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RID - Rivista Italiana Difesa 17-09-2019 Attacco all'Arabia Saudita: una valutazione data: a cura di:

L’attacco subito dall’Arabia Saudita contro le strutture Aramco per la raffinazione del petrolio e lo stoccaggio di gas di Abqaiq (la più grande al mondo in termini di produzione petrolifera) e Khurais ha ancora diversi punti oscuri. In primis, ancora non è chiaro chi siano i responsabili. Se si analizzano gli avvenimenti più recenti, i principali indiziati risulterebbero i ribelli yemeniti Houthi, che hanno colpito diverse volte, e quasi sempre indisturbati, basi aeree e strutture sensibili in territorio saudita. Peraltro, gli Houthi hanno rivendicato l’azione. Negli ultimi mesi, tuttavia, i Pasdaran hanno sensibilmente incrementato le proprie attività di supporto logistico e militare in favore delle milizie sciite irachene (Hashd al-Shaabi e Kata’ib Hezbollah) unite nelle cosiddette “Unità di Mobilitazione Popolare”. Proprio alla luce del rinnovato coinvolgimento iraniano in favore di tali entità, peraltro, nelle ultime settimane l’Aeronautica Israeliana ha effettuato 2 raid contro alcune strutture destinate allo stoccaggio di razzi con kit di precisione e di missili balistici tattici a corto raggio FATEH-110, consegnati dall’Iran alle UMP. Anche la dinamica della possibile ricostruzione del raid è difficile da chiarire. Secondo le immagini satellitari, l’azione sembrerebbe essere stata molto precisa e complessa. Gli Americani sostengono che la direzione dell’attacco sarebbe stata nordoccidentale. Di per sé ciò non significa nulla poiché sia i droni che in misura minore i missili cruise possono seguire profili diversi nella loro porzione terminale d’attacco per confondere le difese. Tuttavia, l’ipotesi di una provenienza dall’Iraq (o dall'Iran del sud...) non è da scartare considerati alcuni indizi: un video girato da un civile kuwaitiano, in cui si percepisce il passaggio di oggetti volanti non identificati in direzione est-sudest; il decollo, dopo meno di 3 ore dagli attacchi, di un velivolo AEW&C Saab-2000 del 60° Squadrone dell’Aeronautica Saudita che ha effettuato una missione di pattugliamento dello spazio aereo a ridosso del confine con l’Iraq, monitorando il possibile arrivo di ulteriori minacce; infine, la mobilitazione generale della difesa aerea kuwaitiana a meno di 24 ore dal raid. Tali elementi non implicano necessariamente l’esclusione degli Houthi dai possibili responsabili, tenuto conto che già in altre 2 occasioni, nel 2018, i ribelli furono in grado di effettuare raid dal territorio iracheno, seppur in scala decisamente ridotta rispetto all’attacco del 14 settembre, con l’aiuto delle UMP. L’attacco contro Abqaiq e Khurais sarebbe stato comunque effettuato tramite l’utilizzo combinato di non ben identificati droni circuitanti “a perdere” (SAMMAD-3?) e missili cruise HOVAYZEH e QUDS-1 (varianti derivate dall’iraniano SOUMAR), probabilmente alleggeriti della testata bellica per aumentare la capacità di carico del propellente ed incrementarne la gittata. Il totale dovrebbe essere di almeno 20-40 velivoli/missili, considerando i 19 punti d’impatto rilevati sui siti di Abqayq e Khurais (in quest’ultimo sono state danneggiati alcune strutture ed è stato rinvenuto un missile nel deserto a nordovest dell’hub, precipitato probabilmente per motivi tecnici). Detto questo, nonostante la quantità e qualità di mezzi messi in campo, la realtà dice che il Regno saudita non riesce a concludere a suo favore il conflitto in Yemen - anzi gli Houthi continuano a colpire postazioni militari saudite quasi indisturbati - e, in generale, a proteggere il proprio spazio aereo da minacce simmetriche (missili cruise/balistici) e asimmetriche (droni). Ciò indica un’incapacità in primis dottrinale, nonché nell’addestramento e nel corretto utilizzo degli avanzati sistemi d’arma a disposizione. Tuttavia bisogna pur osservare che tecnicamente sistemi come i PATRIOT o gli HAWK a disposizione dei Sauditi sono stati concepiti per la difesa aerea e missilistica “tradizionale” (aerei, missili balistici e missili standoff lanciati da aerei) ed hanno delle difficoltà ad intercettare droni e missili da crociera in volo a bassissime quote, per i quali sono necessari soprattutto sistemi terra-aria a corto raggio, sistemi di guerra elettronica ed un’allerta ridondante e stratificata comprendente radar in bada X, UAV e palloni aerostati. La seconda lezione è che se confermata la pista irachena o yemenita, verrebbe ancora una volta dimostrato il salto di qualità compiuto da organizzazioni e gruppi irregolari sempre più capaci militarmente ed operativamente, non solo grazie al supporto di “patroni” esterni, ma anche grazie alla diffusione orizzontale di tecnologie via, via più accessibili.


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