’ordine come i sistemi da difesa aerea S-300 e PANTSIR S-1, oltre a un sensibile numero di BMP e di lanciarazzi pluritubo (TOS-1A). Gli osservatori dell’OSCE presenti nell’area hanno inoltre riportato il trafugamento di sistemi d’artiglieria (BM-21 GRAD da 122 mm e 2A65 MSTA-B da 152 mm) da alcuni depositi nell’area di Luhansk controllata dai separatisti filo-russi. La NATO, ed in particolare gli Stati Uniti, continuano a monitorare la regione tramite l’utilizzo di UAV RQ-4 GLOBAL HAWK e missioni ISR svolte da velivoli P-8A POSEIDON in volo sul Mar Nero. Il Segretario della Difesa Americano, Lloyd Austin, ha inoltre ribadito che gli USA confermano gli impegni presi nel fornire l’addestramento alle truppe Ucraine con lo scopo di “renderle in grado difendersi da possibili aggressioni russe”; sono oltre 2 miliardi di dollari i fondi americani che sono già stati destinati a questo scopo a partire dal 2014.

anteprima logo RID Proteggere Guam

Il Comandante dell’Indo-Pacific Command statunitense, l’Ammiraglio Philip S. Davidson, ha pubblicamente dichiarato, con lo scopo di esercitare pressione sul Congresso, la vulnerabilità dell’Isola di Guam e l’urgente necessità di dotarla di una maggiore protezione visto il proliferare di sistemi d’arma a lungo raggio nell’arsenale cinese. L’Ammiraglio Davidson ha confermato, senza mezzi termini, che Guam rappresenta oggi un facile bersaglio da colpire, con un costo e un rischio irrisorio per le Forze Armate cinesi (PLA). Il sistema Terminal High-Altitude Area Defence (THAAD) presente sull’Isola è infatti stato considerato non pienamente idoneo al contrasto delle attuali minacce cinesi rappresentate da missili da crociera a lungo raggio (potenzialmente anche ipersonici) lanciati dai bombardieri H-6K o dai nuovi missili balisitic DF-26. Quest’ultimo, capace di effettuare strike chirurgici con munizionamento convenzionale e nucleare, viene soprannominato negli ambienti cinesi, ma non solo, il “Guam Express”, proprio a sottolinearne il carattere di arma concepita per l’attacco all’Isola. Per questa ragione l’Ammiraglio Davidson sta spingendo per schierare a Guam una stazione AEGIS ASHORE e rafforzare le difese antiaere ed antimissile dell’Isola. Tale proposta rientra all’interno della più vasta Pacific Defense Iniative per il quale saranno stanziati tra i 4 e i 6 miliardi di dollari nel solo bilancio 2022 ed altri 22 miliardi nel corso dei successivi 5 anni. La chiara volontà dei vertici americani è quella di rafforzare le difese dell’Isola, che deve restare l’hub della capacità di proiezione di potenza delle forze USA nel Pacifico.

anteprima logo RID Mozambico: la battaglia di Palma e l’insorgenza jihadista

A partire dal 24 marzo scorso, milizie di Ansar al-Sunna, gruppo jihadista mozambicano affiliato alla provincia dello Stato Islamico in Africa Centrale (SIAC), hanno condotto un massiccio attacco contro la città di Palma (53.000 abitanti), all’estremità nord della regione settentrionale di Cabo Delgado. La battagli è tutt’ora in corso e vede coinvolti, nel tentativo di respingere i terroristi, elementi delle Forze Armate mozambicane e unità della compagnia militare privata sudafricana Dick Advisory Group. Non è la prima volta che il gruppo armato mozambicano assalta uno dei maggiori centri urbani dell’instabile provincia di Cabo Delgado. Infatti, negli scorsi anni, Ansar al-Sunna aveva preso il controllo, per alcune ore o per un paio di giorni, di Mocimboa do Praia (127.000 abitanti) e delle aree peri-urbane del capoluogo regionale Pemba (200.000 abitanti). In quelle occasioni, esattamente come avvenuto a Palma, i servizi di intelligence stranieri avevano avvertito le autorità mozambicane dell’imminenza degli attacchi, venendo però ignorati. Inoltre, a Palma come a Mocimboa e a Pemba, le milizie di Ansar al-Sunna hanno dimostrato un crescente livello capacitivo, reso evidente da una pianificazione e da una conduzione delle operazioni precise e reiterate (interruzione delle forniture elettriche e della rete telefonica prima dell’assalto, controllo dei principali check point di accesso ai centri urbani, assalto coordinato e simultaneo su più obbiettivi civili e militari, tattiche di guerriglia urbana avanzate). Tuttavia, l’attacco a Palma presenta alcuni elementi di novità da non sottovalutare. Innanzitutto, per la prima volta dall’inizio dell’insorgenza jihadista nel 2017, Ansar al-Sunna ha colpito uno dei siti principali della nascente industria energetica nazionale, dove sono presenti importanti interessi stranieri, anche italiani. Per esempio, in Mozambico ENI è titolare di 5 licenze di esplorazione e sviluppo di giacimenti nel bacino di Rovuma e gestisce lo sviluppo del progetto Rovuma LNG per la liquefazione, lo stoccaggio e la commercializzazione del gas naturale. In secondo luogo, le milizie jihadiste hanno preso di mira per la prima volta i lavoratori stranieri e, secondo alcune fonti locali, le infrastrutture gasiere. Si tratta di un cambiamento importante del paradigma operativo, volto ad innalzare il livello di esposizione mediatica del gruppo e, di conseguenza, il suo posizionamento all’interno del panorama insurrezionale regionale e globale. L’attacco ai cittadini stranieri e all’industria energetica rappresenta il tentativo di colpire con vigore gli interessi economici tanto del Governo mozambicano quanto dei partner occidentali e costituisce la manifestazione più estrema e violenta del disagio sociale della popolazione autoctona. Infatti, la militanza jihadista di Cabo Delgado si è innescata sul perdurante malcontento delle comunità locali, che accusano il governo di non averle incluse nei benefici dello sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie della regione e di averli emarginati dai meccanismi di gestione politica del Paese. Tali accuse trovano una conferma nel fatto che la maggior parte della manodopera impiegata nel settore gasiero e minerario proviene dai Paesi vicini o dalle regioni centrali e meridionali del Mozambico e, in molti casi, viene ingaggiata sulla base di meccanismi clientelari controllati dalla burocrazia del partito di potere FRELIMO (Fronte di Liberazione Nazionale del Mozambico). Come se non bastasse, le attività economiche promosse dal governo hanno avuto impatti ambientali e sociali considerevoli per i cittadini locali, costretti a lasciare le proprie terre o vistisi negare il permesso di coltivare appezzamenti di terreno in prossimità delle infrastrutture o delle aree di pesca nelle acque prospicenti i giacimenti. Inoltre, non è da sottovalutare il collegamento tra militanza terroristica e crimine organizzato, soprattutto nel settore del traffico di avorio ed eroina. Infatti, lo sviluppo industriale nel nord del Mozambico ha incrementato i controlli delle autorità di polizia ed ha privato i trafficanti locali della libertà di accesso e controllo dei porti di cui godevano in precedenza. Secondo alcuni analisti mozambicani, la proliferazione del jihadismo è stata favorita proprio dalla criminalità organizzata, decisa a “ricattare” il governo o a distrarlo per proseguire con i propri lucrosi traffici. Secondo altre teorie, dietro l’improvvisa esplosione del terrorismo mozambicano si celerebbero le Monarchie del Golfo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che utilizzerebbero indirettamente le milizie jihadiste come strumento di guerra ibrida contro Maputo e nel contesto della rivalità con il Qatar. Infatti, mentre Doha è uno degli attori stranieri presenti in Mozambico sia nel settore gasiero che in quello finanziario, Riad e Abu Dhabi sinora hanno fallito analoghe attività di penetrazione a causa della freddezza del Governo mozambicano. In questo contesto, non è da escludere che elementi emiratini o sauditi, con connessioni governative da verificare, abbiano inteso utilizzare l’insorgenza jihadista per destabilizzare Cabo Delgado e l’intero settore energetico mozambicano. Le forti radici socio-economiche del terrorismo autoctono del nord del Mozambico rappresentano un elemento di resilienza, perduranza e costante rafforzamento per l’insorgenza locale, a cui si aggiunge l’inadeguatezza e la scarsa preparazione delle Forze Armate locali per contrastare il fenomeno.Se le operazioni dello Stato Islamico in Mozambico dovessero continuare ad evolversi ed a crescere secondo il trend degli ultimi 2 anni, ben presto l’insorgenza potrebbe impattare negativamente i piani di sviluppo del settore gasiero nazionale, manifestandosi come innalzamento dei costi, aumento dell’incertezza degli investimenti e incremento dei rischi per gli operatori sul campo. A questo punto, urge un cambiamento di strategia regionale ed internazionale nel contrasto alla minaccia, ed, eventualmente, anche un intervento militare, magari europeo.

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